Cinema Atomico 9: A Boy and his dog

Boy_and_his_dog_poster_01 Regia – L.Q. Jones (1975)

CONTIENE SPOILER E DOSI INACCETTABILI DI FEMMINISMO. SIETE AVVISATI.

Il cinema degli anni ’70, quello dell’exploitation più bieca e degli esperimenti creativi che spesso sconfinavano nell’arte. Non è facilissimo, oggi, parlare con cognizione di causa di quella stagione irripetibile. Era guerriglia cinematografica pura e semplice, in una Hollywood letteralmente dominata dagli autori, dove anche i film più commerciali portavano in sé il germe della ribellione all’ordine costituito. Potevano farlo raccontando storie considerate, fino a qualche anno prima, inaccettabili per il pubblico generico (un Taxi Driver a caso funziona sempre come esempio) o rivoluzionando il linguaggio in forme inedite che mischiavano le influenze del cinema europeo con l’epica americana (ed ecco Spilby che spacca tutto con Lo Squalo). Prima della normalizzazione degli anni ’80, sembrò davvero che il cinema fosse il terreno privilegiato del cambiamento.
In questo scenario non si muovevano però soltanto i grossi nomi. Se così fosse stato, non staremmo qui a parlare di un momento selvaggio e peculiare. C’era tutto un sottobosco di talenti, che operavano in ambiti più poveri, con uno piede nella precedentemente citata exploitation e l’altro nel cinema considerato d’autore. E la fantascienza (insieme al suo cuginetto povero e bistrattato, l’horror), molto spesso, si situava proprio su quel confine.
A Boy and his Dog, dell’attore e stunt prestato alla regia L.Q. Jones, è un film figlio di quell’epoca, che non può essere analizzato senza calarlo in quel determinato contesto, un film che solo gli anni ’70 potevano produrre e che, pur essendo poco noto, ha avuto il merito di segnare l’immaginario collettivo relativo agli scenari post apocalittici, in anticipo di quattro anni sul primo Mad Max.

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Partiamo dalla fonte letteraria, perché è molto importante, in questo caso. A Boy and his Dog è tratto da una novella di Harlan Ellison, pubblicata nel 1969 e vincitrice del premio Nebula. Da noi, il racconto è arrivato nel 1987, nell’antologia Storie del Pianeta Azzurro, per l’editrice Nord. Sono fiera di possedere una copia di quel volume, che è una specie di miniera d’oro, perché contiene moltissimi racconti mai più ristampati nella nostra lingua. Ma non divaghiamo e parliamo della storia di Ellison: la quarta guerra mondiale ha distrutto il mondo così come lo conoscevamo, lasciando al suo posto una distesa desertica abitata da bande rivali di razziatori, alla costante ricerca di cibo e sesso. Vic è un ragazzo di quindici anni che, in compagnia del suo cane telepatico Blood, cerca di sopravvivere. I due sono uniti da una specie di tacito accordo di mutuo soccorso: avendo perso Blood la capacità di cacciare quando la sua razza è diventata telepatica e dotata di intelligenza umana, a Vic tocca nutrirlo, mentre Blood si occupa di fiutare per lui la presenza femminile. Le donne sono infatti sempre più rare. Il mondo in cui vivono Vic e Blood è quasi esclusivamente maschile. Il racconto di Ellison è crudele e cinico. Vic e Blood non sono due personaggi per cui il lettore può provare empatia. In pochissime pagine, Ellison descrive un futuro agghiacciante, dove lo stupro è all’ordine del giorno e non c’è spazio per altro se non la mera sopravvivenza, possibilmente sulla pelle del prossimo.

Per la trasposizione cinematografica, Ellison rifiutò diverse offerte da parte di grandi studios come Warner e Universal e alla fine decise di dare i diritti del suo racconto proprio a Jones, per un progetto del tutto indipendente. Doveva essere lui l’autore della sceneggiatura, ma non se ne fece mai niente e, a scrivere il copione fu lo stesso Jones.
Il film piacque a Ellison fino a un certo punto. Ed è qui che la questione si fa spinosa e controversa: Ellison avrebbe voluto modificare un dialogo in particolare, quello dell’ultima scena tra Vic e Blood, che ancora oggi, a sentirlo fa venire il voltastomaco. Si offrì addirittura di mettere di tasca propria i soldi per il doppiaggio. Ma Jones fu irremovibile. Nelle interviste a Jones ed Ellison presenti nell’edizione in Blu Ray nuova di zecca, distribuita dalla Scream Factory, potete sentire i due che discutono sul finale del film, a distanza di 40 anni e più.
Qual era, esattamente, il problema?

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La sceneggiatura di Jones è molto fedele all’ossatura della sua fonte letteraria e, in più, le aggiunge un’estetica cinematografica potentissima che forse ci potrebbe apparire quasi scontata nel 2016, se non fosse che il film rappresenta le fondamenta  su cui è stata in seguito edificata la poetica dell’apocalisse a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Il deserto come conseguenza principale delle bombe, una terra che è stata prosciugata della sua fertilità e ora non è altro se non una monotona e arida distesa di sabbia; i costumi e le scenografie che sembrano essere stati assemblati andando a frugare tra i bidoni della spazzatura, poiché l’uomo, dopo la guerra, non ha prodotto più nulla e deve accontentarsi dei detriti e dei rifiuti abbandonati dalle precedenti generazioni; gli esseri umani ridotti a uno stato belluino, tesi solo a soddisfare le loro necessità più elementari.
Tutto questo viene messo in scena da Jones con una consapevolezza dei pochi mezzi a sua disposizione che ha del miracoloso, se si pensa che non era un regista, e dispiace persino, dato che non sarebbe più tornato dietro la macchina da presa. Concettualmente, ci troviamo di fronte a un esempio efficacissimo di saper narrare ogni cosa attraverso le immagini, senza spiegare niente al pubblico, semplicemente mostrandogli uno scorcio di futuro che, all’epoca, poteva apparire come plausibile e, per questo, ancora più terrificante.

È difficile guardare A Boy and his Dog e non farsi venire in mente l’aggettivo visionario. Non solo per la rappresentazione delle terre desolate, ma anche per come il regista ha saputo cogliere un altro aspetto del racconto e portarlo alla luce, ovvero il contraltare “civilizzato” dei territori alla mercé delle bande, le città sotterranee dove il nostro Vic viene portato con l’inganno, attirato da una giovane donna usata come esca.
C’è infatti una parte della popolazione che si è organizzata e ha ricostruito, sottoterra, una realtà molto simile all’America degli anni ’50, tra villette a schiera, prati da falciare e bande di paese. Ed è qui che l’incubo di Ellison e Jones, da apocalittico, si fa distopico, nella finta città di Topeka, dove i maschi sono diventati tutti sterili e si rischia l’estinzione. A meno che non si trovi un giovane vagabondo, preso dalla superficie, e non lo si usi per fecondare le donne della città.
Jones concede a Topeka molto più spazio di quanto non ne avesse dato Ellison nel suo racconto e ne fa una sorta di specchio della società capitalista, dove una persona libera come Vic non può che trovarsi a disagio. A Topeka, film e racconto prendono due direzioni divergenti e la sceneggiatura di Jones si fa ambigua, estremamente scivolosa, difficile da digerire, non solo per me, ma anche per qualsiasi donna che guardi il film con un minimo di coscienza.

Tiger

Vic e Blood (diventati poi anche protagonisti di un fumetto), lo abbiamo detto prima, non erano due personaggi per cui il lettore fosse forzato a provare simpatia, nel racconto di Ellison. Al contrario, Jones, usando i toni della commedia nera per quasi tutta la durata del film, li rende entrambi gradevoli. Un po’ è dovuto a quella faccia di schiaffi di Don Johnson che interpreta Vic, ma soprattutto all’adorabile cagnolone Blood, la cui voce era quella di Tim McIntire. Laddove ci sono i “buoni”, devono esserci i cattivi. E no, non sono rappresentati dalle bande che saccheggiano quel poco che c’è da saccheggiare nel deserto e neanche dai puritani di Topeka. Il villain della situazione è Quilla June, la ragazza che fa da esca e che finisce in pasto a Blood quando, alla fine del film, il cane è affamato, denutrito e in fin di vita.
E così, quella che nel racconto di Ellison era una conclusione di un cinismo e di una crudeltà insostenibili, ma del tutto priva di schieramento da parte dell’autore, nel film di Jones diventa quasi un inno al cameratismo maschile, e su cui Jones si permette anche di fare battutine di pessimo gusto.
Non è un caso se Ellison abbia provato in tutti i modi a ridoppiare la scena finale del film.
Non so bene che posizione prendere nei confronti di A Boy and his Dog: se lo si guarda con un certo distacco, badando soprattutto ai suoi meriti estetici e a come ha contribuito a edificare un certo immaginario cinematografico, si tratta sicuramente di una pietra miliare, anche se misconosciuta ai più. Va anche contestualizzato, inserito nel cinema indipendente degli anni ’70, un momento in cui si tendeva a non porsi gli stessi problemi che ci si pone oggi, al cospetto del trattamento riservato alle donne nella cultura popolare. In parte, è quindi giustificato e sono anche certa che l’intenzione dell’autore fosse quella di esaltare la purezza selvaggia di Vic, contrapponendola alla società corrotta di cui il personaggio di Quilla June è il risultato.
Ma rivederlo è stato lo stesso doloroso come ricevere un bel cazzotto in piena faccia. E non credo che riuscirei a concedergli una terza visione con beneficio del dubbio allegato, perché mi ha fatto capire che le donne, in gran parte del cinema degli anni ’70 che io amo tantissimo, o vengono escluse o finiscono in pasto ai cani.

5 commenti

  1. Mai visto ma conosciuto come un titolo quasi sussurrato nell’ambiente. Ricordo molto bene il fumetto, di Richard Corben se non ricordo male, che era un notevole lavoro. Certo la metafora è scomoda, specie in anni dove il femminismo palpitava con rabbia crescente

  2. Ho letto questo post e ho ricordato con un brivido alcuni conoscenti che ancora oggi definiscono “Mitico” il finale del film, proclamandolo superiore alla storia di Ellison.
    Che orrore.
    E se posso capire che il cinema, parlando ad un pubblico più ampio debba “per forza” inserire buoni e cattivi, noi e loro, capisco anche l’accusa di misoginia che lo stesso Ellison ha rivolto alla pellicola. Perché il racconto, nella sua purezza, è un ritratto di una umanità che ha perso (non per nulla il personaggio più intelligente è un cane), e che continua a perdere – la scelta di Vic, perfettamente motivata dagli obiettivi a breve termine, mostra una assoluta indifferenza agi obiettivi a lungo termine. Che è la logica della guerra atomica, e del mondo in cui vivono Vic & Blood. Nel momento in cui facciamo fare ai due la parte dei buoni e a Quilla la parte del cattivo, questo aspetto salta, e si perde metà del valore della storia di Harlan Ellison.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Anche contestualizzando (con Vic e Blood ritratti come quei buoni che NON sono in origine), è assai difficile dar torto a Ellison. E quel finale, in particolare, era evitabilissimo…

  4. l’ho trovato e visto -in condizioni pietose-in inglese, quindi ci ho capito pochissimo. Il cane assomiglia al mio Achille.Non sapevo di codesto finale così evitabile. Ma esiste anche una versione italiana o sottotitolata?

    1. Esiste una versione italiana: dovrebbe chiamarsi Un ragazzo e il suo cane – due inseparabili amici.
      Però non so se è rintracciabile.
      Quanto ai sottotitoli, io li ho trovati solo in inglese, purtroppo

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