The Cell

Regia – Tarsem Singh (2000)

Chi mi conosce sa che non sono di certo una campionessa di coerenza: mi spaccio per una fanatica del cinema classico, quello tutto sobrietà e rigore, e poi ci sono alcuni registi barocchi e visionari (sì, ho detto visionari) che mi mandano letteralmente fuori di testa. Al primo posto c’è sempre l’amore mio Tarsem, dalla carriera non proprio fortunatissima: ha diretto solo cinque film in quasi vent’anni, l’ultimo dei quali (che pure mi è piaciuto, non scherziamo) ne ha un po’ snaturato lo stile; il suo film migliore, un autentico capolavoro (sì, ho detto capolavoro), The Fall, è stato un flop commerciale assoluto, considerando anche che l’amore mio lo aveva in pratica autoprodotto, mettendo i soldi di tasca propria; quando ha provato a passare dal grande al piccolo schermo, con l’ambiziosa Emerald City, la serie è stata cancellata dopo appena una stagione. Ora non so cosa stia facendo, Tarsem, sono anche un po’ preoccupata, perché non leggo di alcun progetto in cantiere. Forse sarà tornato a dirigere videoclip e spot pubblicitari, ma se davvero abbandonasse il cinema, sarebbe una gran perdita.

L’esordio di Tarsem è un horror, bollato dalla critica come pretenzioso, vuoto, privo di sostanza e inconcludente, ma non da Roger Ebert, che lo inserì tra i film migliori del 2000, dimostrando ancora una volta di essere stato tra i più grandi critici cinematografici ad aver mai calcato il suolo terrestre. Quella di essere un regista tutto stile e niente contenuti è un’accusa che si muove spesso a Tarsem. Qui da noi abbiamo spiegato tante volte perché il concetto di film come bella confezione vuota è da considerarsi sbagliato alla radice, e tuttavia, pur volendo dar credito all’accusa, magari vera in parte per un’opera come Immortals, il caso di The Cell è l’esempio perfetto della regola seguita su questo blog sin dalla sua apertura: la forma è sostanza.
Tarsem non scrive mai i suoi film; se si esclude il caso di The Fall, un progetto personalissimo e tutto suo, ha sempre girato su commissione, mettendo in scena copioni di altri autori. The Cell ha una struttura tipica del thriller investigativo sui serial killer molto in voga alla fine degli anni ’90, tutto quel filone nato sulla scia di Seven, per semplificare al massimo, solo che con una variante impazzita: il viaggio nella mente dell’assassino seriale in coma.
È qui che il talento e il genio di Tarsem entrano in gioco: come si può rendere in immagini una mente fratturata e contorta?

La “sostanza” del film non è la trama investigativa, non è la corsa contro il tempo per salvare l’ultima vittima di Carl Stargher (Vincent D’Onofrio); la sostanza di The Cell è la mente di Stargher e, di conseguenza, lo stile di Tarsem.
Tante volte il cinema ha provato a restituire sullo schermo il sogno, l’incubo, l’allucinazione o il paesaggio del nostro cervello. Di rado ci è riuscito con la potenza di Tarsem, che ha costruito un vero e proprio reame del terrore, privo di leggi o connessioni con il reale, un mondo dove è tutto possibile e per creare il quale è necessario avere un’immaginazione priva di vincoli e un’estetica sfrenata, anche ai limiti del kitsch, volendo, e che non abbia alcun pudore o vergogna di osare, di esagerare, persino di farsi ridere dietro, come poi è accaduto.

Rivedendo The Cell a quasi vent’anni dalla sua distribuzione in sala, mi sono chiesta chi diavolo abbia avuto il coraggio di finanziare una cosa del genere, lasciando a un regista alla sua opera prima la libertà di scatenarsi senza limiti, anche con un budget di tutto rispetto (non puoi girare The Cell con pochi soldi) e delle star pesanti coinvolte: Jennifer Lopez, all’epoca, era una diva e, anche se forse è proprio lei il motivo per cui i duri e puri storcono il naso di fronte a questo film, nel 2000 il suo nome in cartellone garantiva un incasso sicuro. E infatti The Cell non si comportò affatto male al botteghino, nonostante venga ricordato come un insuccesso.
Oggi, nessuno darebbe mai a un esordiente 60 milioni di dollari per dirigere un film così, una follia di riferimenti artistici (Damien Hirst, Giger), autocitazioni (il videoclip di Losing My Religion, diretto da Tarsem), gore e sentimentalismo esasperato; l’esatto opposto di quei thriller di cui, sulla carta, The Cell dovrebbe ricalcare la struttura.
In altre mani sarebbe stato un pastrocchio confuso e velleitario, in quelle di Tarsem, diventa un film che non ha corrispettivi in tutta la storia del cinema, un’opera unica, che neppure hanno provato a imitare: non era possibile.

Lungi dall’essere freddo e cerebrale, quello di Tarsem è sempre stato un cinema “di cuore”, dove l’uso delle immagini ha lo scopo ben preciso di suscitare delle reazioni emotive violente nello spettatore. E non potrebbe essere il contrario, data la carriera di Tarsem prima del grande schermo. La ricerca di una risposta immediata e forte alla singola immagine, la composizione dell’inquadratura come se si trattasse di un dipinto in movimento, la preponderanza della visione sul racconto in quanto tale, l’idea di fare un film che non sia necessariamente o non soltanto narrazione, ma si regga soprattutto sullo sguardo: sono tutti elementi che potete trovare in qualunque film di Tarsem, miscelati meglio in alcuni casi, un po’ sbilanciati in altri.

Eppure, in The Cell la storia c’è ed è quella di un’infanzia negata, di danni cui non si può più porre rimedio. Non solo, ma è una storia che un paio di dilemmi etici di un rilievo li pone, senza peraltro offrire risposte chiare o consolatorie o dispensare condanne o assoluzioni: non si giustificano gli atti atroci del serial killer protagonista, che è anzi, l’orco cattivo del regno fiabesco in cui si svolge oltre la metà del film, e la scelta fatta nel finale da Catherine è dolorosa ma inevitabile. Il punto centrale di The Cell è la domanda su quando e dove si valichi quel confine che determina il passaggio da vittima a carnefice, se sia possibile rimanere al di là di quel confine e se, una volta superato, ci sia ancora qualcosa da salvare, da proteggere.
Come vedete non sono interrogativi banali, e il fatto che vengano posti quasi senza spiegazioni ma solo attraverso quel flusso continuo di immagini mozzafiato, dovrebbe portare anche il più refrattario degli spettatori a capire il valore artistico di un’opera come questa.
Se penso alla povertà immaginativa di un film come Inception e paragono i suoi paesaggi onirici a quelli di Tarsem, se penso a come quel film sia stato osannato e a come questo sia stato rigettato e dimenticato, non riesco a trovare delle motivazioni plausibili di questo rifiuto. Tranne forse che i visionari veri li hanno sempre bastonati, e a loro son sempre stati preferiti quelli da discount.
Io ho comunque un sogno: un reboot di Nightmare prodotto da Jason Blum e diretto da Tarsem. Jason, ti prego, ascoltami.

25 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    L’ho visto al cinema all’epoca e non ho avuto poi occasione (ma forse anche un po’ voglia) di rivederlo. Lo ricordo brillantissimo figurativamente e alcuni jump scares me l’hanno fatta fare sotto, al tempo stesso ricordo di alcuni momenti didascalici piuttosto dozzinali (la scena del cattivo appeso che gode è da annali del cattivo gusto) e di un andamento farraginoso che appesantiva la progressione (difetto questo secondo me connaturato a Singh, straordinario su singola immagine – come hai fatto notare tu stessa – ma molto meno nel coinvolgere narrativamente). Poi Jenniferona, con tutta la buona volontà, è fuori parte, trasuda glamour da ogni poro pur nella parte di una psicologa sfigata.
    Questo ricordo amaro (unito al video di Losing my religion, tormentone che ha sfrantumato il frantumabile a quelli della mia generazione) mi ha spento la voglia di approfondire la filmografia di Singh, incluso quel The Fall di cui tu e altri dite gran bene.

    1. Più che troppo glamour, JLo mi è sempre sembrata un’attrice mediocre e inadatta alla parte, ma capisco le ragioni della scelta di darle il ruolo da protagonista.
      Qui a un certo punto è addirittura credibile e fa un paio di cambi di espressione molto efficaci, ma nelle scene ambientate al di fuori della mente dell’assassino, è un po’ troppo legnosa.
      Sulla sequenza di cattivo gusto, a me sembra in linea con i thriller dell’epoca, niente di particolarmente estremo, ecco.

  2. L’ho visto qualche anno fa e devo dire di essere rimasto impressionato dalla messa in scena del regista. Ero rimasto colpito parecchio quando vidi The Fall e così decisi di riguardare altri film di Singh. E’ un regista che mi interessa e che apprezzo molto.

    1. Ho amato questo film,per come è stato realizzato e immaginato …rimasi colpito dalla potenza immaginativa,che si faceva personaggio..io ho amato Inception,ma sono due linguaggi completamente diversi ..Tarsem viene da una cultura millenaria e il suo cinema ne è fortemente impregnato 👍😊.. Splendida recensione!

      1. Su Inception una cosa sola: dire che ha un immaginario onirico povero non significa dire che sia un brutto film. Io non amo Nolan, ma non ne discuto le qualità tecniche come regista. Solo che, secondo me, la sua visione del sogno è estremamente povera, forse volutamente povera, ecco. 🙂

        1. Giuseppe · · Rispondi

          Per dirla in onirici soldoni l’immaginario di Nolan è tanto “stilizzato” quanto invece quello di Tarsem è “barocco” all’estremo, caratteristica indispensabile per dare visionaria sostanza alla terribile mente di Stargher… l’approccio nolaniano, qui, non avrebbe certo portato ai medesimi risultati (ma in quel caso, ci scommetto, un sacco di critici -compreso il nostrano saccente Morandini- avrebbero letteralmente seppellito The Cell di entusiastiche ovazioni). So che esiste anche un sequel ma, da quello che ho letto qua e là, sembra proprio non valere nemmeno un’unghia del film di Tarsem…
          P.S. e O.T. Mmh… a proposito di spin-off di Z Nation, credo che prima o poi un’occhiatina a Black Summer dovrò dargliela pure io 😉

          1. Il sequel è inavvicinabile, nel senso che se ti avvicini troppo ti si sciolgono gli occhi per quanto è brutto 😀

    2. The Fall è un film straordinario e sconosciuto. Troppo ingiusto.

      1. Concordo. Mi piacerebbe parlarne un giorno.

  3. The Cell è un film visivamente ricco di riferimenti e suggestioni, mi incuriosì molto, oltre la prova che si poteva utilizzare la Lopez anche per ruoli seri.
    Tarsem purtroppo non è stato compreso dal grande pubblico, un peccato

  4. Alberto · · Rispondi

    Ammetto di non avere mai visto nulla di Tarsem, e anche di avere qualche problema con l’aggettivo visionario. Ma dici che The fall è un capolavoro, e quindi proviamolo (OT, che ne pensi di Black summer? Ne ho viste due puntate e mi ha ipnotizzato).

    1. MI è piaciuta tantissimo. Aspetta di arrivare al quarto episodio, di cui non ti dico niente, e a quel punto ne riparliamo. Quasi un capolavoro, a mio modesto parere.
      Con l’aggettivo visionario ho problemi anche io, però Tarsem lo è sul serio. Credo sia uno dei pochi casi in cui lo si può usare senza problemi e senza sentirsi troppo sciocchi nel farlo.

      1. Alberto · · Rispondi

        Finito Black summer. Mi è piaciuto molto, dopo la quarta angosciantissima monumentale puntata secondo me si è un po’ seduto su quell’atsmofera di tensione quasi senza dialoghi, ma ha chiuso alla grande. Aspettiamo la seconda stagione.

      2. Alberto · · Rispondi

        Visto anche The fall. Il colpo di fulmine non è scattato, eccetto che per gli ultimi venti minuti, ma la parola visionario non era sprecata. Anzi, io gli darei più soldi perchè certe menti è un peccato frenarle.

        1. Purtroppo di lui non si hanno più notizie. Non fa un film dal 2015 e non ha progetti in cantiere. Insomma, nessuno vuole dargli più una lira.

  5. Film con immagini fantastiche, incredibili atmosfere, un viaggio coraggioso nell’anima del “cattivo;” proprio non capisco le critiche, salvo il fatto che gli attori (tranne D’Onofrio?) sono veramente un po’ inadeguati alla bisogna.

    1. Sì, a parte lui, e non in tutte le circostanze, Vince Vaughn, non è un film con un grandissimo cast.

  6. Flavio Troisi · · Rispondi

    A me non è spiaciuta nemmeno The Emerald City. A distanza di mesi dalla visione, continua a riaffacciarsi alla mente come un sogno particolarmente vivido, un mondo in cui mi piacerebbe tornare.

    1. Sì, Emerald City era una bella serie, quando sono venuta a conoscenza della cancellazione, sono stata davvero male.

  7. Bellissimo film. Tra l’altro l’unico in cui il serial killer muove più a compassione che non a rabbia. Anche le musiche stupende, molto oniriche e allucinate (a tema).

    La scena con Jennifer che si alza dal sospensorio credendo di essere sveglia mi regala ancora qualche brivido per la sua messa in… scena.

    1. Vero, quella sequenza è di una bellezza assoluta.
      E la cosa interessante è la naturalezza in cui avviene. Non la vedi proprio arrivare.

  8. anche a me è piaciuto molto, sin dalla prima volta che lo registrai in tv, se becco il blu ray su amazon stai sicura che lo compro 🙂

  9. Sono totalmente d’accordo con loscalzo1979: Jennifer Lopez ha dimostrato di essere pienamente all’altezza anche nei ruoli seri. E infatti l’ho apprezzata soprattutto in un’ottima serie tv poliziesca, Shades of Blue: se non l’hai vista, te la consiglio caldamente.

    1. Diciamo che è maturata con gli anni, ma all’epoca di The Cell non era neanche un’attrice. Era solo una diva pop prestata al cinema.

      1. E’ un percorso intrapreso da molte cantanti: alcune arrivano addirittura all’Oscar (Barbra Streisand e Lady Gaga), altre falliscono miseramente (Britney Spears), altre ancora rimangono a metà strada (Madonna e Jennifer Lopez).
        Alcune delle dive qua nominate sono diventate non solo attrici, ma addirittura registe: Madonna con esiti incerti, Barbra Streisand con pieno successo. Evidentemente quest’ultima è un genio assoluto, capace di raggiungere risultati eccelsi qualsiasi cosa faccia. Probabilmente se si mettesse in capo di diventare l’erede di Trump asfalterebbe Joe Biden in quattro e quattr’otto. Grazie per aver risposto ai miei commenti! 🙂

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