King al cinema – Ep 1: Carrie

Regia – Brian De Palma (1976)

Alla fine mi sono decisa, lo faccio: una trasposizione al mese da qui fino a quando non avremo parlato di tutte le volte in cui King è stato adattato per il grande o piccolo schermo; con qualche limitazione, ovviamente: film e miniserie (anche quelle sciaguratissime) sì, ma escluderò a priori qualunque prodotto televisivo con più di sei episodi, perché a rivedere cose atroci come Under the Dome o The Mist non ce la posso fare, grazie. Ah, e poi al mese nel senso di quando capita. In alcuni casi dovrò rileggere i romanzi, non soltanto vedere il film, quindi non abbiate fretta.
Il motivo per cui mi sono “sbloccata” è è che una mia amica, eccellente scrittrice, blogger, grande esperta appassionatissima di King, non c’è più e io, che ho soltanto questo blog a disposizione, vorrei fare qualcosa per renderle omaggio. Non fate domande in proposito, perché non ci saranno risposte; sappiate solo che ogni singolo post di questa rassegna sarà dedicato a lei.

Detto ciò, cominciamo con l’inizio del lungo connubio tra King e il grande schermo, uno scambio continuo che, tra alti e bassi, va avanti fino adesso e non accenna affatto a fermarsi, ma è anzi più vitale che mai.
Tutto parte da Carrie, e da De Palma, che ebbe l’idea di trarre un film dal romanzo d’esordio di King. La storia della pubblicazione di Carrie dovreste già conoscerla, e a prescindere da quello che ne pensate, se sia vera o in parte o completamente romanzata, dovreste anche sapere che, all’epoca dei fatti, tra King e De Palma, il più famoso era il secondo. Dopotutto, il futuro Re aveva pubblicato un unico libro. Questa condizione non si ripeterà più, perché già con l’adattamento successivo, il qui già discusso Salem’s Lot, lo scrittore aveva piazzato altri best seller di un certo peso, tra cui Shining e L’Ombra dello Scorpione.
Lo sottolineo perché Carrie è forse il solo film tratto dai libri di King, insieme a Shining, ma per altri motivi, che non soffre di una certa soggezione dovuta alla popolarità dell’autore.

La storia di King al cinema è, in parte, anche la storia di questa soggezione, ma con King c’è anche un altro aspetto da considerare: siamo abituati, nel 2019, a pensarlo come a uno dei più grandi scrittori viventi, ma questo favore critico era impensabile più di quarant’anni fa; e anche fino a vent’anni fa, King era considerato quello dei “romanzacci”, non un autore “serio”. Uso il termine romanzaccio, perché lo ricordo perfettamente associato a Shining, quando si diceva che Kubrick aveva preso l’ennesimo romanzaccio di King e ne aveva fatto un capolavoro. Ma quello di Shining è l’unico caso di soggezione al contrario (e purtroppo ne parleremo).
Carrie è molto interessante perché, in un certo senso, è puro. Sono lontanissimi i tempi in cui il nome di King sulla locandina è scritto in caratteri più grandi di quelli di cast e regista. Sono lontanissimi i tempi in cui è lui la star di ogni adattamento. E non so se è questa la ragione per cui, salvo che questo lavoro che mi accingo a fare non mi faccia cambiare idea, rimane la migliore trasposizione di un romanzo di King sul grande schermo.
Consideriamo anche che, ai tempi, non c’era quella roba orripilante chiamata fandom, sempre intenta a verificare che fossero rispettate anche le virgole dei sacri testi, e avremo un film molto libero e disinvolto nel rapportarsi alla sua fonte letteraria.

Non tuttavia libero e disinvolto nelle questioni di budget, estremamente risicato, motivo per cui De Palma è stato costretto a tagliare il previsto e girato prologo con la pioggia di pietre, a modificare la distruzione finale di casa White, nonché a restringere la vendetta di Carrie alla palestra della scuola (e all’auto in cui viaggiano Chris e Billy), invece di farla proseguire lungo tutta la cittadina di Chamberlain, radendola al suolo come avviene nel romanzo. Niente apocalisse in miniatura, dunque, ma soltanto la rabbia di una adolescente rivolta contro i suoi coetanei e contro gli insegnanti.
Secondo le parole dello stesso King, Carrie è sì la storia di un’emarginata che scopre di avere un potere enorme e lo usa per ripagare cento volte i torti subiti, ma è anche una metafora del femminismo, del terrore provato dagli uomini nei confronti delle donne, e il potere di Carrie può essere letto come una forza dirompente capace di sradicare alle fondamenta una società corrotta: “For me, Carrie White is a sadly misused teenager, an example of the sort of person whose spirit is so often broken for good in that pit of man- and woman-eaters that is your normal suburban high school. But she’s also Woman, feeling her powers for the first time and, like Samson, pulling down the temple on everyone in sight… Carrie uses her “wild talent” to pull down the whole rotten society.”

Carrie, il film, è stato spesso oggetto di interpretazioni, a mio parere, poco centrate: la critica femminista recente lo ha bollato come un film che colpisce e punisce la donna in quanto tale, proprio nel momento in cui nel suo corpo avviene la trasformazione dovuta alle mestruazioni. Non voglio addentrarmi in questo tipo di polemiche, ma in entrambe le opere, libro e film, i personaggi che, in positivo e negativo, reggono le fila del discorso, sono femminili. In altre parole, il potere è una faccenda tra donne, e i maschietti possono solo accompagnare. Ora, questo è un dato di fatto, ma il furioso matriarcato messo su carta da King e in scena da De Palma (con l’accento ancora più marcato sulla volatilità dei personaggi maschili rispetto a quelli femminili) può benissimo essere soggetto a letture diverse, addirittura contrapposte. Per semplificare al massimo, potremmo dire che la prima lettura interpreta il potere femminile come un qualcosa di pericoloso, da limitare e schiacciare il più rapidamente possibile, mentre la seconda lettura tende a vendere come dannoso non il potere in quanto tale, ma la repressione di quel potere. Sembra una distinzione di poco conto, ma è di importanza fondamentale per capire Carrie, sia libro che film. Io credo che la risposta a questo dubbio sia tutto nella mancata restaurazione dello status quo: non arriva alcun maschio a sistemare le cose, non si rientra nei ranghi. Sì, il finale è in entrambi i casi, di un pessimismo cupo e disperato, ma è altrettanto chiaro che il male non va individuato nella femminilità, nella scoperta del sesso e nelle donne che vivono liberamente la loro sessualità. Qui, a vincere è il caos, ed è giusto e condivisibile che accada, mentre non è affatto necessario, per lo spettatore, ricevere una lezioncina perfettamente chiara sul significato del film (e del libro). Che poi è una delle cose che mi mancano un po’ del cinema anni ’70, l’ambiguità, che sia sempre benedetta. Senza ambiguità non esiste orrore.

Non so se vi ho mai detto che i miei genitori odiano con tutte le loro forze l’horror, e che Carrie è l’unico film del genere che abbiano visto al cinema. A distanza di più di 40 anni, ne sono tutti e due ancora terrorizzati, e solo a sentirlo nominare, mi ricoprono di improperi e si domandano di chi io sia figlia veramente.
Se ci pensate, è una reazione allo stesso tempo comprensibile e bislacca, perché Carrie è per circa un’ora e un quarto un dramma adolescenziale abbastanza crudo, salvo poi sfociare nell’horror puro negli ultimi venti minuti o giù di lì, con la scena dell’incoronazione di Tommy e Carrie dilatata da De Palma all’inverosimile, gli ormai celeberrimi split screen, quello sguardo da divinità spietata di Sissy Spacek, che quando ero piccola non riuscivo neppure a guardare sulla custodia del VHS senza avere gli incubi, la crocifissione di Margaret, e il jump scare del sogni di Sue.
Ma, di fatto, l’horror arriva molto tardi e, per quanto sia orribile vedere una ragazza sottoposta a una continua vessazione psicologica e fisica, da parte dei suoi compagni di scuola e di sua madre a casa, tutto questo rientra più nel campo della tragedia a tinte forti e dai toni sensazionalistici che nel cinema dell’orrore vero e proprio.
Anche il libro è così, ma con una differenza sostanziale: King ci fa sapere in anticipo cosa è successo la sera del ballo, mentre De Palma racconta la storia in modo lineare, il che ha un impatto emotivo violentissimo sullo spettatore.
Ci speriamo, in fondo. Speriamo che ci sia un lieto fine per Carrie (molto più normalizzata esteticamente e meno spigolosa caratterialmente nel film di De Palma), speriamo che Chris e Billy siano scoperti prima di far cadere il secchio, speriamo che Carrie possa essere felice, e ci speriamo fino a quando P.J. Soles non fa partire la risata collettiva che, di fatto, scatena l’ira di Carrie e tutto ciò che ne consegue.

Il romanzo di King è più approfondito, e anche più sgradevole e in grado di mettere a disagio il lettore, perché è davvero difficile provare una simpatia reale per il personaggio di Carrie che vada oltre il suo essere vittima; il film di De Palma è più crudele, perché a Carrie si vuol bene sin dall’inizio, gli altri personaggi hanno meno spazio, ed è tutto incentrato sul suo desiderio di essere normale, di avere un’adolescenza come tutti gli altri, o di passare almeno una bella serata. Aggiungiamo anche che, mentre King sceglie di raccontare la scena iniziale, quella delle docce, dal punto di vista di Sue prima, e dell’insegnante di ginnastica poi, De Palma sta concentrato su Carrie, proprio per stabilire con la sua protagonista un rapporto empatico, che renderà infinitamente più doloroso il momento del ballo.
In questo, gran parte del merito va dato all’interpretazione di Spacek, all’epoca nominata all’Oscar (insieme a Piper Laurie).

Credo che Carrie abbia resistito alla prova del tempo e sia ancora oggi considerato un grande film non solo per il linguaggio, negli anni ’70 estremamente innovativo, di De Palma. C’è qualcosa di primordiale ed eterno, nella storia di questa giovane donna e della sua vendetta, qualcosa che il film è riuscito a cogliere in pieno e che gli adattamenti successivi non hanno compreso (o non hanno voluto comprendere fino in fondo). Perché comprenderlo e accettarlo fino in fondo significa sporcarsi le mani e ritrovarsi in luoghi della mente in cui non è piacevole andare. Che è poi la missione di un horror degno di chiamarsi tale.
Quindi, anche se fino alla scena dell’incoronazione, Carrie è apparentemente un teen drama (e ha fatto scuola per i teen drama), l’orrore se ne sta acquattato in ogni angolo del fotogramma, pronto a saltarti addosso quando meno te lo aspetti.
A 44 anni di distanza, ancora un’esperienza da incubo.

19 commenti

  1. grande film, recentemente ho acquistato il cofanetto della midnight classic in edizione limitata, non potevo farmelo scappare

  2. Mi dispiace per la tua amica, ma il tuo omaggio a lei è una cosa carina.

    È un film davvero bello, anche (ma non solo) perchéla mattanza finale di Carrie sembrava una manifestazione di furia divina, anche perché a differenza del tipico mostro, lei non aveva bisogno di toccare nessuno!
    Alle medie (periodo per me terribile) sentivo la Carrie del film molto vicina e pensavo che se avessi avuto quel potere, forse una mezza strage di bulli in classe l’avrei fatta pure io…

    1. Capisco perfettamente cosa vuoi dire a proposito della strage di bulli…

      1. Chiunque abbia provato il bullismo sulla propria pelle (medie maledette, ma pure nei primi anni di liceo non si scherzava) avrebbe voluto disporre di un potere simile fosse pure per un solo istante, credo, e di certo l’essere stati bullizzati portava/porta tutt’ora a empatizzare ulteriormente con il personaggio di Carrie (una magnifica e credibilissima Sissy Spacek), dall’inizio fino all’inevitabile e cruento finale… Una trasposizione kinghiana invecchiata assai bene, senza dubbio.
        P.S. Il tuo affettuoso omaggio è senz’altro la cosa più giusta e sentita, sapendo anch’io chi era l’amica alla quale dedichi il tutto…

        1. Ancora non riesco a credere che sia successa una cosa così orribile.

  3. Un omaggio meraviglioso, il più bello che potessi farle.

    Capisco i tuoi genitori. Al di là di it e dell’iconografia del pagliaccio, penso che il film tratto da King che più mi ha terrorizzata sia Carrie, visto per la prima volta una sera in TV e mai più dimenticato.

    1. La faccia di Carrie quando decide di usare il suo potere al ballo popola i miei incubi da che ho memoria, anche da prima di vedere il film.

  4. Bellissima idea, anche se mancheranno quei piccoli film misconosciuti che sai tirare fuori dalla polvere a nostro beneficio, dato che credo non esista un rifacimento da King ignoto ai più. Comunque si comincia alla grande, questo è uno dei migliori se non il.

    1. Quelli ci saranno sempre in questo blog, puoi starne certo 😉

  5. E già, chi poteva mai immaginare che alla fine King avrebbe soppiantato in popolarità Brian De Palma… Carrie è un film straordinario, con una Sissy Spacek fenomenale che la giuria degli oscar non ha inspiegabilmente premiato come avrebbe dovuto. Tutto è perfettp: attori (da segnalare il clamoroso William Katt, futuro Ralph supermaxieroe, e un capelluto John Travolta), regia, scenografie… Per non parlare della fondamentale colonna sonora di Pino Donaggio: il brano “For the last time we’ll pray” è da brividi! Capolavoro assoluto, e ce ne sono pochi.

    1. Sì, è un capolavoro, e ogni volta che lo rivedi, noti qualcosa che non avevi notato nella visione precedente. Un film incredibile.

  6. Ciao, sono quello pedante e off-topic, e sono qui per dirti che il fandom c’era, per lo meno dagli anni ’20. Lo avevano messo in piedi dei tizi che leggevano giornaletti, e si sentivano per lettera, ed occasionalmente in gelateria.
    Ciò che non c’era era internet – e quando i fan si incontravano per un’ora una volta ogni due settimane, forse avevano di meglio da fare che dedicarsi alle autopsie dei film, dei romanzi e dei fumetti.
    Per citare Brian Aldiss, “i bei tempi in cui il fantastico era trattato alla stregua della pornografia”.
    E non aggiungo altro, perché passi l’off-topic, ma non esageriamo.
    Grazie per il post.

    1. Ma l’idea di essere oltraggiati da una trasposizione, come se il libro cessasse di esistere nel momento in cui diventa un film, è molto recente, e precede comunque i social di qualche annetto. Io mi ricordo ancora l’insurrezione dei fan di Anne Rice ai tempi di Tom Cruise scelto come Lestat, per esempio

  7. Ti sei sbloccata per un motivo devastante (proprio ieri ho comperato il suo Exit) e io posso solo ringraziarti per questa tua serie di post dedicata a King.

    Carrie è uno dei miei film preferiti e fortunatamente qualche anno fa, all’uscita di IT, ho potuto vederlo al cinema. Film bellissimo, che davvero ha resistito alla prova del tempo!
    Complimenti per la tua analisi.

    “Senza ambiguità non esiste orrore.” Sacrosanta verità!

    1. Quanto mi sarebbe piaciuto riuscire a vederlo in sala…

  8. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Ciao, è…nobile il motivo perchè alla fine ti sei messa al lavoro sulle trasposizioni Kinghiane.
    E anche coraggioso perchè …insommma…prima o poi ci si imbatte in un “monolite” in Colorado diretto da Stanley. Ti fa onore. Per parafrasare un celebre motto dei rugbysti, “noi Kinghiani incalliti non c’è ne andiamo mai, flippiamo solo nei Territori,”.
    Riguardo la tua recensione, puntuale ,perfetta, arguta….Mi ha fatto sobbalzare quello che hai scritto sulla critica femminista. E’ incredibile. Cioè: John Travolta (John Travolta, eh! Il simbolo della virilità di quegli anni…) è un giocattolino nelle mani di Chris. Persino il “buono” Tommy Ross, che dovrebbe essere il “good American guy” bello e bravo che piace alle mamme è TOTALMENTE INADEGUATO (e ricordiamolo, agisce anche lui su impulso di Sue). Se vogliamo anche il Cristo che campeggia nell’armadio di Carrie “punita” è un simbolo ottuso di punizione.
    Come si faccia a vedere nel capolavoro di De Palma “un film che punisce la donna in quanto tale” io proprio non lo so. Ah, e quanti film prima di questo hanno mai rappresentato le mestruazioni, tra l’altro?
    Al limite forse “punisce” la mancata solidarietà femminile, ma non credo nemmeno sia la prima chiave di lettura. Non è che mi faccia incazzare particolarmente perchè femminista, mi danno fastidio le letture “ideologiche” dei film. Io parto dalla mia idea e cerco di INFILARE A FORZA la mia idea in un film, come un bambino con le “formine” che cerca di far entrare la “formina” del quadrato nello spazio del cerchio. Non è così che ci si rapporta alle opere d’arte.
    E qui siamo all’opera d’arte perchè è proprio “senza tempo”. 43 anni dopo mette gli incubi come allora. E non son mica pochi. Lo so bene, è il mio anno di nascita.

    1. A me piace, di solito, discutere anche sui significati politici o ideologici di un film, perché credo che tutto sia politica e, soprattutto quando lavori su un genere così popolare come l’horror, è normale diventare lo specchio di paure di stampo politico. Solo che, in certi casi, non mi trovo affatto d’accordo con alcune interpretazioni. Carrie non è, a mio parere, un film misogino. Non è “femminista”, ma non è neanche un film che propaganda l’odio per le donne, ecco.

  9. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Sì a me non piace “inforcare occhiali” (non quelli 3D) PRIMA della visione. Per fortuna c’è un’etica, in un’opera d’arte. Se no la serie “Mondo Cane” sarebbe uguale e “Freaks” di Browning. Grazie all’Unoverso non è così. “Viaggio al termine della notte” è l’opera di un pezzo di…antisemita filonazista? Sì. E’ un capolavoro? Pure. Alle mie prime visioni dell’ “Esorcista” di Friedkin mi chiedevo se l’Autore non fosse un bigotto o uno con un senso dell’humour molto particolare.
    Decisi che non era importante.
    Anni dopo , alla fine della visione di quella piccola gemma misconosciuta che è “the bug” mi resi conto che tanto bigotto non doveva essere.
    Scusami il pistolotto non certo indirizzato a te che hai una visione libera, dettata dall’amore per la materia e dalla competenza.

    1. Figurati! Ho capito perfettamente il tuo ragionamento, e sono anche d’accordo. Ho sempre seguito autori “di destra” e uno dei film che amo di più è Alba Rossa, quanto di più distante dalle mie posizioni “ideologiche” possa esistere.
      Non faccio alcuna fatica a scindere autore e opera, quando si tratta di appartenere a fazioni divergenti, faccio un po’ più di fatica quando un autore compie degli atti ignobili. A quel punto mi riesce difficile apprezzarne l’opera.

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