Book of Monsters

Regia – Stewart Sparke (2018)

Voi lo sapete, a me piace seguire la carriera dei registi di cui scopro l’esistenza grazie alle mie peregrinazioni lungo i sentieri più indipendenti del cinema horror; il pauperismo cinematografico a ogni costo un po’ mi urta, e sapete anche questo, ma quando incontro sul mio cammino uno come Stewart Sparke (che, tanto per cambiare, appartiene alla superiore razza britannica), pur con tutti i suoi limiti, me lo tengo stretto.
Avevamo parlato un paio di anni fa del suo lungometraggio d’esordio, The Creature Below, un film di un coraggio quasi suicida, nel voler mettere in scena orrori cosmici e tentacolari con il budget di due lattine di birra del discount. Eppure, in un modo o nell’altro, quel bizzarro misto di arroganza e passione sfrenata per tematiche molto care a questo blog, funzionava.
Eccolo tornare con un’opera seconda, questa volta meno seriosa, una commedia splatter con cast quasi interamente al femminile, che ha fatto il giro dei festival riscuotendo ovunque un certo successo, meritatissimo.

Per Book of Monters, Sparke ha a disposizione non due, ma tre lattine di birra, oltre ad ambizioni di portata minore e a una storia basata essenzialmente su tre fattori: un gruppo di attrici affiatato alle prese con ruolo magari non di chissà quale spessore, ma interessanti e umani; rigorose unità di tempo, luogo e azione così da avere in pratica un solo ambiente dove effettuare le riprese e quindi risparmiare; tonnellate di splatter artigianale, a basso costo, ma non per questo poco efficace.
Anche la trama è molto semplice e schematica: comincia con una bimba di otto anni, Sophie, che vede sua madre uccisa da un mostro sotto al letto e prosegue con quella stessa bambina, dieci anni dopo, pronta s festeggiare il suo diciottesimo compleanno a casa sua, previa l’assenza del padre.
C’è il libro del titolo, che contiene un vedemecum per sbarazzarsi di un’infinità di mostri e avrà un ruolo chiave nella storia, e ovviamente, ci sono i mostri, che faranno irruzione alla festa, allestendo una bella carneficina a base di decapitazioni, intestini strappati e nani da giardino posseduti.

Come mi capita spesso di dire quando mi occupo di horror indipendente ai limiti della sussistenza, per vedere un film come Book of Monsters dovete essere pronti a superare qualche ostacolo, roba di solito assente in film “normali”: la recitazione è spesso, per quanto riguarda i comprimari soprattutto, scadente; non c’è una vera e propria estetica, anzi, il tutto si riduce a un uso intensivo della macchina a mano perché altro non ci si può permettere; la fotografia è, anche quella, rozza e, nelle scene notturne in esterna (per fortuna poche) inesistente. Perché esistono varie fasce di cinema a costi contenuti, e qui ci troviamo in quella più bassa, quella in cui chiami un tuo amico a farsi squartare perché non hai i mezzi per le figurazioni speciali. Siamo ai confini, molto sfumati, col cinema amatoriale e questo può essere respingente per molti spettatori, anche per me, in alcune circostanze.

Non in questa, tuttavia, perché Sparke è, prima di tutto, migliorato nel controllo della messa in scena e, inoltre, ha fatto molti passi in avanti per quanto riguarda il racconto e i personaggi.
Messa da parte l’eccessiva, e con l’effetto boomerang del ridicolo involontario, seriosità lovecraftiana del suo primo film, opta per una scanzonata commedia al sangue, alza il ritmo sin dai primi minuti, diverte e si diverte e dimostra che, per un bel film di mostri (o creature feature, come dicono quelli bravi) a volte bastano ancora dei costumi di gomma, colorante rosso e protesi varie. Dimenticate la CGI livello Asylum di The Creature Below, perché qui non ce n’è neanche l’ombra: è tutto dal vero, tutto fatto sul set, tutto come se l’orologio si fosse fermato a trent’anni fa. E il risultato, al netto delle mancanze di cui sopra, è entusiasmante. Il primo attacco delle bestiacce alla festa, con strage incorporata, arriva fulmineo e inaspettato e scatena l’inferno in circa tre minuti di continui, insistiti, creativi smembramenti.

Ma non è solo per le eviscerazioni e le secchiate di sangue che Book of Monsters è, tutto sommato, un film valido: parlavo prima dei personaggi, e qui c’è una gran bella sorpresa, perché è un altro gran bel passo avanti di Sparke rispetto all’esordio, nonché del suo sceneggiatore di fiducia Paul Butler. Se in The Creature Below era davvero difficile provare anche un briciolo di simpatia per la protagonista, qui è difficile il contrario; si vuol bene a queste tre amiche, alla ragazza di cui Sophie è innamorata, al ragazzo che si trova, suo malgrado, in mezzo a questa guerra tra donne e mostri, e persino alla stronza della situazione e allo spogliarellista assunto per giocare un brutto tiro a Sophie. Sono personaggi scritti con intelligenza e con la volontà di sovvertire i ruoli canonici del genere in maniera ironica ma non parodistica. Si tratta di dare, a ognuna delle ragazze, delle caratteristiche peculiari, nel modo di vestire, di parlare, nella gestualità, che ne definiscono la personalità senza fare un uso soverchiante di dialoghi. Il che, in un film di un’ora e venti, interamente votato all’azione, non è affatto scontato.

Su cinque attrici principali, tre erano già presenti nel lavoro precedente del regista, e si vede: c’è un affiatamento complessivo che rende molto plausibile l’amicizia tra persone così diverse tra loro, e nonostante la recitazione non sia sempre impeccabile, si fanno voler bene sono credibili nei loro ruoli che riescono ad andare oltre gli stereotipi di genere. Sfido chiunque, per esempio, a determinare senza aver visto il film quale sia la lesbica del gruppo o la bad girl basandosi sulla foto. Sbaglierà sicuramente, ed è proprio questo il bello di Book of Monters: non si accontenta di incasellare il personaggio nella categoria più facile e immediata, prova al contrario a renderlo vivo e interessante, ma con leggerezza, col sorriso sulle labbra, senza mai dimenticare che il cuore pulsante del film risiede nei mostri.
E come sono questi mostri? Bellissimi, nel loro splendore di gomma e cartapesta, roba che arriva dritta, non dagli anni ’80, ma addirittura dai ’50.
Insomma, se siete in grado di sopportare un po’ di dilettantismo e un’estetica povera e trucida, e volete divertirvi senza sentirvi decerebrati, date un’occasione a Book of Monsters. Se non volete farlo per me, fatelo per la locandina. Dico, avete visto che razza di locandina?

9 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    A dirla tutta il film non mantiene quanto promette la bellissima locandina…
    Onestamente l’ho trovato meno interessante del precedente The Creature Below, probabilmente perchè mi aspettavo orrori lovecraftiani e mi sono ritrovato una specie di goliardico omaggio a La Casa e ad altri 200 b-movies degli anni 80.

    1. Io credo che The Creature Below fosse troppo ambizioso per il budget che aveva. Non so se ti ricordi la parte iniziale, quella ambientata in mare, una roba imbarazzante.
      Questo, se non altro, abbassa un po’ il tiro e funziona meglio, complessivamente.
      Poi io sto aspettando che qualcuno affidi a questo regista un po’ di soldi e un adattamento serio da Lovecraft, per esempio Cool Air.

      1. Blissard · · Rispondi

        Sì, il terrificante inizio stile Asylum è indimenticabile. Eppure a suo modo funzionava la “maturazione” del mostro, e anche il legame che instaurava con la protagonista. I territori battuti erano più particolari di questo Book of Monsters, e il campo del lovecraftiano è meno “minato” rispetto a quello del teen splatter demenziale, ove veramente vengono prodotti annualmente troppi film superiori alla pellicola di Stewart Sparke. Mi sono moderatamente divertito, intendiamoci, anche se in alcuni tratti sono stato quasi sopraffatto dall’abbiocco, ma mi sarei aspettato qualcosa di più particolare (e certi particolari “folli”, tipo i nani zannuti, dimostrano che il regista dispone di una creatività non da poco).

        1. Il legame tra il mostro e la protagonista era la cosa migliore del film.
          Certo, questo è più facile, meno profondo, però è più risolto, almeno secondo me. Poi Sparke sarà un regista che seguirò sempre, qualunque cosa abbia intenzione di fare.

      2. Giuseppe · · Rispondi

        Beh, essendo Sparkle maturato in questi due anni, io in effetti un “rialzo” di tiro lovecraftiano -a budget adeguato- glielo concederei. E un adattamento di Cool Air potrebbe essere un’ottima occasione… oppure, per rimanere in tema mostruoso (magari mantenendo sempre un minimo di buon artigianato prostetico), anche Pickman’s Model non lo vedrei poi così male 😉

        1. Giuseppe · · Rispondi

          Sparke senza “l”, ovviamente (errata corrige) 😉

        2. Vero, comunque entrambi racconti che si possono adattare senza un budget eccessivamente alto. Ma comunque, almeno un budget, anche piccolo, prima poi qualcuno a quest’uomo dovrà darlo, che diamine!

  2. La locandina effettivamente è una cosa stupenda e meravigliosa. Parlando di questo film e anche di Creature Below, probabilmente tu sei una delle poche persone che li hanno recensiti in mood approfondito. Di solito cercando commenti o recensioni di questi due film trovo persone che li accantonano subito perché non riescono a sopportare le mancanze che hanno film a basso budget oppure ne parlano alla svelta. Quind fa piacere sentire qualcuno parlarne meglio. Ho solo visto Creature Below mentre questo devo ancora recuperarlo e probabilmente lo farò con piacere.

    1. Sì, siamo davvero in pochi ad apprezzare questo regista. Devo ammettere che la povertà con cui gira è un grosso ostacolo a godersi i suoi film, però bisogna anche provare a passar sopra a certe cose. Vedremo se in futuro si troverà a lavorare con un budget meno misero.

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