Bisogna parlare del Warrenverse

Arrivati a questo punto, ci tocca proprio: dopo due film del filone principale e ben cinque spin-off, che si sono portati a casa svariate centinaia di milioni di dollari, tra il bofonchiare della critica (e di quelli che di horror ne sanno a pacchi) e le sghignazzate scomposte della New Line, che a James Wan dovrebbe fare un monumento equestre, prendere questi film sottogamba sarebbe un errore, lo stesso che si tende a commettere quando si parla di Jason Blum, insomma, tanto un caro ragazzo, signora mia, ma vuoi mettere con l’horror girato nel cortile dietro casa, conosciuto da quattro persone e schifato anche dalla mamma del regista?
La storia del genere è ciclica, si sa. C’erano una volta la Hammer e Roger Corman: facevano film a basso costo, girati tutti in interni, possibilmente nelle stesse location, con il nobile intento di capitalizzare il più possibile; riciclavano attori e storie, riuscivano a intercettare i gusti di un pubblico di ragazzi molto giovani, che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, si stavano preparando a diventare i principali consumatori dell’intrattenimento, e queste produzioni di serie B erano arrivata a loro prima di tutti gli altri. I critici si prendevano gioco di quella robaccia, non avevano gli strumenti per comprenderla, perché non parlava la loro stessa lingua.
Che fu poi il motivo per cui nacquero le riviste specializzate, scritte da chi, quella lingua, era in grado di parlarla: Famous Monsters of Filmland (1958-1983) e Fangoria, arrivata però molto dopo, sono le più famose.
La cosiddetta rivalutazione critica dei film di Corman, della Hammer, delle pellicole sui mostri atomici degli anni ’50, è arrivata tardi, è cominciata, in parte, con la New Hollywood, e ha finito per conferire alla “robaccia di serie B” lo stato di classici soltanto pochi anni fa.

Prendiamo l’ultimo capitolo dell’universo condiviso nato sulla scia del fortunatissimo The Conjuring nel 2013, ovvero Annabelle Comes Home: gli ambienti usati sono essenzialmente tre, una strada di campagna in mezzo al nulla (credo ricostruita in studio), una scuola, comprensiva di corridoio, cortile e ingresso, e la casa dei Warren. Ma questa è una mezza verità, perché, a ben guardare, l’ambiente dove si svolge tutto il film è solo uno, una casa, anche quella con ogni probabilità ricostruita, mentre nelle altre due location hanno luogo, in tutto, quattro sequenze, anche abbastanza brevi.
È un giochino divertente, quello di mettersi a contare gli ambienti. Provate a farlo con gli altri film del Warrenverse e vedrete che otterrete, più o meno, gli stessi risultati.
Anche gli attori, di solito, sono pochi. Nel caso di Annabelle 3, a parte i Warren che appaiono all’inizio e alla fine del film, tutta la baracca si regge sulle spalle di tre personaggi.
È una caratteristica tipica dell’horror: bassi costi, alti profitti. Eppure, con Jason Blum prima, e con l’universo condiviso di The Conjuring poi, la cosa è diventata quasi un metodo scientifico: Annabelle Comes Home costa 27 milioni di dollari e ne incassa 150 in tutto il mondo.
Credo che se ci andassimo a vedere le cifre degli horror commerciali anni ’60, fatte le dovute proporzioni, avremmo margini molto simili.

Tutto questo per dire che il sistema produttivo adottato dal cinema horror del nuovo millennio, quello che ha segnato la rinascita del genere, è lo stesso, di mezzo secolo fa. In pratica, non è cambiato niente, neanche l’atteggiamento critico nei confronti di questi prodotti usa e getta, com’erano usa e getta i loro vecchi omologhi.
Oggi, opere come Dracula, Principe delle Tenebre o I Vivi e i Morti vengono osannati da miei coetanei che li giudicano capolavori senza tempo. Di solito, è la stessa gente che schifa per principio il cosiddetto horror moderno a base di jump scares da quattro soldi e plagio dello stile che ha reso famoso James Wan. Non so se, tra una cinquantina d’anni, Annabelle 3 verrà considerato un classico (probabilmente no, ma i due The Conjuring di sicuro), e neanche sto dicendo che si tratti di un bel film; non lo è, e del resto non lo sono The Nun e La Llorona. Sono horror fetenti, creati allo scopo di portare quanti più giovani culi in sala possibili, riuscendo nell’impresa in un momento, per le sale, di crisi nera.
Non è un’ equazione tra i soldi guadagnati e la qualità del film, la mia, e neanche tra essa e il gradimento del pubblico: una cosa non è automaticamente bella se incassa o se piace a tante persone. È un voler sottolineare, come dicevo anche prima, una sorta di ciclicità nelle vicende del cinema dell’orrore.
I Roger Corman esisteranno in concomitanza con i Jack Clayton, ed entrambi avranno la loro dignità, ognuno di loro si rivolgerà al proprio pubblico, coesistendo tranquillamente e traendo reciproci benefici.

Non sono neanche film che devono piacere a me, non parlano la mia lingua, forse non parlano neppure quella di molti di voi. Ne parlano un’altra e, nel frattempo, definiscono un immaginario, quello gotico, come lo definirono all’epoca le produzioni della Hammer.
Potreste rispondermi che, nel corso degli anni, il contesto è cambiato, la critica si è accorta che il cinema di genere ha molte cose da dire, e che all’horror viene riservata un’attenzione un tempo impensabile. E tutto questo sarebbe vero. Potreste anche rispondermi che i film dell’orrore nati nel solco di James Wan sono borghesi, reazionari, normalizzanti e, tutto sommato, innocui, e che la differenza tra loro e un qualunque Poe-film a caso è tutta qui.
Ma non credo che noi abbiamo la giusta distanza critica per giudicare, ora, la portata di questi cicli produttivi di film. Mi sembra di sentire le stesse cose dette a proposito degli slasher a metà degli anni ’80, quando invece oggi esiste tutta una vasta letteratura critica sul filone, e lo stesso Roger Ebert prese una delle sue rarissime cantonate, ai bei tempi.

Ora, a parte i due film diretti da Wan, parliamo sicuramente di cinema dozzinale, cinema fatto con un preciso scopo che non è quello “artistico”, di film girati in fretta e furia per star dietro a un piano di distribuzione che vuole almeno un paio di uscite l’anno; parliamo di una concezione della paura che si basa quasi esclusivamente sul jump scare e da lì non si sposta di un millimetro, di prodotti fatti in serie, per farla breve. Ma dove permane una certa attitudine artigianale che comunque li differenzia dal cinema horror di una decina d’anni fa.
Si tratta di film realizzati con cura, che sembrano molto più costosi di quanto non siano, con un cast di ottimi attori, sempre all’altezza, girati da registi con una propria visione, anche se adeguata a quanto dettato da James Wan. In altre parole, il Warrenverse si muove nella tipica zona grigia del prodotto medio di intrattenimento, e non c’è nulla di sbagliato o sacrilego in questo.

Sono film che mi piacciono?
Il più delle volte no, non posso dire che incontrino i miei gusti, ma di rado mi annoio a guardarli e, quando escono in sala cerco sempre di non perdermeli, perché so di andare a passare quell’oretta e mezza spensierata, magari in mezzo a un pubblico di ragazzini che partecipa a quanto accade sullo schermo come se fosse una festa, una festa a cui io, vecchia carampana che impazzisce per Ari Aster e Jennifer Kent, mi sono imbucata, ma non ho alcuna intenzione di rovinarla a chicchessia.
Film furbetti e commerciali? Certo che sì.
Io so solo che, se una ventina di anni fa, avessi avuto la possibilità di andare in sala una volta ogni due o tre mesi e vedere un Annabelle o un The Nun, avrei fatto i salti di gioia.
È gotico di maniera?
Ovvio, ma almeno è gotico, una roba data per spacciata e riportata in auge proprio da gente come Wan, che è stato in grado di aggiornarlo, svecchiarlo e darlo in pasto a una nuova generazione di spettatori.
Un po’ come fece la Hammer con i classici della Universal, un po’ come fece Roger Corman con Poe.
E scusate se è poco.

9 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Un discorso impopolare ma interessantissmo il tuo; tanta gente – che scarica film illegalmente o al limite spende 5 euro per Netflix – si è dimenticata (o fa finta di farlo) che il cinema è un’industria e che qualcuno che faccia quadrare i conti ci deve pur essere, e per fortuna Jason Blum sta lì a ricordarlo.
    Devo essere sincero, Annabelle 3 l’ho trovato una baracconata, e mi dispiace perchè i personaggi sono adorabili e si meritavano qualcosa di più di questo innocuo tunnel degli orrori da fiera paesana. In tal senso credo che il riferimento di Blum, in questo scorcio della sua carriera produttiva, si più William Castle che Corman: il film come “raccolta” di jump scares che acuiscono la sensazione che il cinema, per lui, non sia altro che un luna park per adolescenti.

    1. Però Blum con il Warrenverse non c’entra niente. Lui, con James Wan, ha fatto la saga di Insidious, che in effetti è diventata una bella baracconata sin dal primo sequel, sempre diretto da Wan.
      Però, applicato alla New Line, il paragone con Castle non fa una grinza.

      1. Blissard · · Rispondi

        Mea culpa, la mia è ignoranza crassa, davo per scontato che la casa di produzione delle saghe di The Conjuring e Insidious fosse la stessa 😛

  2. Un articolo molto interessante. Hai fatto un buon paragone tra i film di genere della Hammer e questi del Conjuring verse. Io personalmente non sono una grande fa n di questo universo. The Nun non mi è piaciuto così come non mi è piaciuto il primo Annabelle mentre gli ultimi due capitoli di Annabelle mi hanno un po’ intrattenuto (ne ho parlato nel mio blog). Non ho visto La Llorona però. Comunque spero che tirino fuori bei film con The Croked Man.

  3. Dio mio, come mi piacerebbe non essere un clamoroso signor nessuno e potere dire ad alta voce, con tutto il carisma e l’autorevolezza di un critico con un grande seguito, quanto sei brava e che lavoro eccellente stai facendo, analizzando con entusiasmo, cultura e passione, l’universo horror!

    Ci sono solo 3 autori in tutta la blogosfera italica che io considero le massime autorità al riguardo e da un po’ di tempo a questa parte tu sei per me diventata una di questi tre: sia chiaro, il mio giudizio non ha alcun valore particolare, se non quello di uno che ha una passione viscerale per il genere horror, che coltivo da quando ero studente di liceo e che mi sono trascinato all’università fino a connotarmi ancora oggi, come adulto: anche se non mi permetterei mai di citare gli altri due blogger in questione (che ovviamente seguo, ma che non indico qui per non creare pubblicità indiretta, perché questo è il tuo spazio ed è di te che si parla), tuttavia devo dire che una cosa vi accomuna fortemente ed ovvero che avete capito benissimo che l’horror è un genere così vasto e complesso che o ci si adatta ad immergersi in esso fino al collo, sguazzando nel torbido come nella crema oppure si può solo fare finta di comprenderlo e mentre io questa capacità non l’ho, voi tre avete lo stomaco per resistere e come Ulisse resistete alle lusinghe delle sirene così voi andate avanti per la vostra strada, visionando tutto, contemplando e condividendo: per questo, quando ho dei dubbi, vi leggo e cerco di capire e riesco poi anche a farmi un’idea mia.

    Solo così sono riuscito a completare la visione del Conjuringverse (mi piace chiamarlo in questo modo, anche Warrenverse è più corretto), malgrado il pattume cinematografico dei capitoli non diretti da James Wan (che comunque è riuscito a fatìca a farmi digerire un genere che mal sopporto, come quello degli esorcisimi e delle possessioni) ed avere un quadro più completo.

    Perciò grazie e sappi che ti leggo sempre anche quando non commento.

    1. Grazie…
      È esattamente l’idea di horror che ho io: sguazzare nel fango, cercare di conoscere tutto, anche se non è nelle nostre corde, anche se non è per noi.
      Per quanto io preferisca gli horror adulti, non si può negare che l’horror sia stato quasi sempre un genere per ragazzini, ed è anche giusto che i ragazzini abbiano i loro film.
      Tanto poi, quelli veramente appassionati, si spingeranno a conoscere altro.
      Grazie ancora del commento, e soprattutto, grazie per essere un mio lettore.

      1. È un piacere, dico sul serio!!!
        Buona giornata

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Non credo proprio che il Warrenverse mi avrà mai tra le fila dei suoi sostenitori, ma il paragone da te fatto fra quest’ultimo e la produzione hammeriana (e cormaniana) per poter far mente locale su quanto determinati fenomeni si ripetano ciclicamente nella storia nel cinema horror mi sembra azzeccato 😉

    1. Non avrà neanche me 😀
      Però è importante sottolineare come sia un modo di fare cinema già sperimentato (e con grande successo) mezzo secolo fa 🙂

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