Midsommar

Regia – Ari Aster (2019)

Quando, un anno fa, io andavo dicendo in giro che Hereditary era un folk horror, tutti a rispondermi (da leggersi preferibilmente con accento romano molto calcato): “ma che cazzo stai a di’?”; poi Ari Aster arriva nelle sale con il suo secondo film, che ho visto con colpevole ritardo e ho pure rischiato di perdere, data la solita schizofrenia della distribuzione italiana, e viene fuori un folk horror vero e proprio, senza possibilità di fare confusione con altri sotto-generi, ma anche così connesso a Hereditary da farmi pensare di non essere del tutto pazza e che, forse, ci avevo azzeccato.
Connesso, sì, ma anche molto diverso: si nota una certa ricorrenza dei temi e di stile; ci sono analogie nella direzione degli attori, cui è richiesta una recitazione intima e viscerale, in Midsommar portata quasi a un’esasperazione grottesca di fattezze e movimenti; c’è quella brutalità improvvisa che coglie impreparati e indifesi, come del resto è presente il senso di minaccia costante che ti mette di fronte all’evidenza che qualcosa di orribile debba accadere da un istante all’altro.
Ma se in Hereditary la successione degli eventi era imprevedibile, qui Aster sceglie di essere molto lineare, quasi scontato, nel senso che si capisce bene dove vuole andare a parare.
Non è un difetto, perché Midsommar è un film basato sul come e non sul cosa. 

Dove Hereditary era classicamente spaventoso, Midsommar preme sul disagio, sull’incontro di quattro personaggi spaesati con una cultura che diventa ogni istante più altra rispetto al loro modo di vivere, e ognuno affronta lo spaesamento a suo modo, con curiosità, presunzione, arroganza o terrore.
La paura in quanto tale si fa strada in brevi momenti ad altissima intensità, ed è sempre derivata da quel non sapere in che modo accadrà un qualcosa che, ne siamo certi, dovrà accadere.
È una tecnica molto interessante nella gestione di un horror così lungo (140 minuti), durata suicida in mani diverse e meno sicure di quelle del buon Aster. Interessante perché gioca con le aspettative dello spettatore, cosa che anche Hereditary faceva, ma non vuole in alcun modo portarlo fuori strada: Midsommar è una strada segnata sin dall’inizio, sin da prima che i nostri protagonisti (e Dani, di cui parleremo a parte) salgano sull’aereo che li porterà in Svezia per partecipare a una festività molto particolare, celebrata ogni 90 anni in una comunità chiusa e isolata dal resto del mondo, con le proprie regole, i propri riti e il proprio sistema di precetti religiosi.
Per fare un paragone terra terra, guardare Midsommar è come salire su un’auto senza freni che percorre un rettilineo alla fine del quale sappiamo esserci un muro di cemento. Ma non sappiamo dove sia questa fine, non sappiamo dopo quanti chilometri ci andremo a schiantare. Sappiamo solo che, prima o poi, dovremo andarci a sbattere contro.

Anche per questo, se si esclude una certa iconografia che lo omaggia, Midsommar ha molto poco a che spartire con The Wicker Man; paradossalmente, ci azzeccava di più la struttura di Hereditary.
Di certo, il modello cui Aster prende ispirazione è quello del cinema anni ’70, la stagione anarchica e selvaggia dove tutto era lecito, dove mettere in scena bizzarrie di varia natura era una cosa all’ordine del giorno. E infatti, Midsommar è un film privo di qualunque freno inibitorio, è un film che osa, osa e osa ancora, non teme neppure il ridicolo, non ha paura di niente, è un urlo liberatorio di rabbia e dolore che prende allo stomaco e instaura con chi guarda una connessione profonda e dalla natura quasi animalesca, un trionfo assoluto di spirito pagano.
Insomma, potrebbe diventare il folk horror per antonomasia, roba che persino The VVitch sembra una faccenda molto controllata e compassata.

Per affrontarlo, anche voi dovete lasciare fuori dalla sala i vostri freni inibitori, operazione non semplice, soprattutto oggi, soprattutto nella società in cui viviamo, dove l’empatia è considerata un peccato mortale, la sofferenza va nascosta sotto il tappeto e i sentimenti cacciati a forza dentro uno sgabuzzino.
Ed ecco che arriviamo al personaggio principale di Midsommar, ovvero Dani, interpretata da una Florence Pugh immensamente brava, che non conoscevo affatto e di cui mi sono innamorata all’istante.
Dani è una giovane donna travolta dal dolore in seguito a un orribile lutto che colpisce la sua famiglia; ma anche prima della tragedia, è una creatura sofferente, e purtroppo accompagnata dal peggior esempio di uomo sulla faccia della terra, circondato a sua volta da un gruppo di amici da prendere a calci in faccia dalla mattina alla sera.
Dani è sola anche se, in teoria, avrebbe un fidanzato, è sola perché a lui manca anche quel briciolo di naturale senso di empatia che dovrebbe essere un requisito fondamentale per definirsi esseri umani, e la fa anche sentire sbagliata e inadeguata, come se fosse lei quella con le mancanze.
Non so se vi siete mai trovati nella situazione di non poter esprimere il vostro dolore alla persona che più dovrebbe starvi vicino, non so se siete mai stati costretti ad allontanarvi e isolarvi per viverlo cinque minuti, questo dolore.

Ecco, Dani ha questo tipo di relazione con Christian, il loro è un rapporto tossico, basato su un tipo di abuso psicologico spesso non preso in considerazione, e credo che, se non si capisce bene questo punto fondamentale, tutta l’esperienza di Midsommar vada a farsi benedire: senza cogliere l’essenza di quanto subisce Dani da Christian e dai suoi amici, senza entrare in contatto con il deserto interiore causato dal lutto e dal dolore, quel finale così estremo e liberatorio vi sembrerà forzato, eccessivo, quella cacofonia di canti, urla e lacrime non vi colpirà nel modo giusto.
Come spesso accade nell’horror, si entra nel campo della percezione soggettiva delle cose: io avevo sette metri di pelle d’oca, piangevo, sorridevo come una scema e rabbrividivo tutto nello stesso momento. Ma capisco che possa risultare ostico, addirittura fastidioso.

Perché quando ci si trova di fronte a un’opera senza vergogna come questa, all’esatto opposto del cinema trattenuto, spesso la reazione è una risata di rifiuto, un voler trovare quasi inconsciamente il lato ridicolo (che c’è sempre, dietro l’orrore), per non essere costretti a cadere nell’abisso che Aster ha preparato con cura in nostro onore.
O anche per non voler mettere in discussione e forse arrivare a sacrificare un intero sistema di valori, un modo di vivere dove la condivisione dei nostri sentimenti è percepita come sbagliata, anormale, dove non si è mai veramente accolti, e mai si è sul serio parte di qualcosa più grande di noi, che trascenda il nostro essere individui fragili e disperati.

L’horror ha da sempre il compito di far traballare le nostre certezze, possiamo affermare che sia nato con questo scopo; d’altro canto, il cinema d’autore non è fatto per compiacerci. Midsommar è un esempio perfetto di horror d’autore, con la potenza inusitata di un prodotto da exploitation anni ’70 e il rigore estetico, la bellezza assoluta di un grandissimo autore che si prende addirittura il lusso di girare un film dell’orrore in assenza dell’elemento notturno, fotografarlo con delicati colori pastello, e piazzare alla bisogna momenti di violenza allucinante che non ti lasciano neppure il tempo di realizzare cosa ti è appena piovuto addosso.
Se siete pronti a una visione del genere, se siete pronti ad accettare le danze sfrenate di questi corpi imperfetti, Midsommar diventerà uno dei vostri film del cuore, ve lo assicuro. Altrimenti, lasciate passare del tempo, rivedetelo, ma non condannatelo, perché forse per voi non era il momento adatto.

21 commenti

  1. Dopo il lutto in famiglia e quel sentirsi soli e abbandonati tra le mura domestiche, in questo film si parla delle “donne che amano troppo” -per citare un bellissimo libro che sarà pure scritto per le donne ma andrebbe letto da tutti gli uomini- di come la nostra società si basi sulla precarietà dei sentimenti e gli altri siano solo pedine da usare.
    Christiian è un pessimo fidanzato ma fa schifo anche come amico- vedi la storia della tesi e di come neghi di conoscere il ragazzo afro americano- tuttavia non è ” cattivo” nel senso classico del termine. È uno di quelli che magari se la prende con certi film che sono ricattatori moralmente, che non comprende per nulla la compassione, che vede negli altri dei passaggi, convenzioni, ma nulla di umano.
    Paradossalmente è il trionfo della vita, crudele e feroce ma capace di accogliere, di starti accanto e soffrire con te, sostenendoti mentre i morti appaiono i ragazzotti yankee, volutamente non troppo approfonditi.
    Non è un film negativo sull’amore e sulla coppia, ma un film che racconta di come certe relazioni sono molte cose ma non amore e di come ci si debba liberare da esse, come ci si deve liberare dai sensi di colpa di un lutto. Opera bellissima, per me Ari è il miglior regista horror della sua generazione.

    1. È un film che racconta tante distorsioni e orrori del nostro vivere insieme, che è tutto sbagliato.
      Quindi no, assolutamente non è contro l’amore, anzi!

  2. Sono curiosissima.

    1. Spero che tu possa vederlo il prima possibile ❤

  3. Da vedere e rivedere… Me ne sono innamorato follemente…
    P.S. tra gli amici da prendere a calci in faccia la palma del migliore se la aggiudica colui che fa pipì sulle ceneri degli avi… 😀

    1. Infatti credo che andrò a rivederlo in settimana, prima che lo tolgano da tutti i cinema!

  4. Blissard · · Rispondi

    A me è piaciuto, ma non posso dirmi completamente soddisfatto.
    Bellissimo a vedersi pur nella sua lunghezza, mi ha profondamente deluso per la pochezza con la quale descrive Chris e i suoi amici, meno sfaccettati persino della carne da macello dei più dozzinali slasher anni 80. Gli adorabili trucchetti presenti in Hereditary sono riproposti con meno freschezza, e se meritoriamente Aster rinuncia agli eccessi (forse un po’ pacchiani) del finale di quel film, c’è anche da dire che in Midsommar a mio parere non c’è niente e nessuno che si avvicini all’intensità di Toni Collette (ho rivisto Hereditary ieri e sono rimasto annichilito dal modo in cui Toni domina la scena ogni volta che appare).
    Interessante ovviamente tutto il discorso anti-etnocentrico, e certe particolarità della comunità di Harga sono geniali (il camminare all’indietro, la condivisione emotiva).
    Onestamente un gran bel film, ma non mi ha suscitato questo grande trasporto emotivo.

    1. Ma a me sta benissimo che Chris e i suoi amici siano descritti in quel modo: è voluto. A parte questo, quando si tratta di certi film, la percezione è del tutto soggettiva: emotivamente, mi ha colpita più questo rispetto a Hereditary, che ha il merito di avermi spaventata di più.

  5. Favoloso, perché semplice ed incisivo, il paragone con l’auto in corsa verso un muro imprevedibile nel suo sbucare fuori e devastarti.

    Non so se vi siete mai trovati nella situazione di non poter esprimere il vostro dolore alla persona che più dovrebbe starvi vicino, non so se siete mai stati costretti ad allontanarvi e isolarvi per viverlo cinque minuti, questo dolore.
    Ecco, Dani ha questo tipo di relazione con Christian, il loro è un rapporto tossico, basato su un tipo di abuso psicologico spesso non preso in considerazione […]

    Sì, eccome.
    Mi sa che questo film fa per me… con tutta probabilità dovrò attendere che esca in dvd (oppure venga proiettato in una rassegna), ma è mio.

    Grazie per le tue sempre acute ed emozionanti recensioni!

    1. Eh, purtroppo in sala, un po’ perché gli horror vengono sempre relegati in un angolino, un po’ perché siamo in piena estate, sta resistendo poco: io stessa ho avuto difficoltà a vederlo, appena una settimana dopo la sua uscita.
      Però ti consiglio di vederlo non appena ti sarà possibile: è un’esperienza straordinaria, e spaventosa.
      E ti ringrazio per le tue parole.

    2. Giuseppe · · Rispondi

      Io purtroppo non credo proprio di poter riuscire a vederlo in sala prima che lo tolgano ma, dopo questa tua recensione, lo dovrò per forza recuperare in qualche modo (e nelle situazioni di cui parli mi ci sono trovato sì, maledizione, SI’ 😟)…

  6. Aspettavo con ansia la tua recensione perché ero davvero molto curioso di conoscere il tuo parere sul film. Attesa ripagata da una recensione che trasuda amore per il film in ogni parola 🙂

    Insieme a Border di Ali Abbasi e a High Life di Claire Denis è il film che più mi ha sconvolto in questo 2019 (tralasciando i film dei registi che ho conosciuto grazie a te: Nicolas Pesce e soprattutto S. Craig Zahler). Film impossibili da limitare in un solo genere: thriller per il primo, fantascienza per High Life e horror per quello di Aster. Per me così inquietanti, estremi e malsani che spesso mi ritorna alla memoria qualche fotogramma.

    P.S. Se ti è piaciuta Florence Pugh, guarda Lady Macbeth di William Oldroyd: io l’ho conosciuta con questo film dove la sua interpretazione è incredible, con una caratterizzazione che può essere vista come l’opposto di quella in Midsommar.

    1. Ecco, tu pensa che io ancora devo vedere Border. Sono proprio imperdonabile, tutti dicono che sia una meraviglia.
      E Lady Macbeth è in cima alla lista dopo aver visto Midsommar!

      1. Solo per vedere Florence Pugh sono andato al cinema per Una Famiglia al Tappeto. Lei come sempre strepitosa (e molto bella) e il film mi è pure piaciuto! Buone ferie 🙂

  7. Pure io aspettavo con ansia la tua recensione..e come sempre la trovo perfetta per un film che ho trovato straordinario in ogni suo aspetto!.. avendo amato Hereditary non potevo perdermi questo affresco cesellato alla perfezione da un regista notevole..da vedere e rivedere per cogliere segnali,simboli e non solo!..in diversi punti mi si è attorcigliato lo stomaco e i brividi sono garantiti.. Capolavoro 👍

    1. Io, verso la fine, ero proprio in preda a una sorta di rapimento estatico e non ci stavo capendo più niente.
      Meraviglioso 😀

  8. Ottimo film. Ci libera (almeno a noi spettatori “vecchi”, “esperti”, che come vediamo due accenni capiamo subito dove si andrà a parare – anche se cmq il contesto è più che chiaro, subito, per tutti tranne i più distratti), ci libera dall’esigenza di una trama, riducendola ai minimi termini, e la “sostituisce” con una storia che E’ cinema, in quanto ci viene raccontata non con jumpscares, colpi di scena inauditi, spiegazioni complesse, ma con immagini, suoni, colori. E’ questa, forse, una delle espressioni migliori del suo genio: tu, spettatore, sai benissimo dove andrai a finire. Il DOVE è chiaro. Puoi, al massimo, avere dei dubbi sul COME. Ma detto questo sei libero di abbandonarti al fluire del racconto, alle sue visioni allucinate, alle case “lovecraftiane” e distorte, ai simbolismi, a tutto quel sole accecante, all’erba, ai pranzi, ai roghi, alle danze, alle musiche, ai riti.
    Scene “estatiche” che attenzione: non si limitano a ripetere quello che si è detto nel racconto, a mò di sussidiario vuoto e stiloso, allungato e criptico, come succede in certi film inutilmente barocchi o “artistici” (e noiosi), bensì le immagini SONO la storia, e lì sta tutto il senso artistico del lavoro.
    Poi sì, dal punto di vista dei contenuti stiamo parlando di un film che racconta l’amore – o meglio: un certo tipo di relazioni tra esseri umani – dietro una maschera da “film horror”. Christian non è cattivo, e neppure i suoi amici lo sono, tutto sommato. Sono solo persone qualsiasi, impegnate nelle loro vite, che non hanno tempo o voglia di occuparsi di altro, di “seccature” come può essere Dani, che invece è l’ingranaggio rotto, il meccanismo inceppato che viene a disturbare i loro piani.
    Per tutto il tempo è chiarissimo (ancora una volta non nel racconto ma nelle immagini, nei silenzi, nei non detti) come i ragazzi la accettino e la tollerino solo perchè si sentono costretti dalle “buone maniere” a farlo, e ne farebbero volentieri a meno perchè Dani è quella che rovina la festa. Aspettano sempre che si tiri indietro, che dia loro il permesso di fare quello che farebbero senza ritegno e senza attese “se solo non ci fosse quella rompicoglioni. Ma poveretta, che ci vuoi fare, in fondo non puoi mica trattarla male, no? Dai, che magari se ne va da sola e ci lascia in pace.”
    E gli stessi abitanti del villaggio: loro sono i primi a non sentirsi “cattivi”. Hanno organizzato le loro vite, hanno i loro amati riti, venerano gli antenati, offrono ai giovani spazi e tempi per girare il mondo in libertà, disprezzano la rovina di una vecchiaia asettica passata nell’abbandono di un ospizio (e qui quasi verrebbe di dar loro ragione!). Sono empatici e condividono tutto. Se non fosse che poi fanno quello che fanno, verrebbe da desiderare di averli come vicini.

  9. PS (che c’entra molto poco, o affatto, con Midsommar): non so se ti è capitato di vedere i due film più recenti di Andy Mitton – autore di Yellobrick Road – cioè WE GO ON e THE WITCH AT THE WINDOW. Li ho visti io, e mi sono piaciuti, per una certa visione “umana” dell’orrore, “popolana”, “borghese”, nella quale l’orrore e le sue conseguenze non sono alieni, inconoscibili, atroci o disumani, ma bensì la loro apparizione, le loro conseguenze, le loro ramificazioni, rimangono sempre allo stesso livello della vita di tutti i giorni, ne diventano parte integrante come farebbe un tumore, o una perdita di lavoro, o un matrimonio finito. Mi sembra un punto di vista “dal basso” molto interessante, quindi te li consiglio.

    1. Visti e recensiti entrambi 😉
      Il primo ha avuto una recensione tutta sua, il secondo è stato trattato nelle pillole. Mi sono piaciuti molto, più We Go On di The Witch at the Window, ma comunque entrambi.

  10. E’ un film bellissimo ch emi ha messo molto disagio addosso. Nella prima parte riesci a empatizzare molto con la protagonista, a capire tutti i suoi problemi causati dal trauma, la sua sofferenza, il suo cambio di umore e riesce quasi a capire il suo malessere. Nella seconda parte invece mi era quasi sembrato di estraniarmi nel villaggio, di essere entrato veramente in un’altra realtà, un luogo mistico che aveva poco da spartire con il mondo che conosciamo noi. E’ un film difficile da parlare ma che riesce a colpire per la sua bellezza, per lo stato d’animo in cui ti mette e per la bravura di Aster. Non vedo l’ora di vedere il suo terzo film.

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