American Horror Story: 1984

Credo siano quasi cinque anni che non parlo più di American Horror Story, e il motivo è che né io né la serie avevamo più molto da dire. Intendiamoci, mi sono divertita a guardare Roanoke, un paio di risate con Cult me le sono anche fatte, e non ho mai terminato Apocalypse per noia sopraggiunta al terzo episodio o giù di lì. Come tutte le cose che si trascinano per tanti, troppi anni, AHS era un po’ diventata la parodia di se stessa, e io avevo smesso di attendere l’arrivo della stagione successiva con gioia e trepidazione.
Poi Murphy e Falchuk annunciano che, dopo secoli passati a girarci attorno senza tuttavia aderire al genere apertamente, la stagione numero 9 sarebbe stata uno slasher, e a quel punto io cosa dovevo fare, secondo voi?
AHS allo slasher ci è passata accanto in parecchie occasioni: da Bloody-Face in Asylum al terribile Twisty il clown di Freak Show, alcuni elementi del filone hanno fatto capolino con regolarità nell’universo della serie.
Ma 1984 è slasher puro e semplice, con tanto di campeggio, istruttori fatti fuori uno a uno, e ben tre serial killer (a un certo punto addirittura quattro) in giro ad affettare gente.
Potevo sottrarmi a una cosa simile?
Certo che no.
Come bonus, questa volta la serie è davvero breve: soltanto nove episodi a differenza dei tradizionali dodici o tredici, il più lungo dei quali dura 48 minuti. In altre parole, si guarda in un paio di giorni e non c’è il tempo materiale per annoiarsi.

Ambientata (ma tu guarda) nell’estate del 1984, la serie racconta di un gruppo di ragazzi assunti come istruttori a Camp Redwood, un campeggio per bambini rimasto chiuso a lungo a causa di una strage avvenuta nel 1970: una notte, il custode Benjamin, poi divenuto famoso con il soprannome di Mr Jingles, si era introdotto nelle baracche dello staff e aveva assassinato una decina di persone. Una delle vittime scampate al massacro, l’ultra religiosa e non tanto a posto con la testa Margareth (Leslie Grossman, già apparsa in Cult), decide di comprare il campo e riaprirlo al pubblico, e i nostri protagonisti, ignari di tutto, arrivano lì proprio la notte in cui Jingles scappa dal manicomio e ritorna sul luogo degli omicidi.
Questa è la trama in poche righe, ma se avete visto anche mezza stagione per sbaglio di AHS, sapete già che la trama in quanto tale significa poco o nulla, perché ci sono quei cinque o sei colpi di scena piazzati a ogni episodio che stravolgono ogni cosa accaduta fino a due minuti prima e conducono la vicenda verso direzioni nuove e inaspettate.
Quindi sì, AHS: 1984 è uno slasher, ma è anche tante altre cose.

Una rievocazione degli anni ’80, prima di tutto.
E qui in molti avranno smesso di leggere, perché con gli anni ’80 anche basta e non ne possiamo più di ragazzini in bicicletta.
Qui sta il primo, grande successo della nona stagione di AHS: la mancanza di uno sguardo nostalgico su un periodo storico che ha subito un processo di mitizzazione eccessiva, soprattutto da parte di chi non lo aveva mai vissuto. Murphy e Falchuk negli anni ’80 c’erano, e sanno anche quanto facessero schifo, sanno che, sotto la patina di edonismo esasperato, sotto i luccichii dei neon, dietro alle pettinature ridicole e alla musica di merda, c’era un’oscurità da far gelare il sangue nelle vene.
Ed è questa oscurità che interessa loro portare a galla, questo vuoto colmato dai lustrini. Logico che i personaggi riflettano l’estetica e la mentalità di quegli anni, ma non c’è affetto, non c’è tenerezza nel ritrarle. Non è un caso che il genere scelto per calarsi negli anni ’80 sia lo slasher, quello in cui un maniaco armato di coltello squarcia la pelle perfetta di una generazione perduta.

Poi c’è la struttura stessa della serie, molto particolare, con i primi cinque episodi che raccontano una sola notte, e i successivi quattro che saltano avanti nel tempo fino ad arrivare al 2019 con la puntata conclusiva, intitolata Final Girl. In mezzo a tutto questo, ci saranno anche incursioni nel ’70, anno della prima strage, e nel 1948, per l’episodio più bello della stagione, quello dove viene in pratica rimesso in scena il prologo di Venerdì XIII, con una splendida Lily Rabe che appare nei panni del corrispettivo di Pamela Voorhes.
AHS: 1984 dialoga infatti in continuazione con gli slasher dell’epoca classica e non si limita alla citazione in quanto tale, ma integra alla perfezione gli elementi presi in prestito dai film del passato nel tessuto narrativo della storia, cambiandoli quel tanto che basta per renderli sì riconoscibili, ma non avulsi dal contesto. Niente autore che ti si siede vicino facendoti l’occhiolino e dandoti di gomito, dunque. E la storia di Lily Rabe è indicativa, in tal senso: a prima vista può sembrare una rievocazione sterile, ma poi ci si accorge che rappresenta il cuore pulsante della vicenda.

Non solo slasher, tuttavia, altrimenti non ci troveremmo in AHS, perché 1984 è anche un horror soprannaturale (che usa un espediente molto simile a quello di Murder House), gioca col satanismo e racconta di serial killer realmente esistiti, con la presenza fissa di Richard Ramirez, assassino attivo a Los Angeles tra il 1984 e il 1985, e qui interpretato da un somigliantissimo Zach Villa.
Anche l’ossessione tutta americana per i serial killer e il satanic panic sono al centro di questa stagione, essendo entrambe le cose caratteristiche degli anni ’80, e parti integranti del loro lato oscuro che AHS: 1984 vuole evidenziare e portare alla luce.
Da sogno per milioni di spettatori ipnotizzati da un revival sempre più pervasivo, gli anni ’80 qui diventano un incubo prima, e un fantasma poi, da ricordare, certo, ma anche da superare, da guardare con distacco oggettivo; non c’è nulla da rimpiangere, nulla di cui avere nostalgia. Si può solo andare avanti e lasciare che i fantasmi di Camp Redwood riposino in pace.

Giusto sottolineare il lavoro di un cast molto ricco, capitanato da Emma Roberts e Billie Lourd; la prima, final girl designata, ma con qualche sorpresa, la seconda, incarnazione pura e semplice degli anni ’80, e di tutti i loro aspetti deleteri, figura malefica e patetica allo stesso tempo, di sicuro il personaggio che più rimane impresso in tutta la stagione. Ma c’è anche un John Carroll Lynch in gran spolvero, nel ruolo del tormentato e assassino suo malgrado Mr. Jingles, che sembra divertirsi un mondo a prestare volto e stazza a questa versione ancora più tragica di Jason.
Insomma, io ero convinta che AHS fosse arrivata alla fine del suo ciclo creativo e che fosse destinata a spegnersi lentamente nel silenzio e nell’oblio, e invece mi ha stupita in positivo. Per una come me, appassionata a livello quasi maniacale dei cliché e dei tropi dello slasher, una serie così consapevole di questi meccanismi e che lo usa così bene, è un magnifico regalo.
E ora, comincio ad attendere di nuovo con gioia la prossima stagione.

12 commenti

  1. Concordo in pieno sul fatto che gli anni ’80 anche basta, ma…
    Lo sapevi, vero, che c’era un MA? 😉
    Perché se è vero che l’effetto nostalgia su quegli anni meravigliosi in cui tutti andavamo in giro in BMX cantando la canzoncina de La Storia Infinita è il frutto di un calcolo commerciale che ha molto poco a che vedere con la realtà, è anche vero che la storia degli anni di vuoto edonismo, giacche con le spalline imbottite e musica di merda è altrettanto artificiale e parziale. È solo un’altra serie di cliché – forse meno logora della precedente, ma altrettanto fasulla.
    Per cui sì, anche basta.
    Ma d’altra parte, in capo a due mesi cominceranno a spacciarci la nostalgia degli anni ’90, e lì non c’è davvero niente da ridere.

    1. Sarà colpa mia che ne ho un brutto ricordo, o forse ero troppo piccola, ma trovo la versione sull’edonismo e la superficialità molto più veritiera rispetto all’altra, che è un prodotto dell’immaginario.
      Che ci fosse, nel periodo, una bella esplosione di creatività è indubbio, ma nella vita quotidiana, quello che io ricordo soprattutto è il grigiore, l’angoscia e un senso di disperazione permanente.
      Insomma, io credo che siamo progrediti moltissimo rispetto a 30 anni fa, ed è una cosa positiva.

  2. Pure io avevo smesso di guardarla, se non ricordo male alla quarta, dopo la tua recensione gli voglio dare una occasione.
    Il bello degli anni 80 era che non eravamo dipendenti dalla tecnologia, esistevano i computer ma non erano alla portata di tutti, i telefonini con connessione a internet permanente inesistenti, e quelli che c’erano pesavano una tonnellata (colpa la batteria). Andavi al cinema e ti godevi un film sul grande schermo, adesso solo in casa.
    E poi c’era piu dialogo con le persone, adesso questi hanno milioni di follower e sono sempre soli.

  3. Ho visto una puntata e mezza, già il secondo scheletro nell’armadio dei personaggi mi aveva stufato, ma poi arrivi tu, stasera la ricomincio. Diavola!

    1. Sarà un po’ tutto pieno di scheletri nell’armadio, in realtà. Però io mi sono divertita un mondo!

      1. Avevi ragione, mi sono divertito anch’io, la filosofia dell’accumulo in questo caso aveva il suo perchè. Chissà come l’avra presa Limahl 🙂

  4. Non so nemmeno perché ho iniziato a leggere questo post, dedicato ad una serie che mi aveva stancato e che avevo abbandonato, preferendogli tremila altre cose (perché il tempo è poco, lo spazio è tanto e corro sempre a precipizio nei cunicoli della mia tana, come il White Rabbit concepito dal geniale mite pedofilo matematico)… O meglio, lo so benissimo: perché lo hai scritto tu, mio guru degli specchi oscuri ed anche questa volta sono stato premiato, perché questo tuo estratto dal testo è per me già una runa piena di poesia e significato: «[parlando degli anni ’80] un periodo storico che ha subito un processo di mitizzazione eccessiva, soprattutto da parte di chi non lo aveva mai vissuto. [coloro che c’erano] sanno anche quanto [gli anni ’80] facessero schifo, sanno che, sotto la patina di edonismo esasperato, sotto i luccichii dei neon, dietro alle pettinature ridicole e alla musica di merda, c’era un’oscurità da far gelare il sangue nelle vene»

    Non essendo amante delle T-Shirt, una maglietta non so se la indosserei, ma di certo un giaccone sportivo di cotone grosso (come quello dei tanti collegiali televisivi tutti uguali che giocano a football nello stile mistificante alla Riverdale) con ricamato «ilgiornodeglizombie I ♥ Lucia» lo comprerei subito!

    1. Come sempre, grazie!
      Purtroppo si tende a confondere l’immaginario partorito negli anni ’80, che è bellissimo e, in un certo senso, ce lo portiamo dietro anche oggi, con la vita quotidiana negli anni ’80. Sono due cose diversissime, radicalmente diverse, e la nostalgia le ha distorte nella maniera peggiore.

      1. Sono perfettamente d’accordo: al cinema ed in TV, accadde la stessa cosa con la mitizzazione negli USA (in Europa solo per caduta e per importazione) per i cosiddetti Happy Days degli anni ’50 statunitensi, con l’esaltazione di alcuni aspetti molto appariscenti del modo di vivere della middle-class di allora, nascondendone altri come il razzismo imperante ed una condizione femminile avvilente sia nel mondo del lavoro che tra le mura domestiche e tant’altro, ma quando ci furono i revival post-American Graffiti, ci furono fortunatamente anche una valanga di film della nuova Hollywood che cercarono di far aprire gli occhi al pubblico (compresi film splendidi e passati un po’ sottotono come Peggy Sue Got Married si Coppola, mentre l’ubriacatura per gli anni ’80 appena trascorsa (almeno nel suo apice) sembra molto più un’operazione di maquillage estetico e superficiale usata in modo ruffiano da Netflix per fidelizzare la fascia generazionale più importante dei suoi abbonati…

        Scusa la logorrea, ma in genere una bella prosa come la tua scaturisce solo in presenza di una bella mentre ed allora mi sono permesso…

  5. Con simili premesse (e in quegli anni, come Murphy e Falchuk, c’ero anch’io) mi sa che un’occhiata a questa nona stagione di AHS gliela do anch’io…

    1. Sì, ti assicuro che ti divertirai tantissimo!

  6. Io mi ero fermata ad Hotel, la quinta stagione mi pare. E di quelle cinque ne ho apprezzate realmente forse solo due (le prime due). Avevo iniziato anche quella in cui moglie e marito raccontano stile mokumentary, non ricordo più se era la sesta o avevo saltato qualcosa, ma ho abbandonato perché non mi stava prendendo. Essendo una serie antologica, però, il bello è che si possono saltare le stagioni e siccome anche io sono un’amante dello slasher (anche se rientro nella schiera di quelli “mobbasta con sti anni ’80), magari a questa stagione si può dare una chance.

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