Ciclo Zia Tibia 2019: Wrong Turn

Regia – Rob Schmidt (2003)

Un episodio un po’ anomalo del nostro Ciclo Zia Tibia, di solito dedicato ai film degli anni ’80 e ’90. Però me lo avete chiesto voi e, alla fine, Wrong Turn ha avuto la priorità sugli altri due articoli in programma per la rassegna estiva. Avrei anche potuto aspettare, ma poi mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Bloody-Disgusting che mi ha fatto riflettere parecchio, e mi ha fatto giungere alla conclusione che Wrong Turn sia vittima di una gravissima forma di damnatio memoriae cinematografica, un’ingiustizia di cui non riesco a trovare alcuna logica spiegazione.
L’articolo di BD incriminato non parla di Wrong Turn, ma del remake di Non Aprite quella Porta, attribuendogli il merito di aver dato inizio all’ondata di horror ultra violenti che hanno caratterizzato il decennio scorso, comunemente noti come torture porn.
Ora, io voglio un sacco bene all’autrice dell’articolo, la leggo sempre con interesse, ma quello che scrive in questo caso non è del tutto esatto, e non perché io ce l’abbia particolarmente con il remake di Nispel, o perché ritenga che Wrong Turn sia un film superiore (lo è), o ancora perché sia convinta che il cast di Wrong Turn si mangi a colazione quello di Non Aprite quella Porta (Eliza Dushku e Lindy Booth, signori miei).

A prescindere dalla vostra opinione sul rifacimento di Nispel, Wrong Turn arriva nelle sale con qualche mese di anticipo, e no, non si tratta di una gara a chi è stato distribuito prima, ma di ripristinare quel minimo sindacale di giustizia nei confronti di un film così coraggioso da riportare sugli schermi un sotto genere virtualmente estinto da almeno una quindicina d’anni, e tutto senza essere il remake di un’opera molto più famosa di lui, senza quindi appoggiarsi a un marchio già noto, senza fare il parassita, insomma.
Il sotto genere è, ovviamente, il survival, e il tasso di gore e violenza, per quanto ancora molto sotto tono rispetto ai sequel, era abbastanza inconcepibile in un momento storico dove, nel cinema mainstream, a farla da padroni erano gli slasher figli di Scream.
La furbizia di un’operazione come Wrong Turn sta nel prendere parecchie caratteristiche di quei particolari tipi di slasher, e di inserirle in un contesto differente, ma senza che lo spettatore ne abbia piena coscienza fino a un momento in particolare, la morte di Lindy Booth.

Comincia infatti come tantissimi slasher della fine degli anni ’90: due ragazzi vengono uccisi fuori campo da misteriosi individui. Non c’è molto sangue in questa prima scena, che pare presa di preso da uno dei vari e pessimi cloni di Scream; Schmidt prosegue stando molto attento a tenere buono e tranquillo il pubblico, a rassicurarlo che tanto sta vedendo solo un altro filmetto cui è abituato.
E poi colpisce a tradimento, perché quando il cadavere della povera Francine viene sbattuto a terra, sotto lo sguardo attonito dei suoi amici, quando poi viene fatto a pezzi come carne da macello, nessuno di noi era pronto a un’evoluzione simile. Noi, gli spettatori, in quel lontano 2003 che avrebbe cambiato tutto, eravamo proprio come i protagonisti di Wrong Turn: sciocchi, pulitini e inconsapevoli del fatto che quello non era l’ennesima copia esangue di uno Scream a caso, era un film dove saremmo annegati nella sporcizia e nel sangue, come nel cinema americano non accadeva da troppo tempo.

Poi sì, BD ha ragione a dire che gli effetti di Nicotero per Non Aprite quella Porta raggiungono rivoltanti picchi di disgusto, ma ricordiamo anche che Wrong Turn non aveva la necessità di mettersi a competere con un pezzo importantissimo di storia del cinema. Essendo strutturalmente incapaci di fare un film, non dico superiore, ma anche solo comparabile alla lontana e di sfuggita a quello di Hooper, a Bay e Nispel rimaneva solo una carta da giocare: buttarla sul gore (con filtri arancioni).
Wrong Turn è, nonostante la marea di rimandi, non solo a Leatherface e compagnia brutta, una storia originale, un tentativo di creare dei nuovi spauracchi, delle nuove icone del genere. In parte, bisogna dire che ci è persino riuscito: ha partorito sei seguiti, nessuno dei quali particolarmente memorabile, questo è vero, ma il suo spazietto nell’immaginario horror se lo è ritagliato, a fatica, con quella sfacciataggine tipica del B movie che sa di esserlo e non se ne vergogna.

Perché tutto si può dire di Wrong Turn tranne che sia un film patinato e pulito: pensate che la produzione dovette quasi rinunciare a fare una campagna pubblicitaria televisiva, perché i trailer e gli spot presentati erano giudicati troppo “intensi” per il pubblico.
E lo stato di continua tensione e prostrazione fisica e psicologica in cui Schmidt mette i suoi personaggi, non è riscontrabile in altri film simili del periodo; neppure quelli più estremi, come La Casa dei 1000 Corpi, che è tutto dal punto di vista dei “cattivi” o la paraculata di Nispel, cui manca la forza espressiva per essere davvero truce, per non sembrare la decalcomania di una brutta pubblicità per biancheria intima.

L’unico film accostabile a Wrong Turn, uscito nello stesso anno, è Alta Tensione, quello sì responsabile di aver dato vita a un intero filone, ma l’esordio di Aja ha ambizioni diverse rispetto a quello che non vuole essere altro se non un onesto survival, e ha avuto il destino ingrato di fare da ponte tra il teen slasher e il torture porn, senza appartenere del tutto a nessuna delle due categorie.
Se una delle caratteristiche principali del torture porn è l’azzeramento della suspense in favore del dettaglio esplicito (pensate a Hostel), Wrong Turn mutua invece proprio dallo slasher la costruzione di lunghe sequenze di tensione pura, che sono ancora predominanti rispetto a quelle dedicati ai vari modi in cui un corpo può essere smembrato. E si può notare il progressivo slittamento della saga dallo slasher al torture porn vedendo i vari seguiti, sempre più orientati verso il secondo.
Rispetto all’horror anni ’90, che aveva come punto di riferimento quasi unico il cinema dei killer mascherati alla Michael e Jason, in quanto filmografia cardine della scrittura di Kevin Williamson, Wrong Turn guarda al new horror, a Le Colline Hanno gli Occhi per la famiglia di cannibali degenerati, a Deliverance per l’ambientazione, e a Non Aprite quella Porta per l’estetica sporca e le scenografie: l’interno della casa dei cannibali è quasi preso di peso dai Sawyer, ma con un budget più alto per mostrare più di quanto Hooper potesse permettersi ai suoi tempi.

Alla fine, Wrong Turn è un film con un’importanza maggiore di quella solitamente attribuitagli, forse perché, dopo di lui, sono arrivati i colossi a rimescolare le carte dell’horror non indipendente e questo piccolo ibrido è finito di corsa nel dimenticatoio o in quello strambo calderone alla ricerca di un’identità che era il cinema dell’orrore di inizio secolo. Ma proprio per il suo essere un piccolo film, un brutale, rapido e trucido survival che non ha l’ambizione di riscrivere alcuna regola o cambiare la faccia al genere, Wrong Turn ha una dignità che manca a molta roba a esso contemporanea. A suo modo, ha gettato dei semi di cui stiamo ancora oggi cogliendo i frutti.

11 commenti

  1. Che piacevole sorpresa di mercoledì mattina 😊. Worng Turn me lo ricordo con piacere appunto per il misto di tensione e gore che proponeva.
    Se non vado errato poi gli effetti speciali erano di Stan Winston.
    Ricordo anche che fino a qualche anno fa la gente ne parlava di più, saltava sempre fuori in qualche discussione o commento. Ora invece è diventato raro sentirne parlare.
    Dopo questo articolo mi sa che comprerò il BluRay. Grazie 😁

    1. Sì, c’era la scuola di Stan Wiston di mezzo. E infatti la scena della decapitazione sugli alberi è impressionante, per non parlare del trucco dei mostriciattoli cannibali!

      1. Abbiamo appena rispolverato un gioiellino! 😍

  2. valeria · · Rispondi

    ma che bel modo di iniziare la giornata! 😀 ci speravo proprio *___* articolo splendido come sempre, che mi ha messo una voglia matta di rivedere il film, sempre troppo spernacchiato e sottovalutato.

    e per carità, non nominiamo i filtri arancioni che se ci penso mi sanguinano gli occhi XD

    1. Quei dannati filtri arancioni. Sembrava lo spot di un bagnoschiuma a un certo punto, non Non Aprite quella Porta 😀

  3. Blissard · · Rispondi

    Non avevo mai riflettuto sull’importanza storica di Wrong turn, ma la teoria regge, così come ha un senso che il remake di Texas Chainsaw abbia dato il là al recupero, calligrafico e banalizzante nella maggioranza dei casi, dell’horror anni 70.
    Ho rivisto WT subito dopo che l’hai citato nella top 2003 e devo dire che mi è piaciuto ma non mi ha particolarmente entusiasmato. Come dici anche tu, il suo valore sta soprattutto nel colpire durissimo in quanto a violenza, nell’atmosfera sudicia e polverosa, nell’aver recuperato quella tipologia di orrore che la svolta operata da Scream aveva destrutturato e reso ridicolo.

    1. No, non è un film che ti travolge di entusiasmo, però ti intrattiene molto bene per quei 90 minuti, fila via liscio e ti prende a tradimento, perché con quegli attori così “caruccetti” e quell’incipit così teen slasher, il macello successivo non te lo aspetti proprio.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Verissimo, l’incipit ti frega alla grande illudendoti di aver già capito perfettamente l’andazzo e invece… E invece oggi siamo preda dell’abbaglio (sará colpa del troppo arancione nei filtri) di attribuire a un remake il ruolo di svolta che invece spetterebbe a Wrong Turn. Ci voleva proprio questo tuo post dedicato a rimettere le cose nella giusta prospettiva (e nemmeno abbiamo dovuto aspettare la fine dell’estate per questo) 😉👏👏👏👍

        1. Alla fine gli ho dato la priorità rispetto a King e a Yuzna, così ci siamo subito tolti un peso dallo stomaco 😀

  4. Cristian Maritano · · Rispondi

    Il tre era un grand guignol!

    1. Secondo me più il 2, l’ho sempre trovato il capitolo migliore.

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