I Trapped the Devil

Regia – Josh Lobo (2019)

Devo ammettere di aver cominciato a guardare questo film solo perché nel cast era segnalata la presenza di Jocelin Donahue, attrice che amo disperatamente dal 2009, e devo ammettere che, da quel punto di vista, ci ho preso una sonora fregatura: Donahue si vedrà per sì e no un paio di minuti, il suo è più un cammeo che un vero e proprio ruolo; è anche comprensibile, dato che permettersi la protagonista di The House of the Devil non deve essere proprio economico e il film di cui parliamo oggi ha dei costi contenutissimi, quasi inesistenti. L’idea che mi sono fatta è che Donahue abbia fatto un favore all’amico e collega AJ Bowen, illuminando con una sua breve apparizione il film.
Ma va benissimo così: I Trapped the Devil è stata una bellissima sorpresa, considerando che si tratta di un’opera prima girata in nove (sì, avete capito bene) giorni, tutta all’interno di una casa e con soli tre attori, più un paio di comparsate fugaci, a coprire l’ora e venti di durata.

Racconta di una stramba riunione di famiglia natalizia: Matt e sua moglie Karen si presentano a sorpresa alla porta del fratello di lui, Steve, per passare le feste insieme. Steve non sembra felicissimo di vederli, un po’ perché tra i due fratelli c’è della ruggine, un po’ perché lui non dà l’impressione di starci poi tanto con la testa. Infatti, la prima cosa che fa, appena vede i parenti, è invitarli ad andarsene. Quando si accorge che i due non sono intenzionati a sloggiare, mostra loro la sua cantina: c’è qualcuno imprigionato dietro a una porta chiusa con parecchi lucchetti e protetta da delle croci, un uomo che implora di essere lasciato andare, e Steve dice che si tratta del diavolo in persona, da lui rinchiuso lì per impedirgli di fare del male.
C’è davvero Satanasso in cantina? O la mente di Steve, già fragile per qualcosa che gli è accaduta e di cui non sappiamo (ancora) molto, è definitivamente deragliata?

I più attenti (o anziani) tra voi avranno subito pensato a un vecchio episodio di Ai Confini della Realtà, ovvero The Howling Man, andato in onda nel novembre del 1960 e scritto da Charles Beaumont: I Trapped the Devil e quella puntata condividono infatti una premessa molto simile. La differenza è che The Howling Man durava appena 25 minuti, mentre qui lo stesso spunto si stiracchia per la durata convenzionale di un lungometraggio, causando qualche piccolo problema di ritmo.
In altre parole, non mi stupirei se molti spettatori mollassero il colpo alla mezz’ora, e non perché I Trapped the Devil sia brutto; non starei qui a parlarne se pensassi che lo fosse. Penso, anzi, tutto il contrario. Il punto è che, come spesso dico, consigliare film indipendenti con valori produttivi così bassi e zero spettacolarità, comporta dei rischi, sia per me che per voi, qualora decidiate di seguire il mio consiglio.

Lobo scrive, dirige, produce e monta, come un Ti West 10 anni dopo, ma tutto ciò di cui può disporre è una vecchia casa a due piani, l’illuminazione natalizia che fa da contrasto all’andamento cupo e ammorbante del film, e tre attori. Sulle loro interazioni si regge gran parte del film, ma bisogna anche considerare la fretta con cui gli interpreti hanno dovuto girare le scene, bisogna considerare che non sempre ci sarà stato il tempo di fargliele ripetere fino a quando non fossero perfette e, soprattutto per quanto riguarda il pur bravo Bowen, la cosa si nota. Per fortuna di Lobo, tuttavia, il quasi sconosciuto Scott Poythress, caratterista di provenienza televisiva, è una forza della natura e la sua interpretazione di un uomo sull’orlo della follia non ha una sola intonazione fuori posto. E alla fine, se azzecchi il personaggio di Steve, le sue motivazioni, la sua fede incrollabile nell’aver contribuito a eliminare una percentuale, seppur bassa, del male nel mondo, i suoi traumi e rimpianti, hai azzeccato metà film.

L’altra metà è l’atmosfera, perché quando non ti puoi permettere effetti speciali, azione, esorcismi acrobatici o anche un truccatore, ti resta solo la tua abilità di creare terrore dal nulla. Lobo ci riesce molto bene, anche se ogni tanto se ne va in letargo, e con lui gli spettatori. Ma, soprattutto nella prima parte del film, adotta alcune soluzioni da far venire la pelle d’oca.
La cantina, prima di ogni altra cosa: è un ambiente claustrofobico, completamente al buio tranne che per un faretto rosso che la fa somigliare a una succursale dell’inferno. Con la MdP sempre strettissima sui volti degli attori, si ha l’impressione che qualcosa si annidi in ogni angolo, perché l’illuminazione è tale da farti vedere solo una minima parte dell’ambiente, e da farlo sembrare molto più grande di quanto non sia.

Ci sono tanti piccoli dettagli, tanti piccoli accorgimenti che magari sfuggono a uno spettatore che, con il cinema indipendente fatto con tre lire, ha avuto poco a che spartire: chi invece sa cosa significhi girare un film in condizioni simili a quelle di I Trapped the Devil si accorge di molte scene risolte in un piano sequenza, non per far vedere quanto si è bravi, ma perché non c’era il tempo di fare un controcampo, per esempio, oppure di alcune lungaggini o ripetizioni che sono lì perché, con ogni probabilità, il materiale non era abbastanza per raggiungere l’ora e venti canonica; insomma, è un miracolo che I Trapped the Devil sia giunto fino a noi, sia stato distribuito (negli USA persino in sala) e ci abbia segnalato la presenza di un altro giovane talento che, ne sono certa, in futuro avrà molto da dire e molto da dare al genere.
E in fondo, al netto dei difetti che un’opera con queste caratteristiche non può fare a meno di avere, I Trapped the Devil è il tipico film per cui sono felice di avere un blog e di parlare di horror, un film che mi ripaga di tutto il ciarpame che quotidianamente vedo e, per mio buon cuore, vi risparmio.
Quando un horror girato in nove giorni da un esordiente ti rimane in testa giorni dopo la visione, vuol dire che ne abbiamo trovato uno davvero bravo.
Vedetelo.

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