Pet Sematary

Regia – Kevin Kölsch, Dennis Widmyer (2019)

Buongiorno a tutti, lettori! Ilgiornodeglizombi tuttattaccato è lieto di presentare una nuova puntata della serie: “Film che piacciono solo a me”; sottotitolo: “Dovrò forse chiudere i commenti anche questa volta?”
Dopotutto, il web è pieno di escrementi galleggianti in forma umana, ma io confido nella vostra intelligenza, e anche in quella di alcuni amici a cui il film non è legittimamente piaciuto, con i quali ci sarà sicuramente modo di fare una discussione costruttiva in merito.
Ora, è molto complicato spiegare perché questa nuova versione di Pet Sematary mi sia piaciuta, e anche molto, al netto di un paio di cose di cui parleremo. Non solo è complicato, ma è anche lungo e necessità uno scavo nei dettagli della trama, non solo del film, ma anche del romanzo e del precedente adattamento firmato da Mary Lambert nel 1989, quindi leggete a vostro rischio e pericolo e, per i più duri di comprendonio:

IL SEGUENTE ARTICOLO CONTIENE SPOILER SUL ROMANZO, SUL FILM DEL 1989 E SU QUELLO DEL 2019: VEDETE UN PO’ CHE DOVETE FARE.

Partiamo con le cose facili, prima di addentrarci nell’analisi vera e propria del film: Pet Sematary 2019 mi è piaciuto perché si prende dei rischi e cerca di dare una versione diversa, e addirittura inaspettata, di una storia già raccontata due volte; mi è piaciuto perché, finalmente, ho visto un Church messo in scena in maniera perfetta, e perché per realizzarlo si è ricorso ai vfx solo in minima parte, e tutte le scene con il gatto protagonista sono frutto di trucco, addestramento e bravura dei due micioni utilizzati: Tonic e Leo (più altri due per alcuni campi lunghi); mi è piaciuto perché, rispetto al film della Lambert, accantona gran parte del lato melodrammatico già presente nel romanzo di King (tutta la sotto trama del cattivo sangue tra Louis e i suoceri l’ho sempre trovata molto ridondante) e, almeno fino agli ultimi quindici minuti, che andranno trattati a parte, è molto più sobrio, asciutto e va dritto al punto; perché non ha alcuna soggezione nei confronti del testo di riferimento e farà in modo che molti talebani kinghiani muoiano vomitando bile in sala; infine, mi è piaciuto perché è un horror adulto e moderno che evita gli ammiccamenti agli anni ’80, la nostalgia, e si limita a fare il suo mestiere, pur disseminando qua e là un paio di omaggi al film di Lambert, com’è giusto e doveroso che sia.

I difetti sono tutti nella gestione, piuttosto pedestre, del personaggio di Jud e in un finale in cui pare che i due registi di Starry Eyes si siano improvvisamente arresi e abbiano deciso di buttare il loro film in completa caciara, la caciara dell’horror luna park, per capirci.
Il problema di Jud è relativo alla sua assenza di motivazioni, nonché alla mancanza di una vera e propria relazione con Louis: lo vediamo interagire pochissimo con la famiglia Creed e, di conseguenza, non capiamo le ragioni per cui dovrebbe spingere Louis a seppellire Church nel cimitero indiano. Una delle cose migliori del romanzo era proprio il rapporto che veniva a crearsi tra questi due personaggi, tassello mancante anche nel film di Lambert, a voler essere onesti, ma qui Jud è decisamente non pervenuto.
Quanto al finale, non ho nulla contro il cosa accade, ma contro il come i due registi decidono di farlo accadere, alzando il ritmo, fino a quel momento piuttosto compassato, a livelli vertiginosi, creando una inutile girandola di colpi di scena, abbandonando l’andamento funereo e tetro che avevano magnificamente tenuto fino a quel momento per una concessione a uno stile un po’ troppo Blumhouse che non ha poi molto a che spartire con Pet Sematary e le sue implicazioni.

E ora veniamo alla parte difficile: una cosa che mi ha sempre coinvolta molto nel romanzo, e di cui ho sentito la mancanza nella trasposizione del 1989, è l’ateismo di Louis, secondo me un elemento portante della storia dei Creed, e in grado di definire il personaggio di Louis.
Io Louis lo capisco: fossi stata al suo posto, avrei fatto esattamente quello che ha fatto lui, e poi lo avrei rifatto, e rifatto, e rifatto, finendo con l’inserire tra le mie ultime volontà quella di essere sepolta nel cimitero indiano oltre la catasta di legno.
Perché quella che passa per avere un rapporto problematico con la morte è sempre stata sua moglie Rachel, a causa dei trascorsi con la sorella Zelda (mio Dio, Zelda), quando in realtà, a non accettare neanche per sbaglio il concetto di morte è proprio Louis, con tutto il suo atteggiamento razionale e la lezioncina alla figlia Ellie su come la morte sia un fenomeno naturale; Rachel è isterica, Louis è equilibrato. Però è Louis che, alla fine, porta il cadavere di Gage (qui di Ellie) al cimitero.
Il punto è che Louis, come del resto la sottoscritta, è convinto che dopo la morte ci aspetti uno sconfinato e atroce nulla.
Chi ha letto il libro, sa che nulla avviene per caso, in Pet Sematary, che c’è una forza esterna, e maligna, un potere, chiamiamolo per comodità il wendigo, che ha stabilito la rovina dei Creed non appena mettono piede a Ludlow; ed è questa forza che fa finire Church col collo spezzato sul ciglio della statale, affinché Jud lo trovi, porti Louis a seppellirlo e inneschi quindi la catena di eventi che ben conosciamo.

C’è un falso ricordo legato molto probabilmente più al film del 1989 che al libro: la castrazione di Church. Louis, nel libro, porta il gatto dal veterinario e Church, dopo l’operazione, non fa altro se non starsene a casa a mangiare a farsi coccolare da Ellie. Non c’è una spiegazione per cui il gatto esca e vada sotto le ruote del camion Orinco. E il fattaccio avviene, in maniera predeterminata, proprio quando Rachel e i due bambini sono fuori casa per la festa del Ringraziamento. Era Louis a dover trovare Church, perché Louis è predisposto più degli altri a farsi sedurre dal potere di quel luogo capace di riportare in vita i morti, perché Louis non crede, Louis non pensa che spesso essere morti è meglio. Qualunque cosa è meglio del nulla atroce, anche tornare cambiati, anche essere ridotti a una grottesca parodia di un essere vivente.
E io Louis lo capisco, con Louis mi ci identifico. Non penso che un personaggio credente si comporterebbe come lui, e non per qualche banalità assortita legata al “giocare a fare Dio”, o per il sacrilegio insito nella resurrezione.
Tutto questo è molto evidente nella nuova trasposizione, e risuona a un livello molto profondo. Forse il dolore e il lutto sono trattati meglio nel film di Lambert, più umano e appassionato, ma il terrore assoluto derivante dalla dissoluzione nel nulla di tutto ciò che siamo stati, siamo e, nel caso della piccola Ellie, saremo, è così potente in nel nuovo film, che mi stavo quasi sentendo male in sala. È il motivo per cui Pet Sematary 2019, pur prendendosi tantissime libertà rispetto al testo, mantiene una fedeltà concettuale al libro di King sottile, ma impressionante, proprio perché all’apparenza lo tradisce.

E c’è poi un altro aspetto poco considerato, e che riguarda soprattutto il più grosso e ingombrante cambiamento rispetto al libro: a morire e a tornare in vita non è Gage, ma Ellie. I registi hanno giustificato la cosa dicendo che trovavano molto più spaventosa una bambina grandicella e quindi consapevole della sua condizione di morta vivente, piuttosto che un neonato incapace di rendersi conto di quanto accaduto. Questo è vero a un livello superficiale, ma suppongo che ai lettori più attenti del romanzo di King non sarà sfuggito che si tratta di una storia completamente virata al maschile. Prima che qualcuno venga a farmi la paternale: ho riletto Pet Sematary una decina di giorni fa e il mio giudizio su di esso non è cambiato di una virgola; è il miglior libro di King e rileggerlo a 40 anni ti ammazza. Il fatto che sia un romanzo “maschile” non ha niente a che spartire con la sua bellezza.
E tuttavia, è tutta una questione tra ragazzi, perché il cuore di un uomo è fatto di un terreno più duro, non è vero? Jud decide di seppellire Church, Louis manda via moglie e figlia per poter seppellire e far tornare Gage in santa pace; il rapporto che ha con il piccolo Gage è molto più intenso rispetto a quello che ha con la figlia. Il capitolo dell’aquilone, tra i più strazianti del libro, sapendo cosa sta per accadere, si conclude con Louis infastidito per il ritorno di Ellie e Rachel, che hanno interrotto quel momento speciale con il figlio maschio. La morte di Gage è la morte dell’eredità di Louis, la morte del futuro della famiglia Creed; Rachel è una spettatrice passiva della sua stessa storia, che arriva giusto in tempo per essere massacrata da Gage, e via così.

Ma, andando un po’ più a fondo, Pet Sematary è uno studio, che va contestualizzato nei primi anni ’80, ovviamente, sulla fragilità maschile di rara efficacia.
Io credo che Kölsch e Widmyer abbiano colto questo aspetto in maniera più intelligente rispetto a quanto fatto dallo stesso King e da Mary Lambert nel film del 1989, forse perché c’è un punto di vista moderno, figlio di anni e anni di evoluzione dell’horror, di cambiamenti epocali riguardanti la rappresentazione nel cinema di genere e di tante cose di cui abbiamo parlato qui un milione di volte.
Sta di fatto che Louis ne esce come un personaggio molto più problematico e complesso rispetto alla sua controparte del 1989, un personaggio dalle mille sfaccettature, e portatore di una fragilità che Rachel, con tutte le sue nevrosi legate ai sensi di colpa nei confronti di Zelda, non ha. Anzi, possiamo dire che il cuore di un uomo non è affatto un terreno più duro, che è Rachel a non voler abbracciare sua figlia una volta tornata a casa, che è lei a fare di tutto per salvare il figlio superstite, mentre Louis è debole, impaurito, sedotto da quella famosa seconda occasione che, in realtà, non può esistere. E anche la scelta di Ellie e non Gage assume tutt’altra sfumatura, se inserita in una lettura simile.
Vi avevo avvisato che sarebbe stato lungo e complicato, ma alla fine sono riuscita a spiegarvi perché il film, nonostante qualche leggerezza di troppo, mi sia piaciuto così tanto. Meno drammatico, più smaccatamente di genere rispetto al suo predecessore, interessato ad altri argomenti, di natura cerebrale e non sentimentale o melodrammatica, è un approccio diverso, ma non per questo meno significativo a una storia capace di essere affrontata da decine di differenti punti di vista.
Può darsi che questo in particolare non abbia soddisfatto i puristi del romanzo, e neanche chi era molto legato alla messa in scena del lutto e del dolore così ben gestita da Mary Lambert, ma ha una sua dignità, una sua autonomia e penso che gli vada riconosciuto, nonostante tutto.

20 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    devo ancora vederlo, ma ci tenevo a dire che hai scritto un articolo stupendo.
    standing ovation, davvero.

    1. Grazie, sono contenta che ti piaccia ❤
      E anche un po' imbarazzata dal complimento.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Beh, allora supera l’imbarazzo perché i complimenti per l’articolo te li faccio pure io (leggo sempre a mio rischio e pericolo: è il fascino del proibito 😉 ) ❤
        E' vero, la convinzione di Louis (o terrore mal razionalizzato, se vogliamo) riesce a dare un significato enormemente tragico alla sua scelta, con tutto quello che ne segue… e lo capisco comunque, pur essendo a riguardo leggermente possibilista (non credente, solo possibilista). Detto questo, da fan del romanzo e del film originale spero di riuscire a vedere il nuovo "Pet sematary" in tempi brevi, per capire se può rientrare anche nella mia casistica di "film che piacciono solo a me" 😉

        1. L’unica cosa che mi sono dimenticata di sottolineare nella recensione, è che il doppiaggio è, al solito, atroce e lo rivedrò in lingua originale quanto prima, perché temo che molti dialoghi siano stati letteralmente stravolti.
          Poi tu fammi sapere che ne pensi del film 🙂

  2. dinogargano · · Rispondi

    Articolo perfetto, e non aggiungo altro . Ho amato il romanzo, la prima versione cinematografica era , come sottolinei giustamente tu , figlia anche della sua epoca .
    Penso sia giusto che i remake non debbano essere pedissequi ma , almeno provandoci, aggiungere qualcosa di diverso .
    E spesso non succede, purtroppo.

    1. Grazie!
      Ho amato anche io romanzo e prima trasposizione, ma sono riuscita ad amare anche questa nuove versione. Proprio in un’epoca troppo condizionata dalla nostalgia, questo film è stato così coraggioso dal voler prendere la sua strada.
      Sono in pochi a farlo.

  3. Non sono riuscito a vederci tutte le cose che ci hai visto tu, anche perché non ho mai letto il romanzo. Comunque hai ragione, non è affatto male come nuova trasposizione, a me è piaciuta. In linea generale non si dovrebbe considerare il materiale di partenza come una sorta di dogma (i puristi di cui parli). Ovviamente complimenti per l’analisi! Il gatto mi ha fatto impazzire (passione personale). Pensa che i due gatti utilizzati nel film hanno un loro account Instagram, che sto seguendo 😂

  4. Visto il film, e per prima cosa premetto che PS è stato il secondo libro di King che io abbia mai letto, e ne ho ancora un ricordo vividissimo, di quelli che ti segnano – a posteriori aggiungo: nel bene e nel male – per tutta la vita.
    Ma premesso questo devo dire che il film mi è piaciuto… per 3/4. Già questo mi basta, e credo basti – con mio grande sollievo – per escludermi dai Talebani Kinghiani.
    Mi è piaciuto perchè proprio come dici tu mantiene saldo quello che era il cuore del libro, e cioè la difficoltà di venire a patti con la morte, e nello stesso tempo innova senza snaturare. Per esempio mostrando le CONSEGUENZE del fatto, compresa la consapevolezza che – cazzo! – adesso c’è in casa una figlia morta vivente della quale bisognerà prima o poi spiegare al mondo l’origine (se non andasse tutto a puttane, ovvio). Ops: penso che quando babbo l’ha portata al cimitero e se l’è poi ritrovata nel letto non aveva pensato a quel piccolissimo particolare. Se ne accorge in quel momento, mentre Ellie gli chiede di sdraiarsi vicino a lui, ed è in questo che la storia fa il suo piccolo balzo in avanti, mentre nel libro era tutto ridotto a un piccolo finale a sorpresa nel quale la moglie non aveva ruolo, e tutto rimaneva sospeso.
    Quindi molto bene il film – anche se l’impressione è di assistere a un riassuntone iper velocizzato. Molto bene il cambiamento, che mi pare logico e positivo.
    Ridicolo Viktor Paskov che con quel nome si ritrova a essere di colore, immagino per la stupidissima “Quota Nera” che affligge Hollywood, e che invece di far dare ad attori di colore parti importanti decide che in ogni film ci deve essere un attore nero, anche se non ci azzecca una beata mazza.
    Jud… sì: pervenuto poco. Ma se non altro fa tutto quello che deve fare.

    Riguardo il finale credo tu sia stata troppo tenera: per me è immondizia. Prende qualsiasi serietà, qualsiasi messaggio e riflessione, e manda tutto all’inferno per donare al pubblico una “poracciata” tanto inutile quanto penosa.
    C’era davvero bisogno di vedere quella roba? Mah, secondo me davvero no; non so proprio cosa sia saltato in testa agli sceneggiatori. Forse gli è stato imposto un finale “action”, col botto, altrimenti il pubblico – che è avezzo e chiede solo queste stronzate – si sarebbe lamentato. Secondo me è davvero ridicolo oltre ogni dire. Prende un film horror, sì, ma che fino a quel momento è andato avanti con il freno a mano dell’idiozia tirato, che è sembrato a tratti un film adulto e “serio”, e lo trasforma in un autoscontro con la musica house a palla.
    Non vedevo un finale così patetico dai tempi di quello di Io sono Leggenda con Will Smith, che però rimane insuperabile in quanto a bruttezza. Ecco: con questo finale siamo più o meno da quelle parti.
    Saluti.

    1. Io il finale lo salvo parzialmente perché, secondo me, non è un problema di scrittura ma di realizzazione. L’idea di Ellie che trasforma tutti i suoi familiari a me piace moltissimo, a dire la verità. Non mi piace il come è stato messo in scena, proprio per l’eccesso di action che non ha niente a che spartire con quello che avevamo visto prima.
      Credo dipenda dal fatto che i due registi vengono dall’ambito indie e non sanno bene come gestire il loro primo film ad alto budget con un grande studio alle spalle. Non ho altra spiegazione a riguardo, se non il cerchiobottismo.

      1. Posso capire, però… questa specie di famiglia Addams mi pare tolga del tutto forza al concetto di “terreno che fa risorgere”, perlomeno nella MIA visione – che non deve necessariamente essere quella di tutto il mondo. A me piaceva il concetto di questo “piccolo Dio” che traeva un briciolo di forze dall’adorazione dei fedeli che venivano da lui a chiedergli la resurrezione della carne dei loro amati, mi piaceva pensare che fosse questo il centro del “mistero”/”orrore”. Questo Dio vecchio e solitario, forse pazzo e inconoscibile, che realizza i tuoi desideri ma essendo quel che è – non il “titolare” – può solo creare repliche distorte e imperfette, proprio come un pozzo dei desideri ormai secco. Invece, il fatto che l’unica cosa che interessi all’entità sia quella di “riprodursi”, di creare un esercito di mezzi morti cattivoni, oltre che meno credibile (dal tempo degli indiani non è mai riuscito a creare un esercito di super zombi cattivi e prendere il potere?) sicuramente meno affascinante.
        Però ripeto, idea mia.

        1. No, ma tu hai ragione: è meno affascinante rispetto al concetto principale del romanzo di King che è quello del wendigo. Io dico solo che, con una realizzazione meno caciarona, poteva essere efficace.

          1. va beh, in fin dei conti abbiamo patito di peggio

    2. Ah, quando a Pascow, io non ho neanche fatto caso al fatto che fosse nero. Ho smesso di far caso al colore della pelle degli attori da anni e non è proprio una cosa che mi interessa quando vedo un film.

  5. Stefano69 · · Rispondi

    Mi sono fermato prima dello “spolier alert”, ma sono rimasto molto incuriosito, avendo finora letto solo recensioni negative. Guarderò senz’altro il film.

  6. Filippo · · Rispondi

    Mi sono fermato anche allo “spoiler alert”, ma l’ unica cosa che ha senso sapere è: c’è la canzone dei Ramones che rendeva il precedente film terribilmente anni ’80??
    Ma il nuovo lo guarderò comunque…

    1. C’è, ma è una cover 😀

      1. Filippo · · Rispondi

        Spero sia evocativa quanto lo è quella dei Ramones nei confronti del film originale.
        “Non voglio essere seppellito nel cimitero degli animali, non voglio vivere la mia vita di nuovo…”

  7. Massimo · · Rispondi

    Mi domando come mai l’85% dei tuoi post comincino con insulti gratuiti su diverse categorie di appassionati di cinema,in un modo così carico d’odio che sembra quasi tu stia parlando di etnie…per poi subito dopo aggiungere, a ma io sono così aperta al confronto costruttivo,solo che però decido io il tema è con chi farlo.
    Un po come decido che commenti elogiare nei post e quali eliminare,come un violentatore che tappa la bocca alla vittima,riducendola al silenzio.
    La mia opinione è che su questo blog di cinema si inneggia un po troppo all’odio gratuito,al vittimismo da centro sociale,gestendo il mezzo tecnico in modo “furbetto” per i propri comodi.
    Forse il fandom di Star wars non è poi così solo soletto nella tazza del water.

  8. Bellissima analisi, molto centrata. Non avevo mai riflettuto così tanto su Pet Sematary, come da quando è uscito questo remake (uno degli aspetti positivi dei remake, riusciti o meno, è che ti fanno meditare sul materiale originale).

    Quando vidi al cinema il film di Mary Lambert avevo sedici anni, quindi figurati cosa potevo capire. Poi ovviamente l’ho visto e rivisto, ma sul fatto che il cuore di un uomo è più duro eccetera eccetera e poi sono proprio gli uomini della vicenda a dimostrarsi deboli e a cadere vittima del Male, non avevo mai fatto le tue considerazioni.

    Tornado al remake in questione, accidenti, io fino a qualche anno fai sui titoli di coda me ne sarei sicuramente uscito con un bel “Ma che cazzo è sta roba?”. Invece nel 2019 ne sono stato piacevolmente sorpreso (ed è anche merito del tuo blog Lucia, perché tu cara mia hai anche una funziona didattica eh, chi ti segue impara a guardare il cinema). Intendiamoci, io adoro il film della Lambert e il modo in cui ha trattato l’aspetto umano, ma se questo film fosse stata solo una fotocopia aggiornata per rendere giustizia a Church non avrebbe avuto molto senso.

    Invece la scelta dei registi (tra l’altro ho scoperto solo alla fine che sono quelli del bellissimo Starry Eyes, meglio così, altrimenti sarei stato prevenuto) di creare un punto di rottura proprio nel momento cardine della storia secondo me è una bellissima trovata. Non vedo mai trailer, non leggo mai niente di niente prima di vedere un film, quindi in quell’istante, quando Louis riesce a salvare Gage, sono rimasto completamente disorientato, stupefatto. Come, che so, se il cielo fosse diventato rosso e gli alberi blu.”No… Ma il mondo non funziona così… Gage deve morire. Altrimenti…”. E poi la cisterna che si stacca e porta a termine la sua missione di morte.

    Insomma, da lì diventa sempre più un horror puro, quasi un slasher, abbandonando i temi umani su cui King imbastisce sempre tutto quanto (eccetto il ritorno di Ellie, quando Louis se ne prende cura, quello è un momento molto, molto ben riuscito e terribilmente toccante). Ma tutto sommato questa seconda parte che tu chiami horror luna park è ben fatta e mantiene una sua coerenza fino alla fine. In particolare l’ultima scena, quando la famiglia torna a prendersi Gage, con Church che salta sul cofano, per me è stata una vera gioia (e per il Wendigo pure) 🙂

    1. Oddio, con la funzione didattica, mi metti in imbarazzo, ma io sono davvero pessima a incassare i complimenti e quindi, grazie 🙂
      Per il resto, sono assolutamente d’accordo con te, anche se ho ancora qualche perplessità sulla parte finale, che poteva essere condotta in maniera un po’ più sobria, ma sono davvero minuzie e piccolezze.

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