Godzilla: King of the Monsters

Regia – Michael Dougherty (2019)

Il problema, con questo tipo di film, è che scrivere qualcosa a proposito è facilissimo e impossibile allo stesso tempo; da un lato esiste già il modello della recensione perfetta: il film funziona perché ci sono i mostri che si menano, ma c’è troppa trama e i personaggi umani sono interessanti quanto la giornata tipo di un notaio. Più mostri e meno persone, la prossima volta e, per carità, basta con quello sciocco messaggio ecologista; dall’altro ti viene la tentazione di procedere oltre questa montagna di idiozie precompilate e provare a fare un’analisi del film. Qui viene il difficile, perché cosa ti vuoi analizzare di un film di più di due ore basato su un lucertolone gigante che se le dà di santa ragione con altri colossi?
Il problema è, credo, che per quanto si voglia credere che il pubblico sia composto per il 90% da una massa di decerebrati dalle movenze scimmiesche, che si esaltano con poco, la storia del blockbuster, anche recente, impartisce un’unica, grande lezione: la gente si lega a una saga, a una serie di film, a un universo narrativo in virtù di un elemento fondamentale, i personaggi.

Una lezione che la Marvel conosce bene e su cui ha costruito la propria fortuna nel corso degli anni. Certo, al MCU hanno avuto gioco facile, in parte perché avevano un insieme di personaggi già noti e, in parte, perché, pur parlando di supereroi, il fattore umano ha sempre avuto un gran peso nell’economia delle storie. Ma il dato di fatto è che i film Marvel possono essere buoni o mediocri, da dimenticarsi immediatamente dopo la visione o che restano impressi nella memoria, li si può confondere gli uni con gli altri fino a farli diventare una massa indifferenziata, ma Tony, Steve, Natasha, Bruce e tutti gli altri, quelli sono il motivo per cui le persone vanno al cinema.
È logico che, quando si parla di mostri giganti, la questione si faccia un po’ più complessa, in quanto i veri protagonisti, si sa, sono i kaiju, e gli esseri umani sono lì quasi come un male necessario.
Nella storia del cinema americano relativamente recente (diciamo da quando è stato inventato il blockbuster moderno a oggi) solo due registi sono stati in grado di superare con successo questa problematica con i film di mostri: Spielberg ci è riuscito ben due volte, nel 1975 e nel 1993, mentre del Toro ci è riuscito, e neanche del tutto, nel 2013, e grazie a una caratterizzazione molto accentuata dei suoi protagonisti, come se Pacific Rim fosse un B movie e non un blockbuster estivo da centinaia di milioni di dollari.

La peculiarità di questo secondo Godzilla, che del resto condivide con il suo predecessore, è di non essere riuscito a infilare nel film neanche un umano degno di un minimo di interesse, qualcuno per cui, nelle sequenze dove i mostri non erano presenti, si riuscisse a provare quella quota sindacale di apprensione o simpatia, tale da non cadere addormentati. Invece qui si hanno attori di prima fascia che recitano poco convinti i loro spiegoni e possono sopravvivere o essere spiacciati e/o divorati senza che allo spettatore si alzi un sopracciglio. E tuttavia, sono così anonimi questi personaggi che il dubbio se non sia una faccenda voluta mi è salito spesso alla mente: infatti, nonostante tutto questo, il film funziona, e non per l’assenza di personaggi interessanti. Quelli ci sono, in abbondanza. Solo, non sono umani.

Credo che Godzilla: King of the Monsters sia un film di passaggio, perché il pubblico americano ha ancora la necessità di vedersi in qualche modo rappresentato sullo schermo e non riesca a sentirsi del tutto accessorio, periferico, in una parola, inutile, anche di fatto lo è, in un mondo dominato dai titani, come credo che il prossimo passo sarà liberarsi del tutto del fattore umano inteso come individualità, dando il campo libero ai kaiju, e non come semplici bestioni che se le danno di santa ragione, ma come veri e propri personaggi, con delle caratteristiche definite, una serie di obiettivi, comportamenti distintivi e tutto ciò che di solito siamo abituati ad associare al protagonista di un film. L’umanità sarà ridotta a un sottofondo corale e, se il già citato pubblico americano accetterà tutto questo, avremo finalmente dei magnifici film di mostri giganti.
Già ora, il personaggio per cui ho provato vera simpatia, emozioni reali e anche una certa apprensione ogni volta che lo vedevo combattere, è Mothra, che è costruito benissimo, e non a livello di resa sullo schermo, ma a livello di scrittura. È davvero impossibile non innamorarsi di Mothra. E di Godzilla, e di Rodan, e persino di quel figlio di buona donna di King Ghidorah.

In fondo, se non si ha la fortuna di chiamarsi Steven Spielberg (e di avere alle spalle un romanzo di Benchley o Crichton), allora è meglio fare a meno del fattore umano e provare a dare spessore a quelle colossali creature che occupano la scena.
In parte, questa scelta è già abbastanza evidente in Godzilla: King of the Monsters: il film è girato come se il punto di vista non fosse neanche più umano, ma titanico, e quindi indifferente ai piccoli drammi vissuti da quelli che, a tutti gli effetti, non sono più i protagonisti; quasi ogni inquadratura sottolinea la nostra patetica inadeguatezza di fronte ai bestioni, e infatti tutti gli escamotage di trama per dare un ruolo attivo ai personaggi umani risultano abbastanza forzati e posticci, messi lì proprio perché “qualcosa dovremo fargli pur fare, a questi attoroni, che giustifichi il costo del loro ingaggio”.

Quello che mi aspetto per il futuro è un Godzilla vs. Kong dove non si senta più neppure la necessità di inserire nel cast un solo attore di serie A, dove al massimo vedremo gruppi di persone formicolare terrorizzati e tutta la nostra empatia sarà rivolta ai kaiju. Sarebbe, per un blockbuster americano, una scelta molto coraggiosa e di sicuro originale. Non credo neppure sia un caso se tre dei quattro registi del cosiddetto monster-verse provengano dall’horror e dintorni: Edwards, Dougherty e Wingard, selezionato per dirigere lo scontro tra lo scimmione e il lucertolone, sono tutti noti agli appassionati di cinema dell’orrore indipendente, prima di essere cooptati dalle grosse produzioni.
Dougherty è anche quello che nasconde meno le sue origini, piazzando in Antartide un Outpost 32, ove riposa, all’interno di un blocco di ghiaccio, la più grande minaccia per l’umanità.
Non c’è niente di meglio di un mucchio di registi horror per mettere fine a qualunque velleità umana di contare qualcosa in un blockbuster. Alla fine, questo Godzilla mi è piaciuto più di quanto non avessi preventivato.

14 commenti

  1. Un ottimo articolo. In un certo senso immaginavo che i protagonisti umani non avrebbero avuto una buona caratterizzazione. Un po’ mi dispiace, sarebbe stata una buona cosa avere una persona simpatica o ben strutturata. Però, come hai detto tu, ci si concentra molto di più sui mostri che invece sono stati curati.

    1. io non vedo l’ora di vedere come si svilupperà questo azzeramento progressivo del fattore umano. Spero nel modo più estremo possibile 😀

      1. Viva i mostri!

  2. Come immaginavo: se esce su netflix o prime video gli darò un’occhiata

    1. Eh, ma questo è il tipo di film che, visto su uno schermo di grandezza inferiore a una parete, perde un bio 80% del suo fascino.

  3. Blissard · · Rispondi

    “Non c’è niente di meglio di un mucchio di registi horror per mettere fine a qualunque velleità umana di contare qualcosa in un blockbuster”: praticamente Lovecraft ( o Mario Bava, o John Carpenter) applicato al blockbuster, il sogno di ogni fan horror 🙂
    Non so se mi piacerà il film (e il Godzilla del 2014 non mi era dispiaciuto onestamente), ma ho adorato la tua recensione

    1. Magari ti farà schifo perché vedrai soltanto una storia sciocchina e scritta molto male e dei personaggi così privi di qualsiasi forma di carisma da causare slogamenti della mascella a forza di sbadigli. Ma se ci vedrai quello che ci ho visto io, ti divertirai, ne sono sicura 😀

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Beh, adesso son curioso di verificare quanto potrò affezionarmi anch’io a questa nuova Mothra, essendo già un fan di tutte quelle precedenti 😉
    Per il resto, chissà che riguardo al fattore umano non si prenda qualche spunto dalla trilogia anime targata Toho (e distribuita da Netflix) dove, detto in soldoni, gli esseri umani sono impegnati nel non facilissimo tentativo di sopravvivere in un pianeta ormai dominato dai kaiju (meglio sarebbe dire dal Re dei kaiju che non permette loro di riconquistarlo): se così fosse, nel prossimo capitolo potremmo magari vedere anche un MechaGodzilla andare ad allungare la mostruosa lista e, personalmente, non mi dispiacerebbe 😉
    L’unica cosa è che, in questo caso, l’umanità non verrebbe del tutto azzerata: anzi, potrebbero addirittura venirne fuori qua e là dei personaggi interessanti (e forse anche meglio scritti delle loro tracurabili controparti live-action viste finora)…

    1. Io spero che, prima o poi, un bel MechaGodzilla torni nelle sale cinematografiche. Perché porsi dei limiti?
      Sarà uno spasso, comunque vada, perché con i kaiju, è tutto più bello 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Eccome se lo è 😀

  5. Il film – perlomeno la parte umana del film – è una supercazzola di due ore durante la quale delle persone fanno… delle cose a caso dicendo delle parole a caso, e traggono conclusioni a caso (ma sempre azzeccatissime) basandosi praticamente sul nulla. Del tipo “ah, una nuvola in cielo di colore grigio! Questo significa che Godzilla ha cambiato rotta, è arrabbiato ma non vuole farci del male!”.
    O cose come il fatto che la Monarch studia i mostri da decine di anni, e al primo casino corrono ad affidarsi completamente a un tizio qualsiasi, che odia i mostri eppure ne capisce più di tutta la Monarch messa insieme, e che nel giro di tre secondi dà ordini a tutti. E ce ne sarebbero infinite altre da dire, ma non voglio fare la figura del nerd.

    Quindi sì: anche io approvo l’idea di escludere gli umani da qualsiasi ruolo attivo. Tanto l’unica cosa che riescono a fare è ridurre tutta la grandiosità dei colossi alla misura delle loro vite private e dei loro scazzi, che è come scoprire un immenso pianeta di antimateria e usarlo per spedirci il proprio cane per fare un dispetto alla moglie stronza.
    Ma vabeh, del resto si è sempre fatto così, tragediona + fattore umano = film. Quindi uno sa cosa aspettarsi.

    Concordo anche sul fatto che i personaggi sono anonimi, quando non illogici. Che vivano o muoiano interessa poco… e questo è molto interessante: come mai così poco investimento emotivo? Eppure solitamente nei kolossal apocalittici uno si immedesimava con i protagonisti e si chiedeva se e come sarebbero usciti vivi da lì, chi sarebbe sopravvissuto e chi no… Eppure in questo caso zero carbonella.
    E’ forse vero che la gigantezza dei colossi annichilisce gli umani e li porta a essere insignificanti… oppure sono solo personaggi scritti male?

    Voto positivo per Mothra, che in effetti è l’unico personaggio del quale ci si innamora subito. Assurdo ma vero: se Mothra si fa male a un’aluccia subito “oh no, MOTHRA!!!!”. Invece tutti gli altri possono anche crepà.

    1. Ma anche se a Godzilla entra una spina nella zampotta spiace assai.
      Degli umani, alla fine anche ‘sti cazzi: non contiamo, siamo insignificanti e, quando il tizio protagonista di cui a stento ricordo il nome, dice qualcosa tipo: “Ci uniremo alla lotta”, a me è venuto da ridere.
      Ma cosa cazzo pensate gliene freghi a Roda, Mothra, Ghidorah e Godzilla, di quattro zanzare che gli ronzano intorno? Ma andate a casa che fate più bella figura 😀

      1. Mothra forever

        1. Mothra forever da sempre, dai primi anni ’60.

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