The Bad Batch

 Regia – Ana Lily Amirpour (2016)

Sempre a proposito di quei film che piacciono solo a me, ci è voluto un po’, dato che gli sbavo dietro dalla scorsa edizione del Festival di Venezia, ma sono riuscita a mettere le mani sull’opera seconda della regista di A Girl Walks Home Alone at Night, che abbandona le atmosfere notturne del suo esordio per gettarsi nell’assolato e arido deserto, in una strambissima storia di cannibali, apocalisse, santoni e trip psichedelici.
Tanto per chiarire, il film a Venezia ha vinto il Premio Speciale della Giuria, non è stato proiettato a un po’ di festival tipo sagra del suino morto sparsi in giro per il globo, ché se devi stroncare, sarebbe il caso di farlo con un minimo di cognizione di causa. Dico male, sito di cinema famosissimo e seguitissimo? Io posso anche essere precisina e un po’ rompiscatole, però voi siete anche dei cialtroni certificati. Sì, non sono i premi vinti e i festival a cui si è partecipato a fare un buon film, ma informarsi è gratis e se parti fornendo informazioni sbagliate, perdi una buona percentuale di credibilità, a mio parere.


Ristabilito quel minimo sindacale di aderenza ai fatti, The Bad Batch non è molto amato da chi bazzica il cinema di genere, soprattutto da chi lo bazzica con una certa idea in mente: i film devono attenersi a una formula prestabilita che richiede una certa percentuale di cazzotti, un’altra di sangue e morti ammazzati, nonché un tot di tette e culi perché altrimenti poi si sbadiglia e si usa l’avanti veloce.
Ecco, se per voi il cinema è solo questo, troverete The Bad Batch irritante e autocompiaciuto. È entrambe le cose, sia chiaro, come la sua regista, che sa essere parecchio arrogante e presuntuosa quando ci si mette, ma d’altronde se invece di parlare del tuo film ti accusano di razzismo perché hai messo Jason Momoa a interpretare un cubano e perché succede che sparino in fronte a un personaggio di colore, è già tanto che non ti parta il vaffanculo automatico.
Se ci pensate, non è che il suo film precedente non fosse irritante e autocompiaciuto, nell’accezione che a questo termine danno i critici improvvisati dell’internet, di solito atta a designare qualunque opera abbia un’ambizione appena superiore alla formula descritta poco sopra, qualunque opera decida di prendersi dei rischi e non scivolare tranquilla su un terreno sicuro, dove si sa in anticipo che verrà applaudita.

Ecco, The Bad Batch è un film che si prende tantissimi rischi, mostra spudoratamente un’ambizione sfrenata, molto spesso fallisce, gira a vuoto, urta il sistema nervoso, è troppo lungo (siamo al limite delle due ore), ha una storia molto esile, è estetizzante in maniera tale da stare in bilico sul pericoloso crinale tra grande cinema e videoclip dozzinale, rientrando in poche circostanze nel primo e collassando parecchie volte nel secondo.
Eppure, che vi devo dire, mi ha tenuta incollata due ore allo schermo, consapevole di ogni suo singolo difetto ma annichilita dal suo fascino e dalla sua temerarietà. Perché di film così è sempre più difficile vederne in un momento in cui tutto è appiattito nella stanca riproposizione di un cinema di stampo manualistico, dove persino i film indipendenti sono immediatamente riconoscibili da tutta una serie di impronte stilistiche e di racconto. The Bad Batch, al contrario, è indefinibile e irriconoscibile. Potrà piacervi, potrà annoiarvi, potrà persino farvi incazzare, ma nessuno potrà mai negare che abbia un’identità forte.

The Bad Batch ipotizza una società in cui le persone indesiderabili (poveri, ammalati, delinquenti o immigrati irregolari) vengono allontanati dal consesso civile e sbattuti a vivere nel deserto. La protagonista Arlen (Suki Waterhouse) si ritrova da sola a vagare in mezzo alla desolazione con una tanica d’acqua e un biglietto che la invita a raggiungere la comunità di Comfort. Per sua sfortuna, la aggrediscono subito, le tagliano un braccio e una gamba per cibarsene e la tengono lì, come riserva di cibo, in un accampamento di cannibali culturisti guidato dal pittore, padre amorevole e macellaio di carne umana Miami Man (Jason Momoa). Arlen riesce a fuggire e a raggiungere Comfort e da lì pianifica la sua vendetta contro chi l’ha mutilata.
Questo è, in estrema sintesi, l’antefatto del film. È interessante notare subito come The Bad Batch, pur rientrando nel solco del cinema post-apocalittico e distopico, non sprechi più di un paio di inquadrature nel delineare lo scenario. Assistiamo sì alla cacciata di Arlen (e al rito del tatuaggio dietro l’orecchio: un numero che la identifica come facente parte della “partita cattiva”), ma non sappiamo da dove esattamente venga mandata via. Come del resto apprenderemo le dinamiche del nuovo mondo di sabbia e rottami senza che qualcuno si metta lì a spiegarcele. Il senso di spaesamento, lo stesso che deve sperimentare Arlen, è garantito.

Dato che la memoria cinematografica dei contemporanei si spinge al massimo un paio di anni indietro, l’ambientazione desertica e la protagonista senza un paio di arti hanno fatto subito pensare tutti al Film del Secolo. In realtà, di Fury Road nell’opera di Amirpour c’è poco e niente e, se proprio bisogna cercare un precedente, bisogna tornare agli anni ’70, al progenitore diretto della saga di Mad Max: A Boy and his Dog, che possiede un’estetica molto simile a quella di The Bad Batch, con le comunità costruite sui rifiuti e le scorie del mondo che fu, il cannibalismo, due società antitetiche, la prima fatta di reietti dai reietti, la seconda formata da chi cerca di ricostruire e scimmiottare l’ordine perduto. I due film condividono anche un ritmo molto lento e un personaggio principale dapprima attratto dal ripristino di una parvenza di struttura sociale e poi da essa respinto e disgustato. Magari sto sparando a casaccio, ma mi sembra che A Boy and his Dog e The Bad Batch abbiano una visione di fondo speculare. Certo, negli anni ’70 si era molto più rozzi, mentre Armipour è di una ricercatezza che rasenta lo stucchevole. Ma, a parte questo, se proprio devo andare a cercare un punto di riferimento, la storia del vagabondo e del suo cane telepatico mi sembra più affine a quella di Arlen e della sua vendetta di quanto non lo sia l’estenuante inseguimento del Film de Secolo.

Il problema principale di The Bad Batch è che si perde in se stesso e nella sua bellezza. Forse qualcuno avrebbe dovuto prendere Ana Lily Amirpour e spiegarle che venti minuti di una tipa che vaga strafatta di notte per il deserto guardando le stelle sono un po’ eccessivi, soprattutto se non raccontano niente di particolare e, anche se le immagini sono splendide, non è detto che siano anche funzionali. Il gioco di prestigio le era riuscito alla grande nel suo film precedente, paradossalmente più intellettualistico e cerebrale paragonato a questo, mentre qui si avverte la forzatura di voler usare il genere, ma senza sporcarsi troppo le mani, mantenendo una distanza dalla materia trattata che a volte è efficace, altre troppo studiata per essere davvero credibile.
Glielo si perdona comunque, o almeno io glielo perdono volentieri, perché una che già al secondo film dimostra di voler fare il cazzo che le pare senza rendere conto a nessuno, è da ammirare e basta. E a chi afferma con sicumera che The Bad Batch è una insipida robetta hipster, io farei vedere ore e ore di macchina a mano e colori smorti, così, tanto per ripristinare il senso delle proporzioni. The Bad Batch possiede un respiro epico e una solennità che il cinema indipendente americano piccolo piccolo si sogna la notte. È grandioso, è tronfio, è una follia d’autore. E io, ai film così, perdono sempre tutto, anche l’abuso dei simbolismi e le scivolate nel linguaggio più trito del videoclip d’accatto.

7 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Non mi avvince quanto te il fallimento per troppa ambizione – sto semplificando, mi rendo conto – e ha sempre la mia stima chi percorre sentieri già battuti e riesce a dire lo stesso qualcosa di originale – ma stavolta mi hai convinto con quel cialtroni certificati 🙂 (inoltre il primo film della signorina mi era piaciuto assai).

    1. I cialtroni certificati sono sempre un valido mezzo per convincere qualcuno 😀
      E no, non è una semplificazione la tua: hai centrato il punto. A me piace sempre chi ricerca (o almeno ci prova) la complessità, che può assumere varie forme. Complessità non è solo affrontare temi importanti, esiste una complessità di messa in scena anche quando appare semplice che, per esempio, è uno dei tratti tipici di (uno a caso) Walter Hill.
      Nel caso della Amirpour, si pecca non tanto di eccessiva ambizione, quanto di eccessivo amore per le immagini che si riescono a produrre. Che al secondo film ci sta pure. Si affinerà, credo, saprà separare il necessario dal superfluo e forse con il suo prossimo film, se e quando lo farà, sarà in grado di tirare fuori un’opera compatta e coesa come questa non è.

  2. Una tizia, carina ma espressiva come un Oreo, si trova in mezzo al deserto del Texas. Trattasi di bad batch, ovvero inetti, fannulloni, nullafacenti e disgraziati vari che vengono espulsi dalla società con un metodo che definire nazista è un eufemismo. La nostra viene rapita da una banda di superpalestrati cannibali, amanti di Please don’t go e affini, e fatta con gentilezza e simpatia a pezzi a mo di vitel tonnè. Grazie allo stratagemma della cagata addosso riesce a fuggire e, con il trasporto di un Jim Carrey invecchiato di 50 anni, finisce in una comunità di recupero gestita dal guru Keanu Reeves. Vestito come un cameriere di Solopizza e con il fisico di Salvini. Nel mentre l’eroina della cagata cerca vendetta e ammazza la moglie, con maglietta dei Rigeira (Vamos a la playa), e rapisce la figlia di un fisicatissimo quanto intellettuale (pittore ma anche cultore dello scotennamento) cannibale (Jason Momoa, espressivo come un tavolo da biliardo). Ovviamente il Momoa cerca vendetta, partendo solitario nel tramonto in sella al suo Tmax 125. Seguono vendette, scopate, deliri vari e redenzioni. Orbene, l’Amirpour si atteggia un pochino, il suo primo film fu una piacevole novità, questo non mi ha colpito. Anzi mi ha “appallato” (vabbè in fondo stica…non è che sono Mereghetti). Un unico appunto (serio): The bad batch ha vinto il premio della Giuria a Venezia. All’ultimo festival film come L’equilibrio, Veleno o Nato a Casal di Principe non sono stati neppure considerati. Le giurie non le capirò mai, soprattutto non capisco la necessità nella ricerca dell’eccesso, dell’esotico e del “fa fico premiare quel film perchè è alla moda”.

  3. Dopo che qualche tempo fa un mio amico mi aveva girato un trailer di questo film ho scoperto giusto ieri che ora è su Netflix, quindi mi metto a cercare qualche recensione per cercare di ricordarmi che cos’è e… trovo la tua 🙂 evviva

    Giusto una domanda ingenua (veramente, mi sa che mi sono perso tutto), ma con chi fai polemica all’inizio? Almeno un indizio dai 😀

    1. Ahahahahah!
      Con un sito di cinema che si occupa prevalentemente di film di genere… “da combattimento”, diciamo, e così ti ho detto tutto 😀

      1. In ritardo di, mmmh, quasi due mesi ho visto il film e capito pure la polemica!

        E niente, come mi capita spesso mi trovo d’accordo con la tua recensione.
        Volevo solo aggiungere una cosa: la scena di notte nel deserto (veramente trooooppo lunga) a me però è parsa tutto sommato ironica, come in parte anche il finale (dove SPOILER lei ha una cotta per lui – che appunto inizia nell’altra scena – ma lui non la considera molto), il problema secondo me (ma la conosco poco, ho visto solo questo) è che col comico/ironico la regista non si trova molto a proprio agio.

        1. Sì, hai ragione, c’è comunque un bel po’ di umorismo, ma in tutto il film. Solo che lei non sempre lo sa usare. Nel suo film precedente il giochino ironico riusciva mille volte meglio.

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