Climax

Regia – Gaspar Noé (2018)

Mi trovo in una posizione difficile, perché io il cinema di Noé l’ho sempre amato davvero poco, tanto quanto provo una sincera repulsione per il personaggio Noé; ho sempre pensato fosse un provocatore senza veri contenuti, un autore di film vuoti, fatti con l’unico intento di creare scandali buoni giusto per il pubblico ingessato dei festival. Insomma, è il classico regista di cui vado dicendo in giro tutto il male possibile.
Però, non era mai entrato nel mio raggio d’azione; sì, certo, Irréversible aveva qualcosa del rape and revenge, ma, anche lì, si trattava di scandalo fine a se stesso e della solita vecchia storia di coprire con un velo di enormi pretese un film che, negli anni ’70, forse persino Corman si sarebbe vergognato di produrre.
Solo che Climax esce con l’etichetta ufficiale di horror, per quanto in fin dei conti mal riposta, e la curiosità era troppa per non vedere cosa aveva combinato Noé con il mio genere preferito.
E Climax è un gran bel film, il che non mi fa ricredere sulla carriera precedente di Noé, e neppure mi riempie di chissà quali speranze per il futuro, ma è una faccenda di cui devo prendere atto.
Un gran bel film, una specie di giallo senza assassino, un dramma da camera sulla perdita totale del controllo, sulla trasformazione, per usare le parole dello stesso Noé, di un posto sicuro in un inferno.

Partiamo da un paio di dati interessanti: la sceneggiatura originale di Climax è di cinque pagine; Noé ha solo impostato il soggetto e poi ha lasciato i suoi ballerini (unico membro del cast con esperienze di recitazione è Sofia Boutella) liberi di improvvisare. Questo sia per quanto riguarda la danza sia per quanto riguarda dialoghi e reazioni dei circa venti personaggi coinvolti nel film. L’unico momento coreografato e pianificato, in Climax, è il balletto iniziale.
Climax è stato girato in quindici giorni, montato e finalizzato in meno di quattro mesi. In realtà, non c’era molto da montare, ma al massimo si è tratto di assemblare tra loro lunghi piani sequenza, l’ultimo dei quali, della durata di circa quaranta minuti, fa anche una certa impressione, anche se ormai non è che cada più la mascella a nessuno davanti a certi sfoggi, anzi, girare in piano sequenza è diventata pratica abbastanza comune. In questo caso specifico, tuttavia, l’espediente tecnico ha un suo senso, ed è quello di seguire i vari personaggi, tanti, difficilmente distinguibili tra loro, del tutto privi di sviluppo e spessore (non è un difetto) quando comincia il delirio allucinatorio, per studiare da vicino le loro reazioni.

Non c’è una storia da raccontare, in Climax: c’è solo questa compagnia di ballerini, chiusi all’interno di una scuola in disuso, si ubriacano di sangria l’ultimo giorno di prove; qualcuno però corregge la sangria con LSD e allora scoppia il finimondo. Finimondo poi è una parola grossa, perché, oltre a essere il miglior film di Noé, è anche quello meno difficile da sopportare per uno spettatore non avvezzo a visioni un po’ fuori del normale. È il suo film più “accessibile” e, nonostante il tema, tranquillo: lo potrebbe vedere anche la buonanima di mia nonna, anche se credo si annoierebbe e storcerebbe il naso di fronte a un paio di dialoghi incentrati sul sesso anale.
Nulla di devastante e disturbante, dunque, solo un gran bel film vagamente sperimentale, che gioca a mostrarci il regresso allo stadio ferino di un gruppo di esseri umani, capaci di esprimere, attraverso i loro corpi, assoluta bellezza nella prima parte del film, e assoluto orrore nella seconda.

Ci risiamo col caro, vecchio body horror, da Shivers in giù, solo che in questo caso, i corpi si piegano e si deformano non grazie alla deflagrazione dell’effetto speciale splatter, ma grazie alla flessibilità dei ballerini coinvolti (tra di loro anche un paio di contorsionisti), capaci di far compiere ai loro arti cose che credevo fossero possibili solo grazie alla schiuma di lattice.
Per quanto uno si possa sforzare di andare a ricercare elaborate metafore o significati, Climax ne è privo, non ne vuole avere, è al contrario un film la cui intenzione è di registrare il caos in immagini in perenne movimento; non si arresta mai, Climax: la musica non ha mai un momento di pausa, ma è un martellare continuo, il cuore pulsante dell’azione; la macchina da presa non se ne sta mai ferma, a parte nei sette minuti iniziali di presentazione dei personaggi, e anche loro, sono inarrestabili nel continuo vagare, urlare, contorcersi sul pavimento, ferirsi a vicenda e da soli.
Può essere un’esperienza frustrante e irritante quanto volete, ma è un esempio di cinema puro, privo di vincoli, espressione di moto perpetuo, pure faticoso da seguire, sicuramente appagante, almeno chi per ogni tanto vuole vedere qualcosa di un po’ diverso dal solito

Perché, ripeto, non è la violenza (in campo ne abbiamo poca), come non è la volontà, pur presente (parliamo di Noé, dopotutto) di scandalizzare il fulcro del film: è la perdita di controllo del proprio corpo da parte di persone che abbiamo visto esercitare, su quello stesso corpo, un controllo ferreo.
Ed è interessante notare che, per mettere in scena questa perdita di controllo, anche il mezzo cinematografico stesso, che di solito è altamente controllato, abbia dovuto, non dico perdere, ma in parte delegare e condividere questo controllo con il cast, lasciandogli la libertà di improvvisare, non dandogli un copione predeterminato; che la macchina da presa abbia dovuto non orchestrare, ma mettersi a seguire le scelte prese dai non attori. Come a dire, un ritorno a delle tecniche di solito applicate al cinema più realista, per un’opera che di realistico ha molto poco, nonostante millanti di essere ispirata a eventi accaduti sul serio negli anni ’90 (trattasi di una leggenda metropolitana).

Non dico di aver fatto pace col cinema di Noé: ci sono cose, in Climax, che non mi sono piaciute, come le didascalie che ogni tanto appaiono un po’ a cavolo sullo schermo e interrompono quello che sarebbe un flusso continuo, se non dovesse intervenire Noé stesso a ricordarci di quanto è narcisista. Eppure il film è una riuscita combinazione di spontaneità ed elaborata, nonché estremamente cerebrale, finzione scenica, il corrispettivo visivo delle montagne russe. In più, ovunque cammini quel miracolo vivente di Sofia Boutella, val sempre la pena andare.
Mi fa quindi molto piacere essermi ricreduta ancora una volta, perché io tendo a essere anche più contenta quando vedo un bel film di un regista che non amo. È bello essere sorpresi in positivo.

11 commenti

  1. Grazie Lucia per la recensione,
    era fermo li nel mio hard disk, indeciso se vederlo o meno.
    Adesso mi hai tolto un po’ di dubbi.
    Ti diro’, a me di Gaspar Noé mi e’ piaciuto molto Enter the Void (2019),
    va beh, li c’era’ la fantastica Paz de la Huerta.
    Vedo il film e poi do’ un voto.
    Ciao

    1. Sì, Enter the Void è, tra i film di Noé (che comunque non mi piace) quello che sono riuscita a sopportare di più. Secondo me, questo gli è superiore. Poi fammi sapere che ne pensi!

      1. speriamo bene 🙂

  2. Mah..lo visto, diciamo che mi e’ piaciuto a meta’.
    Bella la sequenza iniziale con la musica e tutti che ballano sulle note di Supernature remixata,
    ma poi la noia ha incominciato a prevalere, 40 minuti di dialoghi sul sesso che neanche nel peggiore porno, che senso ha mettere questo? per allungare il minutaggio?
    dopo 50 minuti circa stavo per mollare, ma ho deciso di continuare, e qui arriva la parte
    interessante, tutti si drogano di LSD, adesso io non sono un esperto di questa sostanza, non mi drogo e non fumo, ma si puo’ diluire nella sangria? (o acqua) non perde efficacia?
    mi aspettavo un horror e sono rimasto deluso, niente di questo, tutti che urlano e vanno avanti e indietro, fanno cose stupide e basta, la mamma che chiude il bambino e poi…., senza senso,
    va beh, mi fermo, non voglio spoilerare,
    le sequenze sottosopra li ho trovato di cattivo gusto, da girare la testa.
    Cosa mi e’ piaciuto? la fotografia e l’ambientazione da incubo,
    non oso immaginare cosa avrebbe fatto un altro regista con questo soggetto, forse un’altra porcheria o forse un capolavoro.

    Voto: 6

    1. I dialoghi sul sesso, lunghi e insistiti a metà film sono abbastanza noiosi, è verissimo, e sono puro Noé, quando decide di mettersi lì ed essere il bambino più cattivo del palazzo. Ma il resto, anche le sequenze sottosopra, rendono abbastanza vivido l’incubo della perdita di controllo del proprio corpo.
      Non so cosa avrebbe combinato un altro regista, magari avrebbe scritto una sceneggiatura 😀

      1. ecco cosa manca a questo film, la sceneggiatura 😉 🙂

        comunque ora che ci penso, forse hai ragione, le sequenze capovolte hanno un fine,
        la prossima volta giro lo schermo della tv, cosi li posso apprezzare meglio :))

        azzeccata la fotografia nel finale che verte sul rosso, come una discesa negli inferi,
        Noé ha anche questa mania di circondarsi di belle donne, e’ un bene o un male?

        comunque io in un possibile remake di questo film sceglierei tra questi registi,
        George A. Romero, ma ahime ci ha lasciato 😦
        quindi la scelta ricade su Rob Zombie 🙂

    2. Mi inserisco solo per un breve appunto: da quel che so l’LSD può tranquillamente essere mescolato assieme a un’altro liquido. Ai bei tempi Ken Kesey e i Merry Pranksters lo bevevano nel succo d’arancia e nel Kool-Aid.

  3. Rimasto di sasso persino io, che il cinema di Noé mi piace. Bello davvero, un senso di claustrofobia che non provavo da un bel po’.

    1. Sì, soprattutto gli ultimi 15 minuti. Da non riuscire a respirare

  4. Ottimo! Ha un senso nel suo non volere averlo. Tralasciando chi possa e non possa essere il regista, secondo me un film riuscito lì dove “dimentica” la trama e colpisce con immagini e suoni.
    Questo perchè in fondo un po’ di ragione i francesi degli anni settanta la avevano, quando dicevano che la trama rovinava i film, che l’eccessivo desiderio di costruire trame complesse, finali a sorpresa super progettati, racconti ricchi di sottotesti e sottintesi, in certi casi finiva per intrappolare il mezzo espressivo, ridotto a un supporto per raccontare.
    Qui non c’è niente, e invece c’è tutto.

    1. Non a caso, si autodefinisce un film orgogliosamente francese 🙂

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