Us

Regia – Jordan Peele (2019)

Non è per snobismo che preferisco utilizzare il titolo originale del film, Us, al posto della sua traduzione italiana Noi: in realtà lo utilizzo perché la traduzione è (come sempre, ma in questo caso anche di più) parziale e rende soltanto il 50% del significato del titolo. Non devo essere io a spiegarvi la duplice valenza della parola US, giusto?
E non devo essere io a dirvi che gli horror di Jordan Peele (horror, non commedie, non satire, horror, per carità) sono film politici; lo era smaccatamente Get Out, lo è, anche se in maniera più metaforica e con una molteplicità di livelli di lettura assenti nel suo predecessore, Us, che ha anche un carattere di maggiore universalità. Sì, ovvio, parla degli Stati Uniti e, in particolare, della borghesia statunitense, ma racconta di una realtà che si sta espandendo a macchia d’olio per tutto il mondo occidentale e credo che, in noi italiani, un film come Us possa toccare corde molto profonde. Non è forse vero che anche noi stiamo assaggiando il populismo della peggior specie?
Penserete che io stia facendo un bel minestrone, ma Us è un bel minestrone di suo, e infatti la rete pullula di articoli che ve lo spiegano per filo e per segno; alcuni di essi mettono addirittura in ordine cronologico la storia per voi. Io credo che di questi articoli non ce ne sia alcun bisogno, perché, come dice la mia amica Mari, Us è un film che dovrebbe travolgervi con il suo flusso di immagini, colpirvi prima di tutto alla pancia e al cuore e, solo dopo, a uno stadio successivo, portarvi a una riflessione possibilmente autonoma, che altrimenti cosa li vediamo a fare, i film? Per farceli poi spiegare dall’internet?

Si dice spesso, ed è vero, che commedia e horror hanno molte cose in comune, non ultima quella (parlando sempre di horror e commedie al di sopra della media) di avere parecchi strati, di voler suscitare una reazione forte, immediata, primitiva nello spettatore e, tramite quella, spingerlo a interrogarsi su quello che l’autore sta tentando di comunicargli. Peele ha un passato da commediante e si vede, non soltanto perché i suoi film sono spesso divertenti e Us è molto più divertente di Get Out, ma per come usa l’ironia e i frequenti inserti umoristici non al fine di allentare la tensione, ma di accrescerla. E Peele possiede anche una conoscenza enciclopedica del cinema horror, e si vede, perché non si pone mai con distacco dalla materia trattata, le battute frequenti pronunciate dai personaggi, dal padre interpretato da Winston Duke soprattutto, non hanno alcun carattere meta narrativo o, peggio ancora, di consapevolezza del personaggio di trovarsi in un film dell’orrore. Sono momenti che servono più al personaggio stesso che al pubblico. Sono momenti in cui forse anche noi, in una situazione simile, ci lasceremmo andare a una risata liberatoria, per venire a patti con l’orrore inspiegabile che ci è piovuto addosso.
Peele è quindi un autore comico che ama l’horror ed è riuscito a cogliere in pieno il ruolo umano e politico del genere cui ha scelto di dedicarsi. Non è cosa da tutti, ed è per questo che mi sale il sangue al cervello quando qualcuno dice che Us non è un horror ma una satira. Questo non perché non ci siano elementi satirici, nel film; al contrario, ne è pieno zeppo. Ma è un horror tanto quando lo era Il Giorno degli Zombi, che in quanto a satira credo non sia secondo a nessuno.

Il gancio con Romero mi torna utile, in quanto Us è un’opera che, se fosse ancora tra noi, il buon George apprezzerebbe sogghignando. Lui che faceva un uso dell’ironia abbastanza simile a quello di Peele (Bub che fa il saluto militare a Rhodes, per esempio), che usava di sicuro meno simbolismi e metafore, era più diretto, a volte addirittura didascalico (ma erano anche altri tempi), eppure si intravedeva dietro Get Out ed è una presenza molto ingombrante in Us.
Us parla di privilegio, una condizione che è posta da Peele come a prescindere dal colore della pelle o della simpatia o antipatia che si può suscitare nel prossimo: il privilegio è un qualcosa che esiste e che condiziona le vite di chi lo possiede e di chi, al contrario, lo subisce. E può capitare che, come gli zombi ritornavano dalle tombe per mangiarsi a pranzo la classe media, così i doppelganger di Us tornino per uccidere e sostituirsi a chi conduce un’esistenza basata su un privilegio di cui hanno solo goduto per luce riflessa, inscenandone una grottesca imitazione.
Questi doppi sono una versione più lurida e belluina di noi (che schifo i poveri; o ancora: “sono morti, sono tutti così sporchi”), si esprimono, tutti tranne la loro leader, a grugniti e ti sporcano di sangue il salotto della casa al mare.

Us si spinge quindi oltre il classico discorso, tipico dell’horror dagli anni ’80 in poi, della minaccia interna, del messaggio che recita più o meno “Siamo noi i veri mostri”; annulla addirittura la dicotomia tra protagonista e antagonista, mischiando le carte in maniera mirabile e imprevedibile. Non mi riferisco tanto al colpo di scena (che tanto colpo non è: basta stare attenti) o trollata finale, quanto a come Peele indirizza la nostra empatia, ci induce comunque a fare il tifo per la famiglia Wilson e a temere, disprezzare, provare addirittura disgusto per i loro doppi vestiti di rosso: Us è girato come un home invasion che più tradizionale non si può, almeno fino a quando il film non impazzisce e mostra il suo vero volto, e a quel punto è troppo tardi e quegli esseri così sgradevoli, così maligni, così indifferenti ci vengono mostrati come le vittime. O forse sono tutti vittime, siamo tutti vittime di un meccanismo che subiamo a livello inconscio, ma di cui, prima o poi, ci toccherà pagare il prezzo, anche se non ne siamo i responsabili diretti, anche se noi siamo i buoni, siamo quelli dalla parte del giusto, cerchiamo di essere corretti, puliti e gentili, dimenticando che, nel sottosuolo, esiste una progenie di dimenticati.

Jordan Peele non è  tipo da mettere citazioni a casaccio e quindi ogni dettaglio ha un senso preciso: nella primissima scena di Us, quella che inquadra uno schermo televisivo (una stranezza che il film ha in comune con Climax, tra l’altro) nel 1986, tra le videocassette ai lati della tv, c’è quella di C.H.U.D, unica il cui titolo sia chiaramente distinguibile. Ora, magari non ve lo ricordate, ma C.H.U.D. parlava proprio di creature emerse dalle fognature, mostri che in realtà erano uomini, reietti ridotti in quel modo da rifiuti radioattivi gettati senza alcun scrupolo nel sistema fognario di New York, tanto chi vuoi che si interessi o si preoccupi di quattro senzatetto che si sciolgono nei liquami? C.H.U.D. cercava, con mezzi artistici ed economici piuttosto limitati, a dire il vero, di dire in maniera abbastanza confusa le stesse cose che Peele invece ci mostra con raffinata perfidia. Perché Us è un horror crudele, feroce, che non lascia alcuna via di fuga alle nostre certezze e, per questo, più che suscitare lo spavento facile e immediato, lascia al suo passaggio un’angoscia che non se ne va. È un film denso, “pesante”, come ha detto un’amica che l’ha visto insieme a me. E mai l’aggettivo “pesante” è stato così azzeccato.

Non che Peele non sia bravo, quando gli gira, di suscitarli gli spaventi facili e immediati, intendiamoci. Pur non facendo uso di alcuna forma di jump scare (se non in senso quasi parodistico), piazza quei due o tre momenti di terrore puro, tutti concentrati nelle due sequenze di home invasion, la prima a casa dei Wilson e la seconda in quella dei loro amici/rivali Tyler. Non risparmia la violenza, nonostante gestisca molto bene il fuori campo, e non risparmia il sangue e la sofferenza fisica dei suoi protagonisti. Insomma, non scappa mai davanti all’uso dei codici tipici del cinema di genere, perché Us rimane un film di genere, pur con tutti i suoi simbolismi. Dopotutto, il linguaggio del genere è ancora quello che meglio di altri si presta a certe cose: intrattenimento se vi va, altro se ve la sentite di non fermarvi alla superficie. Ma nessuno, Peele per primo, vi costringe con una pistola puntata ad approfondire. L’esperienza di un otto volante del terrore, con Us, è assicurata e in questo sta il suo successo: non si lascia inghiottire dalla sua stessa metafora, neanche alla fine, quando diventa addirittura urlata.

Tutto ciò è possibile perché Peele è, da un punto di vista tecnico, di una bravura sorprendente: maturato tantissimo rispetto a Get Out, in grado di gestire una messa in scena molto più difficile e “orchestrale” rispetto al suo esordio, che già era notevole di suo, ma qui si sono fatti dei passi avanti giganteschi. Purtroppo mi è impossibile analizzare il film da un punto di vista estetico, perché dovrei portare esempi, e portando esempi gli spoiler sarebbero garantiti, ma se volete, quando il Us uscirà in Blu-Ray, potrei fare un bel video dedicato al modo in cui è stato diretto e montato.
Due parole, tuttavia, posso dirle su com’è stato fotografato, che lo so che “bella la fotografia” è un luogo comune, ma qui il signor Mike Gioulakis ha fatto un lavoro molto particolare e inedito. Non mi ero mai resa conto delle conseguenze che può avere un cast all black sull’illuminazione, e non per fare delle facili e triviali battute, ma proprio perché impone delle necessità differenti su cui il cinema occidentale si è interrogato molto poco e ha degli effetti spettacolari, soprattutto in un film dell’orrore. Guardare, per credere, l’inizio ambientato nella casa degli specchi del luna park o una particolare inquadratura verso la fine, che vorrei tanto raccontarvi, perché è uno dei momenti che più mi ha fatto rizzare i capelli in testa dalla paura, ma non posso.
Ultimissime considerazioni sugli attori: Elizabeth Moss sarà presente in tutto una decina di minuti, ma dove passa lei, non c’è speranza per nessuno, e questo è pacifico. Però Lupita Nyong’o, nel duplice ruolo che è chiamata a interpretare fa impressione. Per mia sfortuna, parlare delle inflessioni nella voce mi è impossibile, ma le sfumature di ambiguità che riesce a dare ai suoi personaggi usando ogni singolo muscolo del suo corpo, le dovrebbero garantire l’assegnazione dell’Oscar d’ufficio. O vediamo se nel 2019 la ignoreranno come è stata ignorata Toni Collette nel 2018.
Per concludere, che mi rendo conto solo ora di avervi attaccato un pippone senza precedenti, l’horror sta ancora bene, vi saluta tutti, vi augura una bella giornata e vi impone di precipitarvi in massa a vedere Us, che se in patria ha sfondato il tetto dei 200 milioni, qui da noi durerà poco.

11 commenti

  1. Recensione stupenda! Veramente concordo con tutto quello che hai scritto e devo dire che è una delle recensioni migliori fatte su Us.

    1. Grazie di cuore. Andrò a rivederlo in lingua originale domenica e non vedo l’ora di cogliere meglio la recitazione di Lupita.

  2. Grazie della cit<3
    Nella mia superficialità non avevo minimamente pensato a quanto le pelli scure influenzino la luce, avevo solo apprezzato i colori. Ora apprezzo ancora di più!

    1. Ma io non so quanto questa faccenda sia tecnicamente valida, eh 😀
      A me è parso un tipo di illuminazione molto diversa dal solito e l’ho imputato al fatto che giri quasi tutto di notte, con forti contrasti, e hai protagonisti dalla pelle scura. Poi magari mi sbaglio io 😀

  3. Grazie. Come al solito, Lucia.

    1. Grazie a te 🙂

  4. Giuseppe · · Rispondi

    “Non è horror ma…” è il classico refrain trito e ritrito di chi detesta l’horror (incapace quindi di coglierne le numerose sfaccettature, satira compresa), ed essendo infatti Us un horror non mi stupisce che sia stato usato nei suoi confronti. A proposito di C.H.U.D, ora che mi ci hai fatto ripensare sì, potrebbe tranquillamente essere considerato il nonno “povero” del film di Peele (e tale deve averlo considerato anche lui, con quella videocassetta non certo scelta a caso)…
    P.S. Pippone senza precedenti? Ma ce ne fossero più spesso, di pipponi del genere! 😉

    1. Infatti non può essere una scelta casuale aver messo quella cassetta proprio all’inizio del film, unica col titolo chiaramente visibile. Poi ci sarebbe anche da capire quali titoli hanno le altre, di videocassette… Ma per farlo devo avere una copia del film 😀

  5. Giovanni De Feo · · Rispondi

    A onor del vero c’era anche la cassetta dei Goonies!

  6. Annarita · · Rispondi

    Visto ieri, in lingua originale(non che la cosa possa fare una enorme differenza) Filmone. C’è tanto, tantissimo, pure troppo! citazioni continue, significati nascosti, metafore, il tutto racchiuso, va detto, non nei dialoghi-dico solo che lo spiegone finale mi ha quasi infastidito ed è forse l’unico difetto vero di questo film- ma nelle espressioni di tutti (tutti tutti) i bravissimi protagonisti di ogni colore, nelle geniali inquadrature e in una colonna sonora che, come in get out, è estremamente significativa.
    Poi, la protagonista è una ex ballerina e la doppia scena di danza sul finale…parliamone!

    1. La sequenza con la danza è da pelle d’oca. Io al cinema stavo lì lì per alzarmi e applaudire, o perdere i sensi 😀

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