Bliss

Regia – Joe Begos (2019)

Ci ho messo un po’ ad avvicinarmi a Bliss e l’ho anche fatto con circospezione, come quando hai a che fare con un rettile, più o meno, perché a me Begos non è mai piaciuto, l’ho sempre considerato uno che copiava male l’horror degli anni ’80 (Carpenter e Cronenberg in primis) con un’estetica da discount e attori cani; The Mind’s Eye, per esempio, era una specie di Scanners dei poveri, ma caricato a pallettoni nel settore splatter, e si copriva anche un po’ di ridicolo nella messa in scena delle battaglie mentali tra individui dotati di poteri psichici.
Ma il ragazzo ha appena 32 anni, e alla fine mi sono lasciata coinvolgere dall’entusiasmo che circondava questo Bliss. Ora, io non lo so se Begos ha imbroccato un film per una serie di contingenze indipendenti dalla sua volontà o se finalmente è maturato a tal punto da riuscire non soltanto a copiare il lavoro altrui, ma a rielaborarlo in maniera personale. Sta di fatto che Bliss è un gran bel viaggio, non soltanto un compendio di tutto quello che Begos ha visto nel corso della sua vita. Da oggi, gli voglio un po’ di bene anche io.

Bliss è una vicenda di contemporaneo vampirismo, che si situa, narrativamente, a metà strada tra The Hunger e The Addiction; racconta di una giovane pittrice, Dezzy (Dora Madison) alle prese con un blocco artistico che la mette nei guai, prima col suo padrone di casa a cui non paga l’affitto da settimane, e poi con il suo agente, che la sbatte fuori senza troppe cerimonie quando lei non gli consegna il suo ultimo quadro, non finito, anzi mai davvero cominciato.  Disperata per il bisogno di soldi, divorata dall’ansia per la sua incapacità di creare, Dezzy contatta un suo amico spacciatore e si fa dare una bella miscela di droghe, la Bliss del titolo (la cui variante inventata per il film è Diablo), va in bambola, finisce a letto con una coppia di amici e, il giorno dopo, si risveglia nel suo appartamento in stato confusionale, senza ricordare niente di quello che è accaduto. Eppure, guarda un po’, è andata avanti a dipingere il suo quadro, che potrebbe addirittura essere il suo capolavoro.
Questo l’antefatto, nonché la parte in cui Bliss è un film quasi “normale”.
Poi parte il delirio e si salvi chi può.

Non riesco a credere a me stessa mentre lo scrivo, però Bliss potrebbe tranquillamente mandare il povero Gaspar Noé e il suo Climax (che pure mi è piaciuto molto) a nascondersi per la vergogna e, in quanto a immaginario psichedelico e del tutto folle, stacca quella puttanata di Mandy di non saprei neanche quante lunghezze, tanta è siderale la distanza tra le due operazioni.
Credo che ciò dipenda soprattutto dalla mancanza di velleità di Bliss: è girato, scritto e pensato come una sorta di horror da grindhouse e il fatto che, lungo la strada, si sia trasformato in un horror d’autore è puramente accidentale. È successo e basta, a causa di tutta una serie di fattori che Begos ha azzeccato quasi per miracolo, a partire dalla protagonista, lanciata in un’interpretazione dalla fisicità così estrema che rasenta il martirio, passando per la messa in scena da videoclip allucinato che, per una volta tanto, è perfetta, adattissima allo scopo, fatta su misura per questa storia di allucinazioni, sete di sangue, possessione artistica, fino ad arrivare all’uso della colonna sonora, diegetica e non, una presenza ossessiva, martellante e perenne che fa da contrappunto alla scoperta, da parte di Dezzy, della sua nuova identità.

Bliss è un contenitore di mezzo cinema, di genere e non, contemporaneo e non, che ha condizionato e definito l’estetica di tutto ciò che definiamo “estremo”. Non mi va di sciorinare nomi e titoli, perché i riferimenti sono chiarissimi, innumerevoli, e potete benissimo trovarli da soli, anzi, sarà molto più divertente guardarlo senza sapere del tutto quello cui andate incontro; l’impressione che se ne deriva è quella di assistere a un compendio di dove il linguaggio cinematografico, contaminato, è riuscito a spingersi nel corso degli anni, fino ad arrivare a questo fantastico 2019. Se, nei film precedenti, Begos sembrava uno scolaretto avido e un po’ troppo devoto, qui sale in cattedra e mostra che si può frullare, passare al tritacarne, sezionare il linguaggio per plasmarlo come il corpo umano in uno dei body horror che ama tanto.
È tutto riconoscibile, in Bliss, e allo stesso tempo è tutto nuovo. Persino il discorso un po’ stantio sulla creazione artistica e sul lato oscuro del processo creativo, appare rinnovato e fresco.
Io non lo so, davvero, che droghe ha assunto Begos per arrivare a questo risultato, ma è straordinario.

Paradossalmente, la parte meno interessante di Bliss è proprio quella in cui si arriva, dopo una lunga preparazione, al soddisfacimento della sete di sangue di Dezzy, non perché non funzioni, anzi: lo splatter è di ottima fattura, tutto dal vero, e Dezzy, cosparsa di sangue dalla testa ai piedi, è una divinità splendida e terribile. Soltanto, era più affascinante vederla vagare per una Los Angeles molto distante dall’immagine che il cinema ha edificato di questa città, e che mi ha un po’ ricordato lo squallore di Starry Eyes (scusate, avevo detto che non avrei fatto nomi), girare per locali pippando Diablo in ogni cesso disponibile per poi vomitare sangue in preda a una crisi d’astinenza che non può essere mitigata con la droga, perché il suo corpo ha bisogno di un’altra cosa, e poi ritrovarla di fronte al suo quadro e assistere alla graduale creazione di un’opera nata dalla trasformazione in una creatura della notte.
È in questi momenti che Bliss brilla di luce propria, insieme a questa attrice che non conoscevo e che non si limita a recitare il suo ruolo, ma lo indossa come fosse una seconda pelle.

Il resto è ancora più delirante, se vogliamo, perché alle allucinazioni indotte dalla droga e allo stato di profonda sofferenza fisica dovuta alla crisi da astinenza, si aggiungono omicidi, sgozzamenti, gore, dita strappate, gole squarciate, cavità orali usate per succhiare il sangue, mentre la frenesia prende il sopravvento su tutto il resto, il montaggio si fa sempre più frammentario, le luci impazziscono in un balletto stroboscopico e la musica diventa una cacofonia di urla e suoni sconnessi. Tutti elementi che, sulla carta, dovrei detestare, eppure qui, messi tutti insieme, concorrono a formare una grande, grandissimo horror, ennesimo tassello di un’annata che quasi mi spaventa per quanto è stata perfetta e per la quantità di voci differenti che hanno avuto la possibilità di esprimerci, e incantarci.
Io non so più in che lingua dirvelo: sono questi che stiamo vivendo, gli anni d’oro del cinema dell’orrore. Teniamoceli stretti finché possiamo, perché nulla dura mai a lungo.

 

 

12 commenti

  1. Bello, proprio bello e bella anche la recensione.

    Sono particolarmente d’accordo per “dalla mancanza di velleità di Bliss: è girato, scritto e pensato come una sorta di horror da grindhouse e il fatto che, lungo la strada, si sia trasformato in un horror d’autore è puramente accidentale”

    1. A me piacciono moltissimo i film che capitano in maniera accidentale. Sono i migliori 😉

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Hmmm. Mi hai messo una gran curiosità anche stavolta. Brava.Pensa che nelle ultime decadi i miei film preferiti su Creature Della Notte Che Hanno Sete sono stati il nichilismo assoluto con qualche trombonata filosofica di Ferrara (comunque Potentissimo), la ballata dolce malinconica e lentissima di Jarmusch (quando su una parete infestata di fotografie di artisti umani ho visto Iggy negli Stooges la lacrimuccia era lìlì per sgorgare) e ovviamente quel western assurdo (sì sì è proprio un western) nonchè trattato sull’Amicizia diretto da DIO.
    Da quel che ho capito questo ha parecchi presupposti di Addiction, senza trombonata filosofica.
    Muy bien.
    E grazie perdio. Quando leggo le tue recensioni mi sento come quando chiedo un parere sui vini al mio migliore amico sommelier.

    1. Guarda, ha anche roba in comune col film di Jarmusch, quindi credo proprio che potrebbe piacerti sul serio.
      E ti ringrazio del paragone col sommelier 🙂

      1. Luca Bardovagni · · Rispondi

        Già quegli occhialoni neri in locandina mi gridavano “Lily Taylor! Lily Taylor! Lily Taylor!”. Il diciassettenne che ero all’ epoca durante la proiezione di “Arizona Dream” gridava “o brutto imbecille di un Depp! Ma lascia stare quell’altra! Concentrati su Lily prima che si ammazzi davvero!”. E io ADORO Faye Dunaway…

        1. Io Lili Taylor la amo disperatamente dai tempi di Mystic Pizza.

  3. Ottima recensione. Ora sono veramente incuriosito da questa pellicola sia per come hai raccontato della sua folle messa in scena, sia per la bravura dell’attrice nell’immedesimarsi nel suo ruolo. Appena lo trovo lo vedo!

  4. Magari non lo vedrò mai, magari lo vedrò e non mi piacerà, ma oh, per me il viaggio – e pure senza droghe – si realizza già leggendoti.

    1. Te la devo proprio offrire, quella famosa pizza ❤
      E tornando al film, troverei molto interessante un tuo parere!

      1. Ci vorrà tempo, mi sa, ma lo terrò nella cartella “in evidenza” 🙂

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Che dire di Begos: The Mind’s Eye in effetti era proprio uno Scanners dei poveri (parecchio splatter, sì, ma da solo non bastava) con il discutibile bonus degli scontri mentali ai confini del comico involontario… un passo indietro, almeno rispetto al precedente Almost Human (non che fosse chissà quale capolavoro, eh). Dalla tua recensione, invece, si evince che sia qui riuscito a fare un discreto passo avanti, tanto da diventarmi da un certo punto in poi addirittura -per quanto accidentalmente- un autore 😉

    1. Almost Human era molto meglio, vero. Sano splatter senza pretese. Anche quello scopiazzato e con un parco attori risibile, ma meglio di The Mind’s Eye.

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