Fast Color

Regia – Julia Hart (2019)

Parliamo di supereroi che è passato un po’ di tempo da quando abbiamo affrontato l’argomento l’ultima volta. So che l’argomento è inflazionato e anche un po’ noioso, soprattutto in seguito alle recenti polemiche tra colossi del cinema e monopolisti di merda, ma il termine supereroe vuol dire tutto e niente e, se siamo abituati ad associarlo alle tutine e ai blockbuster, esiste un intero spettro di possibilità che il cinema, forse paralizzato dallo strapotere dei monopolisti di merda, sembra voler tralasciare, se si escludono rare eccezioni come Logan, per esempio. Ma ancora, Logan, per quanto riuscito (e secondo la mia umile opinione, il miglior cinecomic da quando la definizione è stata codificata così come la conosciamo), è comunque un film che, da un certo punto di vista, ha gioco facile, basandosi su materiale e personaggi estremamente noti al grande pubblico. Un film che racconti di supereroi senza poggiarsi su narrative preesistenti, è una bestia rara, non rientra nel novero dei cinecomic, ed è anche molto complicato da realizzare e, soprattutto, da far attecchire su un pubblico sotto anestesia totale inoculata dalla Disney.
Mi vengono in mente Super di James Gunn e Defendor, di Peter Stebbings, entrambi del 2009, entrambi soggetti originali, anche se nessuno dei due, in fondo, si confronta con il concetto di super potere; un altro esempio potrebbe essere Thelma, definito da più parti un grande film degli X-Men senza X-Men. Ma anche lì, il fatto che la protagonista avesse dei poteri restava ancorato al suo vissuto quotidiano; c’era quindi la parte super, ma non quella eroica, se così vogliamo chiamarla.


Fast Colors, secondo film della regista Julia Hart, è inequivocabilmente una vicenda di supereroi, anzi, supereroine, una vera e propria origin story, anche se molto atipica, non è tratto da un fumetto, ma è stato girato a partire da una sceneggiatura originale scritta dalla stessa Hart e da Jordan Horowitz, è un piccolo prodotto a budget medio-basso e, se questo non fosse un mondo che sonnecchia sotto gli effetti dell’anestesia totale di cui sopra, sarebbe considerato uno dei più bei film a tema supereoistico degli ultimi dieci anni o giù di lì.
Tutto ciò che posso fare, sentendomi mezza supereroina anche io, è cercare di raddrizzare qualche torto e spingervi a vederlo, se non altro perché appartiene a quella categoria di film che ti fanno stare bene una volta concluso, da cui si esce con un bella scorta di positività e con la fiducia nell’umanità restaurata. Ovviamente ciò non è segno di un approccio superficiale alla materia (non stiamo parlando di MCU), ma neanche del metodo uguale e contrario adottato da chi vuole distinguersi dal film di supereroi percepito come classico, ovvero il metodo nichilista che, francamente, ci avrebbe pure rotto un po’ le scatole, e alla fine risulta innocuo tanto quanto il suo opposto.

Fast Color è ambientato in un futuro dove, da qualche anno, ha smesso di piovere, con il risultato che il mondo sta morendo lentamente di sete. Non è, tuttavia, un film postapocalittico: l’apocalisse, se si verificherà, è ancora al di là da venire e la società si è adattata alla nuova situazione, modificando le proprie abitudini in base alla scarsità d’acqua. In altre parole, mezzo litro d’acqua arriva a costare anche una cinquantina di dollari e, chi può permetterselo, riesce addirittura a lavarsi. Ma, per il resto, non è poi cambiato molto: la desertificazione avanza implacabile, eppure la vita continua. Già questo modo di descrivere un mondo sull’orlo del collasso, ma senza le esatte percezione e consapevolezza di esso, mi è parso un ottimo inizio, e era se la metafora sulla nostra sordità nei confronti di una catastrofe incombente che Julia Hart cercava, ha perfettamente centrato il punto.
In un’America che è sempre più una distesa di sabbia e sterpi (il film è stato girato tutto in New Mexico), si aggira una giovane donna, Ruth (Gugu Mbatha-Raw) in fuga da qualcosa.

Ecco a voi la nostra super: Ruth, infatti, ha il potere di manipolare la materia a suo piacimento, scomporla a poi ricomporla, e così sua madre prima di lei, a sua nonna, e via a salire, nonché a scendere, fino a sua figlia, abbandonata tanti anni prima in seguito a un incidente. Solo che Ruth il potere lo ha perso, o meglio, non è in grado di controllarlo, perché in lei si manifesta con conseguenze estreme e pericolose, per se stessa e per chi la circonda: è soggetta a frequenti attacchi epilettici che, oltre a metterla fuori combattimento, causano dei veri e propri terremoti. Questo è il motivo per cui ha abbandonato la sua famiglia, e per cui è ancora in fuga.
Com’è ovvio, succederà qualcosa che la spingerà a ricongiungersi con madre e figlia e, com’è ovvio, i poteri delle tre donne avranno a che fare con la salvezza del mondo, altrimenti non staremmo qui a discutere di supereroi.
Abbiamo quindi tre personaggi, ognuna di esse a rappresentare una generazione diversa, con tre visioni molto differenti sui poteri che la natura ha dato loro in sorte: c’è la madre di Ruth (una bravissima Lorraine Toussaint) che ha passato la sua intera vita a nascondersi per il terrore di essere scoperta, e equipara le loro capacità ai trucchi dei fenomeni da baraccone, c’è Ruth, che ha girovagato per anni, è passata attraverso alcolismo e tossicodipendenza, e pensa ai suoi poteri solo come a una maledizione, e infine c’è la piccola Lila, curiosa di scoprire perché lei e le donne della sua famiglia abbiano delle doti così particolari, se ci sono delle altre persone come loro e se è possibile che tutto ciò abbia uno scopo al di là delle vicissitudini quotidiane.

In un certo senso, Lila è, già all’inizio del film, una supereroina, mentre le due adulte sono lì, ognuna a suo modo, a smorzarle l’entusiasmo con le loro, per altro giustificatissime, paure. È un film che si basa, nella sua interezza, sul rapporto tra paura e potere e, di conseguenza, sul coraggio di farci qualcosa, con questo potere: rivelarlo al mondo, usarlo per il mondo, smettere di nascondersi, smettere di scappare, esporsi a dei rischi e, infine, non essere dominate dal potere, ma dominarlo.
Che è poi, a mio parere, l’essenza più profonda di ciò che significa diventare un supereroe, quella trasformazione da reietto a divinità che abbiamo tante volte visto nei fumetti e, successivamente, nei film.
È fondamentale, da questo punto di vista, che le protagoniste siano donne e siano di colore, e che la trasmissione del potere viaggi per discendenza femminile; questo perché, molto spesso, da Carrie in giù, diciamo, si è associato il potere femminile a qualcosa di distruttivo, un grumo di rabbia trattenuto fino a esplodere. Qui avviene l’esatto contrario: si parte dalla distruzione (i terremoti causati da Ruth) e si arriva alla salvezza (come, non ve lo dico. Dovete vederlo).

Fast Color non è solo concettualmente interessante, è anche visivamente formidabile, soprattutto per quanto riguarda la resa in immagini dei poteri delle tre protagoniste. La prima volta che vediamo una di loro all’opera, su una banale sigaretta, restiamo incantati dalla soluzione adottata per mostrare la scomposizione della materia e, anche considerando che non ci troviamo di fronte a un film costato chissà quanti milioni di dollari, l’efficacia dei vfx sbalordisce, perché riesce a essere elegante e, allo stesso tempo, appariscente, senza mai scadere nelle pacchianate per cui sono note le serie tv della CW (che pure io adoro, eh, non fraintendetemi), e senza neanche tuttavia adagiarsi sul pauperismo a ogni costo o sui grigi e i marroncini sbiaditi del cinema indie.
Stessa cosa si può dire delle scelte di regia di Julia Hart: sarà anche un film indipendente, Fast Color, ma si appropria con grande esperienza dei meccanismi emotivi (e anche di qualche ricatto, perché no) del cinema hollyoodiano, per usarli a suo piacimento. Il risultato è un film che non è mai trattenuto, che commuove quando deve farlo, che spinge a fondo coi sentimenti quando è necessario, che non si vergogna di essere patetico, forte, intenso e, in questo modo, sfrutta al massimo la sua classificazione da PG13, rivolgendosi a un pubblico di sicuro molto giovane, ma senza instupidirlo o presumere che sia stupido.
Se questo fosse un mondo migliore, Fast Color sarebbe uscito in 2000 sale, si venderebbero i pupazzetti di Lila e Ruth, le bambine di ogni angolo del globo le prenderebbero a modello e, forse nascerebbe addirittura un cinematic universe tutto loro.
Così, ci dobbiamo accontentare di sperare che, prima o poi, approdi su una qualche piattaforma streaming. Ma anche così, non fatevelo sfuggire, e fatelo vedere ai vostri figli, se è possibile.

15 commenti

  1. Non sapevo nulla di questa pellicola e se da un lato la cosa mi dispiace, per la miopia che mi ha impedito di vederla (nel mio caso poi, essendo io cinematograficamente onnivoro, nemmeno imputabile ai sensi estetici ottusi dal Moloch disneyano ed al suo tentativo di pianificare un gusto unico per il pubblico, quanto alla mia pigrizia), dell’altro mi riempie di gioia, perchè come al solito ci sei tu che, in un’aula di studenti semi-narcotizzati nell’ascoltare le indicazioni da comfort zone del docente di turno, alzi la mano in mezzo a tutte le teste basse e continui a chiedere perché non si parla di questo e quell’altro argomento e non l’abbassi nemmeno quando qualche altro studente ti dice di stare zitta…
    Uno splendido buongiorno, grazie.

  2. Il risultato è un film che non è mai trattenuto,

    E allora lo devo vedere! ❤

  3. Annarita · · Rispondi

    beh, però dai, sul tema “supereroi senza tutine e pure improbabili” non possiamo dimenticare l’ottima trilogia di Shyamalan(unbreakable, split e glass, diversi già nel titolo dai soliti universi condivisi)
    aggiungerei anche l’ottima serie “Raising Dion” su Netflix. Protagonista un bambino di colore orfano di padre ma con superpoteri e la sua mamma priva degli stessi,che diciamolo, nel crescerlo da sola è un’ eroina, senza se e senza ma…
    ho in mente qualche altro tentativo più o meno noto o riuscito, ma ovviamente è avvolto nella nebulosa del ricordo lontano…

    1. Shyamalan fa proprio storia a sé. Non è che me lo sono dimenticato, povero, è che lo ritengo un discorso a parte. Se si esclude Ubreakable, che arriva prima della codificazione del cinema supereroistico in quanto genere vero e proprio, Split è un horror che soltanto alla fine, e per pochi secondi, si riallaccia alla narrativa dei supereroi, mentre Glass non credo neanche lo volesse girare sul serio, Shyamalan.
      Ci sarebbe anche Chronicle, già che ci siamo.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E, parlando ancora di serie tv, ci sarebbero pure Misfits e Heroes, con i quali Fast Colors mi sembra avere più di qualche punto in comune (per quanto riguarda il variegato e problematico approccio ai superpoteri da parte di chi ne è -raramente con sua somma gioia- dotato). Non dimentichiamoci nemmeno del nostro primo vero supereroe adulto su grande schermo, quell’eccellente Claudio Santamaria de “Lo chiamavano Jeeg Robot” (preceduto dal giovanissimo collega del meno riuscito “Il ragazzo invisibile”)
        Tornando a Julia Hart, il suo Fast Color aveva stuzzicato il mio sesto senso (citando Shyamalan) già da un po’, a dire il vero, e con la tua recensione mi hai definitivamente convinto a non perdermelo… come protagonista poi c’è la bella e brava Gugu Mbatha-Raw, che risveglia sempre le mie memorie di Whoviano d.o.c 😉

        1. Ah, la nostra Trish ❤
          Si faceva notare anche nel più bell'episodio di Black Mirror, ovvero San Junipero!

          1. Giuseppe · ·

            Vero! E pure in Jupiter Ascending faceva la sua parte 😉

  4. Voglio vederlo. Mi ha molto interessante l’ambientazione del film (un mondo che muore di sete e che va pian piano verso la fine) e mi ha colpito molto la protagonista e la sua storia. Voglio dargli un’occhiata perché vorrei proprio vedere più persone fare storie sui supereroi più profonde e originali e con un minimo d’impegno.

  5. Questa mattina avevo scritto un commento che è sparito… Forse è andato in spam o forse credevo di averlo fatto partire mentre in realtà non era così…
    Ad ogni modo, sappi che ti voglio bene, ti stimo e ti ringrazio per ogni tuo post…
    Questo film non l’ho visto ma rimedierò: non è stata colpa, come scrivevo in quel commento sparito, di un ottundimento provocato dall’appeal a senso unico (a cui il Moloch disneyano ha costretto il pubblico di questa colonia), ma proprio di una mia mancata osservazione del panorama attuale…
    Fortunatamente ci sei tu, che mi ricordi dove ho messo (non le chiavi della macchina, vicino alla fruttiera) la curiosità e la fame di cose belle e nuove: sasso che rotola non fa muschio.

    P.S. Comunque per me Glass è sottovalutato ed ha una forza comunicativa naif e orgogliosa assieme, al netto dei suoi difetti, che fa sfigurare un qualsiasi prodotto MCU

    1. Non so perché sia finito in spam. Davvero, non me ne capacito. Ora l’ho approvato. Speriamo che non succeda più. Ma d’ora in poi, butterò sempre un occhio allo spam per vedere se ci finiscono dentro i tuoi commenti. Vallo a capire, WordPress…

      1. Grazie Lucia, ma sappi che in questi giorni è una vera strage di commenti finiti in spam, per tutti i siti!! Io pensavo fino ad ora di essere immune (non metto link o immagini nei commenti) ed invece è da ieri che un sito un sito si, un sito no vado in spam…

  6. E la silenziosa saga “film da far vedere ai vostri figli” continua! 🙂

  7. Super era piaciuto moltissimo anche a me. Questo mi incuriosisce moltissimo quindi lo recupererò grazie a te.

  8. Giuseppe Schiavoni · · Rispondi

    “secondo la mia umile opinione, il miglior cinecomic da quando la definizione è stata codificata così come la conosciamo”.
    Basterebbe questa frase a rendere questo il mio sito di cinema preferito.
    Poi c’è anche tutto il resto.

    1. E pensare che non siamo in molti ad avere questa opinione.
      Grazie ❤

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