Vampiri Amanti

Regia – Roy Ward Baker (1970)

È arrivato il momento di parlare di uno dei più interessanti e problematici film della Hammer, diretto poi dal mio regista Hammer (e Amicus) preferito, primo ruolo horror per Ingrid Pitt e, ormai dovremmo conoscere questa storia a memoria, figlio di un momento di crisi per la casa di produzione inglese. Avendolo già detto altre volte, e anche molto di recente, non mi ripeterò più di tanto, e chi vuole potrà andarsi a leggere tutti gli articoli che ho dedicato alla Hammer a ottobre: l’horror gotico era in fase calante, il New Horror stava nascendo, il pubblico, composto da spettatori sempre più giovani, chiedeva brividi più forti e, nonostante fossero stati proprio i film Hammer a superare spesso la linea di demarcazione tra ciò che era accettabile mostrare in campo e ciò che non lo era, adesso quegli stessi film, simbolo di trasgressione, erano diventati vecchi, superati, obsoleti.
E così, la Hammer corre ai ripari, usando l’unico binomio possibile: sangue e tette.
Non era una novità per loro, sia chiaro. Dopotutto, ad abbassare progressivamente il livello delle scollature delle attrici da un film all’altro era stata proprio la Hammer e, parlando di cose più serie, la forte componente erotica presente nel vampirismo, volutamente sottaciuta dalla Universal, era stata portata alla ribalta a partire dal primo Dracula di Fisher.

Ma, questa volta, in casa Hammer si sceglie di superare un altro limite, ed ecco a voi le prime vampire dichiaratamente lesbiche della storia del cinema.
Non si tratta del primo adattamento in assoluto di Carmila, sia chiaro (alla fine, Vampyr di Dreyer, era una libera interpretazione di Le Fanu), e già ne Il Sangue e La Rosa di Vadim gli aspetti omoerotici della vicenda non venivano proprio ignorati; senza considerare La Figlia di Dracula, del 1936 che, pur senza mettere in mezzo Carmilla, è forse il primo film a rappresentare una vampira che desidera le sue vittime donne, e non solo nella maniera in cui noi desidereremmo un piatto di spaghetti all’ora di pranzo.
Ciò che tuttavia distingue The Vampire Lovers dai suoi predecessori è che Marcilla/Mircalla/Carmilla è lesbica senza dubbio alcuno: è attratta delle donne e, a modo suo, ama le donne.

Vampiri Amanti avrebbe dato vita a un filone molto longevo e redditizio, che resiste ancora oggi e ha rivestito di ambiguità sessuale non solo le vampire, ma anche i loro colleghi maschi. Non credo, tanto per fare un esempio scontatissimo, che True Blood, sarebbe mai esistito senza il film di Baker. Eppure, in varie liste dedicate al cinema a tematica gay, sarà difficile che troviate questo film, mentre non mancheranno mai Intervista col Vampiro o Miriam si Sveglia a Mezzanotte.
Ci sono delle ragioni, anche molto sensate, per cui Vampiri Amanti non ha un posto privilegiato nella storia del cinema omosessuale: non ha alcuna intenzione di presentare l’omosessualità in un’accezione positiva, anzi; Carmilla è malvagia, è un predatore che succhia la vita (mordendole non sul collo, ma sul petto) alle sue vittime, che le seduce e le lascia morire lentamente, togliendo loro, poco a poco, ogni energia, almeno fino a quando un generico gruppo di uomini non arriva a ristabilire l’ordine naturale delle cose. Tutto è, per ovvi motivi, filtrato attraverso lo sguardo maschile, e non c’è da stupirsi o indignarsi per questo: eravamo nel 1970, la Hammer produceva horror per il grande pubblico, l’intento era quello di titillare i suoi spettatori maschi con generose dosi di erotismo: molto spesso le attrici compaiono a seno scoperto e, addirittura, abbiamo due nudi frontali di Ingrid Pitt in tutto il suo splendore. Bisognava convincere la gente ad andare al cinema promettendo sesso e sangue in abbondanza, e mantenendo la promessa nel modo più esplicito possibile, forzando la censura, ma evitando di scadere nella pornografia pura e semplice. Questi sono dati di fatto cui non si può sfuggire, se si vuole essere obiettivi nel giudicare il film.

La rappresentazione dell’omosessualità è quindi un mero espediente narrativo, l’idea di normalizzarla non passava neppure per l’anticamera del cervello dei produttori, dello sceneggiatore Tudor Gates e dello stesso Baker: è vista come una malattia (ricordiamo che l’omosessualità è stata derubricata dal novero delle malattie mentali solo nel ’73, ovvero cinque minuti fa, da una prospettiva storica), contagiosa, per di più, che corrompe giovani donne innocenti e le distoglie dai compiti che la natura ha dato loro.
E tuttavia, nel meraviglioso mondo dei B movie e dell’horror in particolare, le cose non sono mai così semplici come appaiono e, a differenza degli altri due film della cosiddetta “trilogia dei Karnstein”, quelli sì, pura e semplice exploitation, The Vampire Lovers tratta un argomento per l’epoca molto delicato in maniera intelligente e persino trasgressiva, se non altro prima che gli ardimentosi uomini mettano fine a tutto con i loro paletti (sì, colgo il doppio senso da sola, grazie).

Stephen King, in Danse Macabre, scriveva che l’horror è, per sua stessa natura, un genere conservatore, anzi addirittura reazionario; per spiegare il suo punto di vista, utilizzava la metafora del licantropo al contrario: un mostro che, sotto pelliccia e artigli, nasconde doppiopetto e sigaro. Ci fa divertire per una quarantina di minuti, mettendo in scena le più estreme devianze dell’essere umano, e poi ci fa vedere che tutto torna alla normalità, restaura lo status quo, i valori della famiglia e dell’ordine sociale. Il diverso, l’estraneo, l’altro, sono sconfitti e possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo.
Se ci pensate, è una metafora che si applica alla perfezione al ciclo della Hammer sui vampiri, partendo da Dracula, dal modo in cui le sue vittime si lasciano sedurre e soggiogare, esponendo il collo nudo con voluttà e abbandono.
In Vampiri Amanti, a possedere questo fascino, questo potere ammaliante, è una donna, e lo esercita su altre donne. La vulgata comune reciterebbe che le donne sono vittime designate in quanto deboli; però forse, più che deboli, sono semplicemente insoddisfatte.
Si può affermare che il vampirismo, a casa Hammer sia una sorta di enorme, ingombrante, persino rozza metafora sul desiderio femminile e su quanto sia pericoloso lasciare che esso si liberi, su quanto sia necessario, una volta liberate, che queste donne vengano fatte rientrare nei ranghi a suon di decapitazioni e paletti (aridaje) dritti nel cuore.

E quando il desiderio non è rivolto a una creatura dalle sembianze maschili, ma femminili, pensate a quanto deve essere dirompente una situazione del genere, pensate al pubblico dei primi anni ’70, alle sue preoccupazioni di natura sociale e politica.
Alla fine, i film della Hammer ti dicevano che sì, potevano succedere cose brutte, tipo che le donne avessero una vita sessuale o che addirittura potessero essere attratte da altre donne, ma tutto si sarebbe sistemato grazie all’autorevolezza di un gruppo di uomini di mezza età che sanno come si risolvono questi fatti incresciosi.
Come diceva King, il falso licantropo.
Ma non fatevi fregare facilmente, perché sotto il doppiopetto, sotto il volto rassicurante dello status quo ripristinato, c’è il vero licantropo, c’è il motivo per cui i genitori non vogliono che i loro figli guardino i film dell’orrore, per cui si facevano i picchetti davanti ai cinema quando proiettavano gli slasher, per cui l’horror è il genere reietto per eccellenza. Sono sempre parole di Stephen King, che di horror capisce qualcosina: l’horror ribalta, stravolge, spesso spazza completamente via la normalità e ti mostra quanto sia esaltante e liberatorio farlo.

Anche questo si applica alla perfezione ai vampiri della Hammer, e in particolare a Vampiri Amanti. Ne avevamo già discusso ai tempi di Dracula, Principe delle Tenebre, se vi ricordate. La prossima volta che vi capiterà di guardare Vampiri Amanti, concentratevi un istante, senza farvi distrarre da Ingrid Pitt (nel 1970 credo fosse la donna più bella del mondo) nella vasca da bagno, e chiedetevi a chi va la vostra simpatia durante tutto il film. In altre parole, per chi fate il tifo? Per Carmilla o per l’insopportabile Generale interpretato da Cushing? E poi fate un altro piccolo sforzo di interpretazione e ditemi se i personaggi maschili non sono puri accessori, il cui unico ruolo è, appunto, quello di rimettere a posto le cose, trattati tuttavia da Baker senza un briciolo di empatia. Per dire, io neanche ricordavo che ci fosse Cushing nel film, tanto il suo ruolo è marginale e subordinato.
Al contrario, Carmilla è un personaggio pieno di sfaccettature, è una creatura consapevole di non poter amare senza distruggere l’oggetto del suo amore ed è quindi più disperata che malvagia nel senso canonico del termine. E cosa dire di Emma (Madeline Smith), amante e vittima di Carmilla, che quando sente che la sua amata è stata uccisa, può solo urlare: “Oh, God, no!” e contorcersi tra le braccia del tizio bello ed eroico di turno di cui non ricordo neanche bene i tratti somatici?
Il cinema dell’orrore poi, è come Carmilla, è seducente, è pericoloso, è proibito. Molto spesso lo si accosta al porno, e come il porno, molto lo spesso lo si guarda di nascosto. Ma, dopotutto, se fosse davvero innocuo, se fosse davvero un panciuto conservatore in doppiopetto con indosso la maschera di un licantropo, ce lo lascerebbero guardare senza alcuno stigma sociale appiccicato sopra ai suoi appassionati come un’etichetta, non credete?

13 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Splendido post, brava Lucia.
    L’idea dei film vamirici Hammer come metafora del “disdicevole” desiderio femminile è stimolante, ed è corroborata anche dal fatto che quasi sempre, nei film in cui il protagonista Christopher Lee, il vampiro maschio fungeva soltanto da animalesco oggetto di desiderio, non aveva le sfumature che ha Carmilla in Vampiri amanti. Penso che la Hammer, pur con le inevitabili ingenuità dell’epoca, fosse tutt’altro che reazionaria nell’immaginario che veicolava: la prospettiva al femminile era adottata in molte pellicole, gli splendidi corpi delle attrici non venivano “oggettificati” come nella AIP di Corman e nei b-movies da drive in, e in molti film (il ciclo di Frankenstein, ad esempio) il “mostro” era da compatire o da capire più che da demonizzare.

    1. Grazie! Io credo che la storia della Hammer sia stata estremamente articolata e complessa e l’elemento trasgressivo sia stato sempre presente, come dici anche tu, molto più qui che nei film della AIP.
      Il ciclo di Frankenstein poi, sarebbe davvero da studiare per le innumerevoli implicazioni presenti in ogni film.
      Gente come Fisher, Baker, lo stesso Sangster, erano delle teste pensanti e, nonostante sapessero di operare in un contesto “commerciale”, ci hanno sempre messo grande intelligenza.

  2. Un’analisi molto interessante su Vampiri Amanti. Di certo non dev’essere semplice parlare di un argomento del genere, ma hai tirato fuori argomentazioni davvero intelligenti.

    1. Grazie.
      Non è facile no, però sono felice che qualcuno trovi le mie argomentazioni degne di esser lette.

  3. Un’analisi perfettamente condivisibile…i film della fase finale della Hammer sono notevoli e questo è uno dei migliori e dei più direttive simbolici..come sempre complimenti 😊👍

    1. Ti ringrazio, perché è uno dei post di cui vado più fiera in assoluto. ❤

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E fai bene, visti gli interessanti e condivisibili spunti di riflessione che questa tua appassionata analisi mette a disposizione di chi voglia vedere -o rivedere, come nel mio caso- Vampiri amanti sotto un’ottica nuova 😉
        P.S. Nonostante tutto mi vien da pensare che, alla fine, Baker stesso parteggiasse per Carmilla: i “giustizieri” maschili sono in effetti da lui trattati in maniera talmente fredda e marginale da suggerire una nemmeno troppo velata critica nei confronti di ciò che pretendono di rappresentare…

  4. Giuseppe · · Rispondi

    E fai bene, visti gli interessanti e condivisibili spunti di riflessione che questa tua appassionata analisi mette a disposizione di chi voglia vedere -o rivedere, come nel mio caso- Vampiri amanti sotto un’ottica nuova 😉
    P.S. Nonostante tutto mi vien da pensare che, alla fine, Baker stesso parteggiasse per Carmilla: i “giustizieri” maschili sono in effetti da lui trattati in maniera talmente fredda e marginale da suggerire una nemmeno troppo velata critica nei confronti di ciò che pretendono di rappresentare…

    1. Giuseppe · · Rispondi

      Scusa il commento doppione, ma la prima volta sembrava non avermelo preso 😉

      1. Ma figurati, ogni tanto WP fa questi scherzetti 😉

    2. Sì, sono convintissima che Baker faccia il tifo per Carmilla, come faceva il tifo per la signora Hyde nell’altro film trasgressivo che ha diretto per la Hammer. Troppo intelligente per non farlo!

  5. Hai fatto una bellissima analisi del film e del genere, e ci sono degli spunti davvero interessanti. L’accostamento dell’horror al porno, l’orrore come genere che spazza via la normalità (e quindi, per me, la noiosità della routine) e che lascia libero sfogo a ciò che non è considerato “normale” e che rimane nascosto. Come di nascosto a volte si guardano gli horror e anche il porno. Questo perchè è uno strumento che riesce a materializzare certi lati scomodi dell’animo umano, quelli considerati di cattivo costume o tabù. E’ un ottimo strumento per l’introspezione. Viva l’horror!

    1. Ti ringrazio, sono quei tipi di post per cui credo che il mio blog esista e ne sono davvero orgogliosa, quando riesco a scriverne uno. Quindi è bello avere riscontri dai lettori.

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