Ciclo Zia Tibia 2019: Il Ritorno dei Morti Viventi 3

Regia – Brian Yuzna (1993)

A contendersi il titolo di “zombie più sexy della storia del cinema tutto” sono due fanciulle che appaiono nella stessa serie di film:  Linnea Quigley, indimenticabile Trash del primo capitolo de Il Ritorno dei Morti Viventi, e Melinda Clarke, protagonista assoluta del terzo. E non ce n’è davvero per nessuno. Forse Trash, rispetto a Julie, è penalizzata da un minutaggio inferiore, ma ha dalla sua il fatto di essere apparsa nel film più famoso della saga, nonché nel migliore. Entrambe però, Julie in maniera più evidente ed estrema di Trash, aggiungono alla filmografia zombesca un elemento di novità, ovvero il body horror, anche se forse è più corretto parlare di contaminazione tra generi in realtà molto diversi tra loro; non si deve, infatti, pensare che il gore, parte integrante di ogni vicenda a base di morti viventi e sgranocchianti, sia sufficiente per stabilire un ponte con il body horror.
Perché il body horror racconta di metamorfosi e trasformazioni e lo zombie è soltanto un defunto con strambi appetiti.
Con Il Ritorno dei Morti Viventi 3, Yuzna imprime al filone una decisa svolta in direzione body horror, e non poteva essere altrimenti, se pensate a cosa il regista aveva diretto prima di questo film.

Se Il Ritorno dei Morti Viventi di O’Bannon era un horror con elementi di commedia, ma sempre e comunque un horror, il secondo film della serie era molto sbilanciato sul lato comedy; qui si torna a fare sul serio e anzi, si aggiunge una componente da melodramma che non ci sta affatto male, aggiunge un bello spessore ai personaggi e dice anche qualcosa di nuovo sul processo di mutazione in zombie.
La storia, tanto per rinfrescarvi la memoria, ruota intorno a una coppia di ragazzi, Julie e Curt, molto innamorati, anche se assortiti in maniera un po’ strana: Curt è infatti il figlio di un militare di stanza in una base dove conducono alcuni esperimenti non meglio specificati, mentre Julie è il classico tipo che un genitore per bene mai vorrebbe accanto al proprio figlio, e infatti l’unica reazione lecita davanti alla sua presenza sullo schermo, è innamorarsene alla follia.
I due si infiltrano nella base dove lavora il padre di Curt, che è a capo di un progetto militare per far diventare i morti viventi creati dal gas Trioxina delle armi indistruttibili.
Poco dopo, Julie muore in un incidente in moto e a Curt viene l’idea geniale di farle respirare un po’ di Trioxina e rianimarla, con conseguenze nefaste.

La prima parte del film, quella che si svolge quasi tutta all’interno della base, deve moltissimo a Romero e al suo Day of the Dead: abbiamo militari senza scrupoli e umanità che usano i cadaveri rianimati come cavie, procurando loro atroci sofferenze, perché, voi lo sapete, nell’universo narrativo de Il Ritorno dei Morti Viventi, gli zombi hanno un barlume di coscienza e, soprattutto, sono in grado di sentire il dolore. La loro condizione esistenziale è dunque molto diversa dal classico zombie romeriano, ma rimanda comunque a un figura come può essere quella di Bub.
C’è anche da considerare che, gran parte dei morti di questo particolare universo narrativo, sono chiusi in barili a deteriorarsi perché, sempre a differenza dello zombie classico, sono quasi impossibili da uccidere. Altro che colpo alla testa: questi continuano a vivere e ad avanzare anche con la testa staccata dal corpo, che va completamente distrutto.
Uno degli errori peggiori che si può fare, nel giudicare la saga inaugurata da O’Bannon nel 1985, è considerala una brutta copia di Romero; al contrario, Il Ritorno dei Morti Viventi, in tutte le sue incarnazioni, offre un punto di vista inedito, nuovo, freschissimo sul concetto di zombie, un punto di vista che purtroppo è andato perdendosi nel corso degli anni successivi, e che (scusate, sono ripetitiva, lo so) è stato raccolto solo nei migliori episodi di Z Nation.

Ma sto divagando, tanto per cambiare. Torniamo alla nostra Julie e alla sua mutazione, fisica ed emotiva, alla sua fame, soprattutto, che può essere tenuta momentaneamente a bada soltanto tramite dolore autoinflitto. Una tendenza, quella di farsi male da sola, che è tuttavia presente nel personaggio a prescindere dall’essere morta o viva. La prima volta in cui appare in campo, la vediamo passarsi la fiamma di un accendino sul palmo, mentre una sua amica le dice che non ci sta tanto con la testa.
Quando viene rianimata, blocca il suo desiderio di cervello umano ferendosi, bucandosi la pelle con aghi e spuntoni, processo che arriva al culmine in quella che è la scena più bella e famosa del film, quella dove la metamorfosi del corpo è ormai compiuta e Julie si presenta al pubblico come una sacerdotessa della body modification anni prima che il termine divenisse d’uso comune, con anche una bella dose di sadomasochismo, tanto per non farsi mancare niente.

Ma la violazione, voluta o no, del corpo umano non riguarda solo il personaggio di Julie, riguarda tutti i morti viventi del film, la cui carne viene plasmata e torturata all’interno della base militare e il cui destino da rianimati è peggiore della morte stessa.
Julie e gli altri, in quanto creature senzienti, non solo sono consapevoli della loro peculiare condizione di perennemente affamati, ma sanno anche che li aspetta un’eternità fatta di dolore. Il minimo è che siano leggermente aggressivi.
E qui Il Ritorno dei Morti Viventi 3 si fa sia melodramma sia opera politica, perché sempre di Yuzna stiamo parlando, e voi lo sapete: dal regista di Society non ci si può aspettare nulla di meno.

Il nucleo narrativo centrale del film è, infatti, una storia d’amore e, in seconda battuta, di ribellione; ci troviamo, di nuovo, dalle parti del coming of age per Curt, costretto a crescere all’improvviso, a fare delle scelte difficilissime, a rinnegare prima i suoi sentimenti e, alla fine, la sua educazione e la sua famiglia. Nonostante la stella de Il Ritorno dei Morti Viventi 3 sia Julie, il punto di vista è quello di un ragazzo che, in maniera molto simile al Louis di Pet Sematary, non accetta la morte della donna che ama e, per tenerla accanto a sé a ogni costo, sacrifica tutto; a Julie non viene mai chiesto un parere, la ragazza non è intitolata ad avere una volontà propria: un istante prima è un cadavere ancora fresco sull’asfalto e un istante dopo è un morto vivente che non sa come placare la sua fame. E, come se non bastasse, Curt, il principale responsabile di averla resa quello che è, la definisce disgustosa.

Per questo, Return of the Living Dead 3 ha una dimensione profondamente tragica che nei due film precedenti o è a malapena accennata, come nel primo, o del tutto assente, come nel secondo. Un vero e proprio melò in piena regola, con tanto di conclusione predestinata e lacrime a fiumi. Una specie di anomalia per una saga che aveva sempre mantenuto una stretta aderenza ai canoni della horror comedy, che forse la horror comedy moderna se l’era addirittura inventata.
Se c’è un difetto, sta forse nella caratterizzazione stereotipata, ai limiti dell’insulto, di alcuni personaggi di contorno, se vista con gli occhi di uno spettatore del 2019, sia chiaro, ché all’epoca quel tipo di stereotipo era la norma.
Ma per il resto, è un B movie tra i migliori della sua razza, con un personaggio femminile che difficilmente dimenticherete, e delle implicazioni niente affatto banali.
Yuzna non tradisce, Yuzna non sbaglia, lunga vita a Yuzna.

2 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    L’ho rivisto qualche tempo fa e devo confessarti di esserne rimasto deluso.
    Le cose migliori sono il look di Julie (dovuto alla trovata che per placare la sua fame lei decida ad un certo punto di automutilarsi progressivamente) e la location fognaria, ma non compensano i difetti di un film lento, poco avvincente e con il minimo sindacale di sangue versato. Gran parte delle trovate migliori rimangono sulla carta, e Yuzna (che secondo me è un furbacchione, ma non un grande regista) non riesce a dare alle immagini la potenza che sarebbe servita per colpire lo spettatore.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Diciamo che gli stereotipi estremi riescono in qualche modo riescono a farsi “perdonare” o, meglio, a essere forse un po’ più sopportabili visto quanto Yuzna fa funzionare tutto il resto a dovere (e la cosa non era affatto scontata, passando dalle varie gradazioni precedenti di horror comedy al melò), in primis grazie a una rediviva Melinda Clarke in stato di grazia…
    P.S. Se n’è andato anche Rutger Hauer 😦

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