We Have Always Lived in the Castle

Regia – Stacie Passon (2018)

Cinema e televisione, dopo tanti anni di oblio, sembrano essersi recentemente accorti dell’esistenza di Shirley Jackson; la cosa non può che farmi piacere, soprattutto se i risultati sono così buoni. Di Hill House se ne è parlato fino allo sfinimento, da queste parti, ma anche Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello è un grandissimo romanzo, di cui val la pena di discutere. Ed è un libro difficile da portare sullo schermo, in quanto molto statico, almeno fino all’ultima ventina di pagine in cui succede di tutto.
È anche una storia che non si può etichettare con un solo genere: non è un romanzo gotico, ma col gotico condivide l’ambientazione e tende a presentare le tipiche eroine gotiche sotto una deformante lente satirica; non è un mistery classico, ma c’è un mistero da risolvere; non è una commedia nera, ma è scritto con ironia tagliente e macabra. Insomma, si sottrae alle definizioni, e questa è una cosa che io apprezzo molto, sia quando leggo sia quando guardo un film.

Lo sappiamo tutti che il cinema semplifica, che un testo complesso e così pieno di sfaccettature tende a uscire sempre un po’ appiattito, a due dimensioni, quando viene adattato. Questo perché il cinema è un compromesso, la letteratura lo è solo in parte, solo in certe circostanze, e spesso non lo è affatto. Come dicevamo pochi giorni fa a proposito di IT, ognuno di noi ha già il suo film in testa e chiunque abbia l’ardire di darne una propria versione finirà per scontentare un po’ tutti.
Ci possono essere quindi tanti approcci diversi alla trasposizione di un testo: in questo caso, Stacie Passon sceglie la reverenza, la soggezione, quasi, muovendosi in maniera diametralmente opposta a quanto fatto con Hill House lo scorso anno, ma non per questo meno efficace. D’altronde, quando ti trovi a confronto diretto con il romanzo detentore del più bel paragrafo d’apertura di tutti i tempi, un po’ di soggezione è il minimo.
Ciò non significa che il film si limiti a riportare parola per parola il libro, o a farne una fotocopia sbiadita, perché Passon compie delle scelte ben precise di tono e registro, privilegiando, per esempio, il lato satirico del libro rispetto a quello gotico. alleggerendo anche le sequenze più drammatiche con una colonna sonora da commedia; inoltre apporta delle modifiche sostanziali al finale, che magari faranno storcere il naso a qualcuno, ma hanno un senso ben preciso e non mi hanno infastidita più di tanto.

Per il resto, il film compie il miracolo di azzeccare il cast perfetto: Taissa Farmiga come Merricat è una decisione benedetta direttamente da Dio, mentre Constance sembra impossibile da immaginare interpretata da qualcuno di diverso da Alexandra Daddario; per lo zio Julian abbiamo un Crispin Glover in formissima e persino Sebastian Stan non sfigura nel ruolo molto sgradevole del cugino Charles, e vi giuro che, quando ho visto il trailer per la prima volta, ero molto, molto perplessa e dubbiosa sulla sua presenza.
La ricostruzione del piccolo villaggio del Vermont e di casa Blackwood è impeccabile, quasi maniacale, e le facce degli abitanti del paesuncolo danno l’impressione di una grettezza e di una crudeltà senza limiti. Si nota che dietro il film c’è stato un enorme lavoro di visualizzazione delle parole di Shirley Jackson, e basta guardare l’arredamento degli interni (la sala da pranzo è impressionante) per rendersi conto che chi ha curato l’adattamento conosce il romanzo a menadito e si è avvicinato a questa non semplice impresa con la precisa volontà di rispettarne l’essenza.

Ed è per questo che la regista centra in pieno l’atmosfera del romanzo e la trasporta direttamente in immagini, restituendo quella sensazione di vivere in una realtà sbilenca, quella concezione sfasata della normalità che è il punto di vista di Merricat e che il lettore e ora anche lo spettatore percepiscono come assolutamente naturale, in un inno all’agorafobia (di cui Jackson soffriva), alla reclusione, al persistere nel proprio stile di vita, anche quando il mondo intero ti mostra tutta la sua ostilità.
Per questo, in apertura, ho scritto che la figura dell’eroina gotica, nel romanzo, viene deformata: la tipica formula della reclusa che si libera, qui prende una direzione inedita e inattesa, e mi fa molto piacere che il film abbia colto questo aspetto, presente soprattutto in Constance, come mi rende davvero felice il modo in cui Daddario mostra tutte le sfumature di un personaggio che ha meno “carattere” e si dispone meno alla simpatia immediata del pubblico rispetto a Merricat, ma che è in effetti il cuore della vicenda, o meglio, il suo motivo scatenante.

Una storia fatta di sommovimenti impercettibili, che trova nella staticità e nello schema ripetitivo della vita delle sue sorelle la sua ragion d’essere, che presenta ogni interruzione, anche la più piccola, di questo schema, come un’aggressione, anzi, una maledizione cui Merricat fa fronte attraverso la sua fede nella magia, posta come scudo protettivo intorno alla sua casa e a Constance.
L’amore tra le sorelle Blackwood è, anche quello, messo in scena in maniera tale da renderlo tangibile, reale, il collante delle vite delle due protagoniste, ciò che tiene insieme il tutto.
È molto importante, perché Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello funziona soltanto se adottiamo la prospettiva di Merricat, se facciamo nostra la sua morale, se accettiamo che ci sia vera gioia dentro l’assurdità e la tragedia, o forse proprio per l’assurdità e la tragedia, cosa che il personaggio di zio Julian pare suggerire. In altre parole, anche noi dobbiamo lasciare in pace le sorelle Blackwood: loro sono felici così, non hanno bisogno di essere salvate.

We Have Always Lived in the Castle mi ha ricordato Stoker, e mi sono chiesta a posteriori se Chan-wook Park non abbia preso ispirazione proprio da Shirley Jackson per il suo film. Di sicuro Stacie Passon, nella scelta delle inquadrature, nel ritmo, nell’uso dei colori, ha contratto più di qualche debito con il lavoro statunitense del regista coreano. Ed è un grosso complimento accostare un’opera prima a un colosso simile.
C’è solo un po’ di rammarico nel constatare che il film non abbia avuto una distribuzione in sala, ma sia approdato direttamente al VOD, quando sarebbe stato bello poter assistere alle gesta delle sorelle Blackwood su grande schermo.
Ma si tratta di sicuro di un film che si rivolge a una nicchia abbastanza ristretta, quella formata dai lettori di Jackson e, in generale, dagli amanti di tutte le storie strampalate, piene zeppe di personaggi weird, e dove la normalità è il nemico da combattere, e non la meta da raggiungere.

 

12 commenti

  1. “È molto importante, perché Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello funziona soltanto se adottiamo la prospettiva di Merricat, se facciamo nostra la sua morale, se accettiamo che ci sia vera gioia dentro l’assurdità e la tragedia, o forse proprio per l’assurdità e la tragedia, cosa che il personaggio di zio Julian pare suggerire. In altre parole, anche noi dobbiamo lasciare in pace le sorelle Blackwood: loro sono felici così, non hanno bisogno di essere salvate.”
    Perfettamente d’accordo, bravissima come sempre Lucia.
    A me è piaciuto tanto tanto, forse anche perchè mi aspettavo un filmetto; invece mi sono imbattuto in questo splendore, poetico e feroce insieme (se ti va, è sempre nella mia ormai fastidiosa lista – https://rateyourmusic.com/list/Blissard/film-2018/ – al n. 9).
    Con l’altrettanto bello The Little Stranger rappresentano una boccata d’aria fresca per chi, come me, ama quegli horror soffusi che si ricollegano ai capolavori del passato senza per questo rimanerne succubi.

    1. Sì, avevo già letto la lista qualche giorno fa e avevo notato la presenza di questo film. Che poi io ancora neanche sapevo fosse disponibile.
      Il cinema gotico sta lentamente risorgendo dopo un lungo periodo di appannamento. Certo, è per pochi spettatori (anche The Little Stranger non lo abbiamo visto in tanti), ma è esteticamente superbo e anche molto vitale, nella sua dimensione di nicchia.

      1. Vero. Una rinascita iniziata qualche anno fa con Crimson Peak di Del Toro il cui immeritato flop era purtroppo già dimostrazione di quanto il destino del risorto gotico non sarebbe mai stato legato ai grandi numeri (tanto da arrivare, come in questo caso, a non rischiare di distribuire un film in sala nemmeno se tratto da un romanzo di Shirley Jackson)…

        1. E infatti dobbiamo tutti ringraziare del Toro perché ha riportato al cinema un genere desueto, rischiando molto, come suo solito 🙂

  2. Prenotato per oggi :), spero che sia al livello dei film di Flanagan

  3. Bellissimo, stupendo, non trovo parole per definire questo piccolo capolavoro.
    Non ho letto il romanzo (cosa che conto di fare presto) e non so se la versione coincide con il film.
    Certo che Shirley Jackson deve amare profondamente le case e odiare le persone, in primis la famiglia (tranquilli ho letto la sua bio) e questo si riflette positivamente nei suoi libri, nel bene e nel male.
    Da oscar gli attori, Alexandra Daddario, Taissa Farmiga, Sebastian Stan e per ultimo il grande Crispin Glover ancora nel mito per aver interpretato George McFly.
    10+

    ps: spero che da questo venga tratta una serie televisiva, con gli stessi attori e alla regia Mike Flanagan 🙂

  4. Accidenti, non lo conoscevo! E poi c’è pure Crispin Glover. 🙂 Lo metto tra le priorità delle priorità.

    1. Ciao Marco 🙂
      guardalo, e’ bellissimo questo film, atmosfera da fiaba (e da incubo)

    2. Crispin Glover in forma come non lo era da anni!

  5. Come è potuto sfuggirmi? Grazie mille!

    1. Perché qui in Italia è, ovviamente, inedito e chissà quando mai arriverà dalle nostre parti. Propendo per il mai 😀

      1. Un vero peccato. Meno male che ci sei tu a regalarmi queste chicche.

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