Ottobre Amicus: Tales from the Crypt

Regia – Freddie Francis (1972)

Finalmente ci siamo, finalmente parliamo di uno dei migliori horror antologici di sempre (forse addirittura il migliore), e dell’apice della produzione Amicus, I Racconti dalla Tomba, tratto dagli storici fumetti dell’orrore della EC e, non me ne vogliano King, Romero, la HBO e i nuovi autori della serie Creepshow, mai riportati in sala o in tv allo stesso livello.
E pensare che la riuscita di Tales from the Crypt si basa proprio sul tradimento del materiale cui Francis si ispira, spogliato per l’occasione di quel tocco sardonico che lo aveva reso famoso tra torme di ragazzini negli anni ’50, e prima che la censura si abbattesse su Gaines e sugli altri autori e portasse alla chiusura di quasi tutte le testate, o alla loro sostituzione con qualcosa ritenuto più innocuo.
Se le successive trasposizioni (soprattutto la mitica serie partita nel 1989) hanno estratto dai fumetti in particolare il lato comico, grottesco, spesso avvicinandosi alla farsa, il Tales from the Crypt della Amicus, pur mantenendo lo spietato contrappasso tipico di quelle storie, e non mancando di sottolinearne il lato ironico, seppur in modo sottile, è un film molto serio, è un tipico horror britannico che tuttavia riprende un corpus di racconti nato e sviluppatosi negli Stati Uniti e lo adatta allo stile e alla mentalità del cinema gotico inglese: è proprio per l’incontro di queste due anime così diverse che il risultato finale è una delizia.

Che poi, i fondatori della Amicus non sono inglesi, ma americani, e fu proprio uno dei due, Milton Subotsky (anche autore della sceneggiatura), a convincere il suo socio Rosenberg ad acquistare i diritti dei fumetti della EC Comics per realizzare il quinto film antologico della casa di produzione. Venne coinvolto anche Gaines in persona, che pretese l’approvazione finale sulla sceneggiatura e, per una volta tanto, si poté fare affidamento su un budget sostanzioso, sempre per gli standard piuttosto bassi della Amicus.
Anche se la parabola editoriale delle varie testate, Tales from the Crypt, The Vault of Horror e The Haunt of Fear, era stata bruscamente interrotta a metà degli anni ’50, in seguito a una vera e propria caccia alle streghe contro i fumetti violenti, i loro fan nel frattempo diventati adulti, non avevano dimenticato. Si trattava quindi di un progetto molto ambizioso, uno dei primi “cinecomics” del cinema moderno, nonché un modo per distinguersi sempre di più dalla collega e rivale Hammer, che Subotsky ha sempre detestato cordialmente.
A dirigere il film torna una vecchia conoscenza della Amicus (e della Hammer, e di qualunque amante del buon cinema, a dire la verità), Freddie Francis, regista de Le Cinque Chiavi del Terrore e Il Giardino delle Torture, i primi due portmanteau targati Amicus. È importante sottolineare la presenza di Francis dietro la macchina da presa, in quanto il suo stile elegantissimo, molto diverso dall’aggressività di un Baker, tanto per fare un esempio, era adattissimo per bilanciare le virate grottesche di quei raccontini a base di grettezza, avidità e atroci punizioni.

La Cornice

A differenza degli altri film di cui ci siamo occupati questo mese, la cornice di Tales from the Crypt è soltanto un pretesto per dare vita ai cinque episodi, questo nel pieno rispetto dello spirito dei fumetti originali e della tradizione di far introdurre le singole storie a un anfitrione. Anche qui c’è il Guardiano della Cripta, solo che è molto diverso dalla sua controparte cartacea: meno ciarliero, più sobrio e inquietante, è interpretato da Ralph Richardson, e racconta a cinque sconosciuti la loro morte, che forse è già avvenuta, forse deve ancora accadere.
Non c’è molto altro da dire a riguardo: il Guardiano ha una caratterizzazione gotica che nel fumetto non aveva, perché, lo abbiamo già detto, la scelta di Francis e Subotsky è quella di verniciare il tipico umorismo delirante della EC con una patina di seriosità che, in un periodo in cui le commedie horror in pratica non esistevano, se non in forma del tutto sporadica, era ritenuta più adatta al grande schermo.
E quindi non c’è nessuno scheletro animato a presentarci i segmenti, come del resto viene anche a mancare il commento finale, la chiosa del Guardiano (o della Vecchia Strega o di Zio Tibia) che spiegava il senso della storia e concludeva il tutto con un’ultima risata.
Spogliati di tutti gli orpelli del fumetto, i cinque segmenti mantengono tuttavia intatta la purezza del racconto del terrore e la morale draconiana che punisce i cattivi, ma non risparmia purtroppo i buoni.

I Segmenti

Parte subito fortissimo, Tales From the Crypt, con uno degli horror natalizi più famosi di sempre: …And all through the House è tratto da The Vault of Horror (il numero 35, per esattezza) e interpretato da Joan Collins nel ruolo di una donna che uccide il marito la notte della vigilia per intascare i soldi dell’assicurazione. Solo che non ha fatto i conti con un maniaco omicida, scappato dal manicomio e vestito come Babbo Natale, deciso a farle la pelle.
Il segmento è un piccolo sfoggio di classe da parte di Francis: tutto si svolge in tempo reale, all’interno di un unico ambiente, quasi senza dialoghi, e ha il sapore di una beffa crudele ai danni della nostra protagonista, certa di avere di fronte a sé un futuro radioso, e destinata al contrario a una morte orribile.
Ciò che stupisce, di questo breve frammento, è la completezza di informazioni e la ricchezza di dettagli che Francis riesce a fornirci in pochissimo tempo e senza fare affidamento sulle parole. Un classico che, da solo, vale il prezzo del biglietto.
La stessa storia sarebbe poi stata ripresa da Zemeckis per inaugurare la serie del 1989. Difficile scegliere, tra le due, quale sia la migliore trasposizione: più aderente al linguaggio del fumetto quella degli anni ’80, più raffinata e carica di tensione quella di Francis, io tendo a preferire la versione del ’72, se non altro perché la classe di Joan Collins è inarrivabile.

Il secondo episodio è ispirato a una storia apparsa su Tales from the Crypt nel numero 23 dell’aprile 1951. Dico ispirata perché del fumetto rimane soltanto l’idea di fondo, ovvero quella della vittima di un incidente stradale che si salva e, mentre si incammina verso casa, si rende conto che tutti sono terrorizzati dal suo aspetto; in Reflection of Death, un uomo lascia moglie e figli per andare a vivere in un’altra città con la sua amante, ma durante il tragitto, la macchina su cui viaggiano esce di strada. L’uomo si risveglia e cerca di chiedere aiuto, ma ogni persona che lo incrocia fugge a gambe levate.
L’interessante idea visiva che tiene in piedi il segmento è quella di girare l’intera sezione dopo l’incidente in soggettiva, fino alla rivelazione finale. Certo, dopo …And all through the House, il compito di proseguire sullo stesso livello è arduo, e quindi Reflection of Death ha il compito più ingrato di tutta l’antologia, però si difende abbastanza bene.

Se parlavamo, la settimana scorsa, di Peter Cushing in un ruolo abbastanza inusuale, quando vedrete Poetic Justice, avrete qualche difficoltà a credere ai vostri occhi. Tratto dalla storia d’apertura del numero 12 di The Haunt of Fear, l’episodio racconta di un vedovo, Arthur Grimsdyke, tormentato fino al suicidio da un insopportabile riccastro che vive nel suo stesso quartiere, convinto che l’anziano uomo sia troppo povero e quindi metta in cattiva luce il vicinato.
Grimsdyke si impicca il giorno di San Valentino, ma tornerà per avere la sua vendetta esattamente un anno dopo.
Nella mia classifica personale, questo episodio viene subito dopo quello natalizio e, a seconda del mio stato d’animo, gli soffia spesso la prima posizione. Il merito è indiscutibilmente dell’interpretazione di Cushing, di una tenerezza struggente, su un altro pianeta rispetto ai freddi scienziati o agli uomini d’azione cui era solito prestare il volto alla Hammer. Mi commuove ogni volta, e ogni volta è una gioia infinita vederlo tornare dalla tomba per mettere al suo posto l’orrendo rampollo dell’alta società che lo perseguitava in vita.

Il quarto segmento, Wish You Where Here, è basato su una storia presente nel numero 22 di The Haunt of Fear (gennaio 1953), ed è una variazione sul tema de La Zampa di Scimmia, ma con una conclusione che non mi vergogno di definire degna di un body horror; lo schema della vicenda dovreste conoscerlo, come del resto la sua morale, riassumibile in “fate attenzione a ciò che desiderate”. Qui abbiamo una coppia caduta in disgrazia a causa di alcune scelte infelici del marito, che si ritrova a esprimere tre desideri davanti a una strana statuetta. All’inizio la moglie chiede di tornare a essere ricca e, poco dopo, il marito muore in un incidente e lei riscuote i soldi dell’assicurazione; il desiderio successivo è, ovviamente, quello di far tornare dalla morte il marito e da lì in poi parte un incubo a base di becchini, bare e liquido di imbalsamazione che vi perseguiterà per giorni.
Francis avrebbe girato un remake dell’episodio per la serie HBO nel 1996, e sarebbe stata la sua ultima regia.
Si chiude con Blind Alleys, la cui fonte letteraria si trova nell’ultimo numero pubblicato di Tales from the Crypt, e uscito nel marzo del 1955: racconta di un istituto per non vedenti gestito da un tirannico amministratore, e della conseguente ribellione degli ospiti che coinvolge un cane, dei rasoi e un labirinto costruito in cantina.
Non posso e non voglio dirvi altro, perché la progressione narrativa del segmento è efficacissima, così come la sua cattiveria e il suo senso deviato di giustizia.
Credo che Tales from the Crypt rappresenti uno dei punti più alti mai toccati dall’horror inglese (che di vette ne ha raggiunte parecchie), nonché un grandissimo esercizio nell’arte del macabro, declinata in ogni suo aspetto. Non ci sono momenti di calo, episodi deboli, difetti: ogni cosa fila alla perfezione e va a comporre un mosaico di assoluta bellezza. È vero che, spesso, nel confronto con la Hammer la Amicus ne usciva un po’ con le ossa rotte, e tuttavia (perdonatemi se vi suono eretica) con questo film la più debole e povera rivale ha superato la casa del gotico inglese a destra.

 

6 commenti

  1. Ciao,
    ho scoperto il blog relativamente da poco, e sto divorando articoli nuovi e vecchi.

    Tra le varie perle che ho scoperto qui c’è proprio questo film, che ho recuperato in inglese sfidando la mia pigrizia e ho adorato!

    Grazie per i tuoi articoli e per starmi facendo scoprire tanti titoli interessanti.

    1. Grazie a te! Spero di aiutarti a scoprire tantissimi film!

  2. Ti cimenterai anche nel remake di Zemeckis?

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Com’è possibile non parteggiare per Peter Cushing in Poetic Justice? La sua interpretazione trasmette alla perfezione la fragilità di quel povero vedovo, tanto da farci sentire sulla pelle i torti che patisce da parte del giovane riccastro bastardo di cui nessuno di noi piangerà la sorte, quando la giustizia d’oltretomba lo raggiungerà. E Joan Collins, allora? Dopo aver brigato così tanto… se solo sua figlia non avesse aperto quella porta! Certo che nemmeno la reale condizione di Ian Hendry è così invidiabile, anzi, per non parlare di chi esprime desideri senza sapere tutto quello che dovrebbe sapere, come Barbara Murray… Insomma, Tales from the Crypt è proprio un portmanteau eccellente 😉

  4. Fantastico, prima o poi qualcuno dovrà decidersi ad editare questo capolavoro con audio italiano!

    1. Ovviamente intendevo editare in home video…

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