Girl on the Third Floor

Regia – Travis Stevens (2019)

Voi Trevis Stevens non lo avete mai sentito nominare, cosa abbastanza ovvia dato che, dietro la macchina da presa, è un esordiente. Però lo conoscete, o meglio, conoscete il suo lavoro come produttore di alcuni tra gli horror più importanti di questo decennio che volge al termine. Ora, il passaggio dalla produzione alla regia può essere traumatico: in un certo senso, ti trovi dall’altra parte della barricata, se mi passate il termine, e non è detto che se dimostri di avere una buona capacità di realizzare progetti indipendenti di alta qualità, tu sia in grado di ripeterti, nel momento in cui il processo creativo è a tuo carico.
Ma Stevens, anche se il suo primo film non sarà mai né We Are Still Here né Starry Eyes, si difende piuttosto bene e confeziona una storia di case infestate in maniera abbastanza atipica e inusuale, pur partendo da premesse molto classiche.

Cambiare casa per cambiare vita: abbiamo tutti perso il conto degli horror che cominciano così, con una coppia, magari in attesa di un figlio, che trasloca allo scopo di ricominciare da capo, superare una crisi, gettarsi alle spalle un passato doloroso o, semplicemente, cercare una dimensione di vita più a misura d’uomo, lontano dalla grande città. Anche Girl on the Third Floor parte da questo spunto, con una sottile differenza, che all’inizio non ci appare molto rilevante, ma in seguito si rivelerà fondamentale: c’è una coppia, i Koch, Don e Liz; lei è incinta di qualche mese come nella migliore tradizione; i due abbandonano Chicago per trasferirsi nei sobborghi; hanno persino un cane. E tuttavia, Don, nella nuova casa ci va da solo. Il motivo è che va ristrutturata, ma non è che Don abbia poi tutta questa esperienza in materia, anzi, lo si potrebbe definire un inetto; nonostante Liz gli ripeta più volte, per telefono, di chiamare dei professionisti a compiere il lavoro sulla loro nuova abitazione, Don rifiuta sempre, come rifiuta che sua moglie lo raggiunga.
C’è un altro dettaglio di una certa importanza: Don (un C.M. Punk che non se la cava affatto male) è un testa di cazzo fatto e finito. E noi siamo bloccati insieme a lui in una casa fatiscente per almeno tre quarti di film. Il che può essere un’esperienza poco piacevole, data la sgradevolezza del personaggio, voluta, addirittura ricercata da Stevens e dal suo attore protagonista a partire dalla postura, dall’atteggiamento, dal modo di muoversi, e da tanti piccoli dettagli che ci gridano di non fidarci.

E infatti, prevedibile come una bolletta della luce, Don, non appena incontra una bellissima e misteriosa vicina di casa, resiste per circa quattro secondi alla tentazione di tradire la moglie, salvo poi pentirsene e minacciare la giovane donna, perché è così che si comportano i veri uomini, no?
Quello che Don non sa, non subito, almeno, è che la nuova casa è infestata, e si tratta di un’infestazione violenta e vendicativa, ma non solo: è talmente radicata da aver preso possesso delle intercapedini, delle tubature, della struttura stessa della casa, rendendola in un certo modo, grottesco e osceno, viva e pulsante. Per cui, se si buca una parete, potrebbe schizzarvi in faccia del sangue, se cercate di riparare un lavandino, vi troverete ricoperti da una melma nera e appiccicosa, e così via.
Ma c’è di più: in quella casa si muore, e si muore pure male. E forse non è stata proprio un’idea geniale quella di portarsi a letto e poi minacciare la sedicente vicina di casa.

In generale, la messa in scena di Stevens mi piace molto; è elegante, ma non disdegna il dettaglio esplicito e disgustoso, sa quando deve lasciare qualcosa fuori campo, sa al contrario, quando deve mostrare tutto per prendere a schiaffoni gli spettatori; mi piace come muove la macchina da presa nella casa, come riesce a renderla un’entità corporea, senza ricorrere alle scappatoie estetiche consuete, tipo ragnatele, soffitte decrepite, scantinati tetri. Anzi, tutte le stanze sono piene di luce, le manifestazioni del soprannaturale si fanno sentire con la stessa frequenza sia di giorno che di notte, e sembra quasi che più Don cerchi di modernizzare, di svecchiare la casa, più essa si difenda, mostrando i denti e gli artigli.
Mi piace anche il sistema di citazioni e rimandi che Stevens utilizza dando dimostrazione di buon gusto, non tanto nella scelta dei film da cui prendere ispirazione, che son sempre i soliti, quanto nel riprenderne alcuni elementi ormai considerati iconici e metterli al servizio della sua storia. L’esempio che mi viene in mente è il richiamo alla palla di Changeling, che qui diventa una biglia e avrà effetti estremamente funesti sul “povero” Don.

Tutto questo per dire che The Girl on the Third Floor è piacevole da guardare, anche perché Stevens deve aver imparato, nel corso della sua carriera di produttore, quel gioco di prestigio che porta a far sembrare un film molto più ricco di quanto non sia; le scene gore non sono tantissime, si raccolgono quasi tutte nella seconda metà, ma sono piazzate nei punti giusti e, soprattutto, non sono soltanto attimi raccapriccianti: ognuna di queste sequenze ha un concetto alle spalle, un’idea, una scelta di natura visiva mirante a creare il massimo di disagio possibile senza tuttavia che risulti gratuito.
È un buon horror, un prodotto di caratura media con qualche spunto interessante che lo eleva al di sopra della media. Perde qualcosa nell’ultimo atto, quando c’è un cambio improvviso di protagonista, e la storia relativa al passato della casa è un po’ raffazzonata, ma non è niente di grave. Ci sono modi molto peggiori di passare un’ora e mezza del vostro tempo.
E ora la recensione potrebbe anche chiudersi qui, mi risparmierei un sacco di guai e avrei comunque portato a casa il post del mercoledì. Tuttavia, ritengo che Girl on the Third Floor abbia qualcosa di molto serio da dire e, anche se non sempre lo dice bene o nel modo più giusto, val la pena sottolinearlo. Se non volete proseguire, siete liberissimi di fermarvi qui.

Ora, si dia il caso che quando parlo di spunti che elevano il film al di sopra della media, mi riferisca a quella faccenda, considerata spesso leggendaria (dai maschi, soprattutto, chissà perché), e chiamata “mascolinità tossica”. Che come l’omofobia e il razzismo, non esiste ed è un’invenzione di quei cattivoni dei SJW che vogliono toglierci la libertà di insultare, minacciare, aggredire, verbalmente o no, il prossimo a nostro piacimento.
L’horror ha sempre, nelle sue varie incarnazioni, avuto a che fare con questa chimera. Senza andare troppo indietro nel tempo, e senza riferirmi a esempi troppo recenti, che poi arriva il tizio di turno a dirmi che l’horror è morto per colpa delle femministe, uno dei film che, secondo me, si confronta meglio col tema è Echi Mortali, roba di un ventennio fa, quindi prima dell’avvento degli odiati snowflakes, quando tutto era bellissimo e nessuno veniva a rovinarvi la festa. Eppure, è un problema intrinseco alla natura del genere stesso, e Girl on the Third Floor è particolarmente interessante perché non si tratta di un film diretto da una donna “arrabbiata” con gli uomini; al contrario, tiene un punto di vista rigorosamente maschile per quasi tutta la sua durata, e perde gran parte del suo fascino proprio nel momento in cui cambia il punto di vista.

Don è un maschio tossico, e C.M. Punk è molto bravo perché calca tantissimo su questo aspetto; per quanto sia, come già detto in testa alla recensione, un testa di cazzo col botto, ha dei tratti di simpatia, uniti a una profonda auto indulgenza, che potrebbero caratterizzarlo, almeno fino a un certo punto, come un bambinone immaturo, ma tutto sommato innocuo, quando non è innocuo neanche per un istante, e tutto ciò che fa, dall’inizio alla fine, è cercare di manipolare il prossimo a suo uso e consumo, convinto che tutto gli sia, in qualche modo, dovuto.
Dai, non fare tante storie: me lo merito”, dice a un amico quando scopre del suo tradimento nei confronti della moglie. Lui si merita una scopata con la vicina che mai ha conosciuto, e si merita che lei lo lasci in pace nel momento in cui non la vuole più tra i piedi. E se protesti o non stai al suo gioco, diventa cattivo, senza mai, neanche un secondo, avere la percezione del male che sta compiendo.
Come sapete, le case infestate e i fantasmi in generale, sono lì per tirare fuori i nostri lati peggiori. La casa che Don deve ristrutturare (e che, lo ripetiamo, è viva e senziente) non fa eccezione: Don cade in trappola perché non capisce, anzi, non riconosce i suoi difetti e vive nella perenne illusione di essere dalla parte della ragione per qualche sorta di diritto acquisito, relativo a ciò che ha in mezzo alle gambe.
E, per quei 45 minuti in cui il protagonista assoluto è lui, è repellente e, allo stesso tempo, molto istruttivo calarsi nei suoi panni, vedere il mondo attraverso i suoi occhi.
Per questo, Girl on the Third Floor è un film molto più acuto e strutturato di quanto possa apparire a una prima visione. Consiglio infatti di vederlo due volte, cogliendo i dettagli. Potreste scoprire cose spiacevoli, ma molto veritiere.

9 commenti

  1. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Bhe tutta “roba buona”. Una casa VERA PROTAGONISTA in stile “ballata macabra”. Un wrestler come attore (parlavamo del buon Roddy Piper qualche tempo fa): l’horror si recita col corpo…Che è il mestiere di wrestler se ci pensiamo…C’è anche la parte molto E.C. Comics che “alle persone stronze possono capitare cose molto brutte”.E poi c’è “terzo piano” nel titolo, anche se sappiamo tutti che il titolo originale di Polanski è un altro.
    E sia Polanski che la figura del wrestler ci portano alla parte “pesante” della recensione (penso a cosa è successo a Christy Mack…e mi fa ancora più paura -di quella vera, non del piacere della stessa di un amante dell’horror- cosa passi per la psiche di una donna che arriva a farsi tatuare “property of…”).
    Sì non c’è bisogno di essere Jennifer Kent per scrivere cinema horror che ci parli tra le righe di sopraffazione. (Sopraffazione del colonizzatore sul colonizzato, dell’essere umano sull’essere umano, del bianco sul nero, e ça va sans dire del maschio sulla donna. Forse la più antica).
    Anche perchè se le Jennifer Kent comparissero spesso , non grideremmo riconoscenti alla comparsa del Messia. Anzi, alla venuta di Lilith, nel caso.
    La storia del “gran bastardo”. Infatti un campanellino in testa mi rintoccava “Rose Madder”, anche se palesemente c’entra nulla.
    E in tutto questo non sono ancora riuscito a recuperare Nightingale, mannaggia all’Universo!

    1. Se comparissero tante Jennifer Kent, si allestirebbero nuove forme di roghi pronti a bruciarle vive, suppongo.
      Una basta e avanza da gestire, oggi. La speranza è che la mentalità corrente subisca una qualche forma di evoluzione in tempi brevissimi, altrimenti sono problemi grossi.

  2. Blissard · · Rispondi

    Ottima recensione, soprattutto l’ultima parte, che mi spinge a una seconda visione.
    Trevis Stevens conosce il perturbante, forse ancora non è in grado di maneggiarlo con destrezza, ma tutto sommato questo può essere un bene: il perturbante vero non si lascia maneggiare facilmente.
    Il protagonista è per molti versi la rappresentazione della cultura e della società che ha generato Trump presidente: un coglionazzo irresponsabile, 40enne anagraficamente ma 13enne sul piano emotivo, pressappochista e cazzaro, un disoccupato che prova a dare un senso alla sua vita ristrutturando la casa mentre sua moglie gravida lo mantiene economicamente. Il ritratto di un uomo infelice che però non accetta di esserlo, non un cattivo in senso stretto ma forse ancora più pericoloso di chi compie il male scientemente: non tutti quelli che votano Trump oggettificano le donne o vorrebbero dare fuoco agli immigrati messicani, ma è proprio questo l’elemento più allarmante della situazione statunitense.

    1. Esattamente: tossico non è per forza “malvagio” nel senso stretto del termine. Tossico è soprattutto chi non si rende conto che, con il suo comportamento, percepito come perfettamente normale, ferisce il prossimo.
      Secondo me questo film fa un ritratto perfetto del tipico votante maschio di Trump (o di un qualunque movimento populista europeo, pur con le dovute differenze di natura culturale): non è cattivo, è inconsapevole di tutto.

  3. Mi hai molto incuriosito. Mi piace chi riesce a parlare delle case infestate con una certa intelligenza e con una buona messa in scena.

  4. Me lo ricordo “Echi mortali”! Mi era piaciuto parecchio.

    1. Sì, era una gran bella ghost story. Ti consiglio anche il romanzo di Matheson da cui è tratto!

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Tenendo conto di come C.M. Punk riusciva a “costruire” i propri personaggi sul ring, non ho nessun dubbio circa il fatto che sia arrivato a calarsi in maniera efficace nel non facile ruolo del maschio tossico (con tutto quello che rappresenta)… mi incuriosisce assai il contrappasso che riserverà a un tipo del genere quella malefica casa/entità ultraterrena.

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