I Vivi e i Morti

Regia – Roger Corman (1960)

Ho deciso di fare di testa mia, perché siete poco collaborativi e perché mi avete sempre snobbato il povero Roger Corman, e quindi si parla in maniera approfondita del primo film del suo ciclo su Poe, la prima volta in cui il regista e Vincent Price lavorarono insieme, un momento fondamentale per il cinema horror-gotico degli anni ’60. House of Husher non è di certo il migliore (il titolo se lo contendono Il Pozzo e il Pendolo e La Maschera della Morte Rossa) degli otto film che Corman avrebbe diretto, tra il 1960 e il 1965, per la AIP, usando un metodo molto simile a quello della Hammer, ma è l’inizio di una fantastica avventura in Cinemascope, e val la pena di prenderlo in considerazione per il nostro viaggio infinito nella storia del genere.
La American International Pictures nasce nel 1954, anche se allora si chiamava American Releasing Corporation; era una casa di produzione e distribuzione indipendente, fondata da James H. Nicholson e Samuel Z. Arkoff con l’obiettivo di realizzare film a basso costo per un pubblico molto giovane.
Gli adulti, infatti, se ne stavano a casa a guadare la televisione, mentre i ragazzi uscivano e, proprio a partire dalla seconda metà degli anni ’50, cominciavano a diventare il pubblico di riferimento privilegiato per le cosiddette double features. Film d’azione, commedie adolescenziali, film di fantascienza coi mostri gommosi e, ovviamente, film dell’orrore.

Il primo film distribuito dalla ARC fu The Fast and the Furious, diretto e prodotto da Roger Corman. È qui che inizia una collaborazione quasi ventennale, di cui i Poe-film (definizione di Stephen King) costituiscono la punta di diamante.
Nel 1959, la ARC era diventata AIP e Corman aveva già diretto, sotto la sua egida, una manciata di western, horror e film di fantascienza, tutti con un budget bassissimo, tutti girati in pochi giorni, tutti in bianco e nero.
Nel frattempo, in Inghilterra, la Hammer cominciava a spopolare con le sue rivisitazioni del classici Universal (ricordiamo che La Maschera di Frankenstein è del ’57) e ai dirigenti della AIP viene l’idea di buttarsi, anche loro, nel gotico. I diritti delle opere di Edgar Alla Poe erano da poco diventati di dominio pubblico, il che significava poter puntare su un nome forte in locandina senza spendere un dollaro.
Nicholson e Arkoff propongono così a Corman di girare due film, ognuno dei quali con un budget di 100.000 dollari, ispirandosi vagamente a Poe.
Ma Corman aveva in mente altro.

Invece di due film, ne vuol fare uno solo, col doppio dei soldi, lo vuole girare a colori, in Cinemascope, vuole che appaia molto più costoso di quanto effettivamente sia, e vuole Vincent Price come attore principale e Richard Matheson a scrivere la sceneggiatura.
Insomma, per la AIP, era una produzione di lusso, quasi un salto dalla serie B alla serie A.
Di solito si attribuisce a Corman la qualifica d geniaccio commerciale, grande scopritore di talenti, furbissimo produttore in grado di sintonizzarsi sui gusti del pubblico e farci i soldi sopra. Eppure sono in pochi quelli che sottolineano il suo, di talento. Perché un conto è sfornare film in serie, un conto è impuntarsi con i tuoi produttori per ottenere dei risultati artistici superiori, e alla fine averla anche vinta e arrivare a segnare l’immaginario collettivo.
È vero che Price era già un nome di un certo peso nel cinema horror, ma è stato Corman a portarlo all’apice del successo con il ciclo di Poe, ed è stato sempre Corman a farlo recitare in quel modo così caricato che sarebbe poi diventato una caratteristica distintiva di un’intera carriera.
È stato Corman a impostare uno stile immediatamente riconoscibile, che avrebbe poi portato a quell’esplosione di colori firmata da Roeg alla fotografia ne La Maschera della Morte Rossa.
Per questo I Vivi e i Morti, anche se oggi può apparirci ingenuo, bizzarro, privo anche degli spunti di modernità che abbiamo trovato nei film della Hammer, è così importante.
Se non fosse che non è tutto qui, che persino in questo esordio eccessivamente pomposo, è già presente una forte componente autoironica e consapevole, che sarebbe poi sfociata nella commedia pura in The Raven. Dopotutto, questo è il cinema con cui sono cresciuti i registi degli anni ’80, non solo come formazione culturale: ci sono cresciuti perché molti di loro si sono fatti le ossa con Roger Corman.

L’approccio di Corman a Poe è, lo sappiamo, all’insegna della totale libertà nell’adattamento dei testi, tanto che a fatica si può parlare di adattamento e forse è meglio limitarsi al concetto di una vaga ispirazione. Eppure, Corman è sempre stato bravissimo a restituire sullo schermo l’atmosfera malsana e morbosa dei racconti di Poe, pur stravolgendone spesso del tutto le strutture narrative. Il problema è che Poe non è molto cinematografico e neanche si presta a un racconto per immagini lineare e semplice, che era quello che alla AIP serviva. Prendiamo La Caduta della Casa degli Usher, il racconto da cui I Vivi e i Morti prende spunto: sulla carta, c’è un narratore in prima persona, di cui non sappiamo nulla, che va a trovare un amico d’infanzia, Roderick Usher nel vecchio maniero di famiglia. Roderick ha una gemella, Madeline, molto malata, e anche lui non se la passa benissimo. Madeline muore e Roderick la seppellisce nei sotterranei. Qualche notte dopo, Madeline ritorna dalla tomba e uccide il fratello, mentre il nostro protagonista fugge e la casa degli Usher crolla.

Tutto molto ambiguo e suggerito. La AIP non aveva bisogno di tali sottigliezze, la AIP aveva bisogno di sensazionalismo, ma sempre fino a un certo punto, perché poi come lo spieghi al Codice il sotto-testo incestuoso? Ce lo metti, ma lo rendi talmente invisibile da sfuggire alla rete dei censori.
E così, Corman estrae dal racconto di Poe il suo nucleo di terrore più “facile” da recepire per chiunque: la sepoltura prematura, anche al centro di due successivi film del ciclo, uno dei quali intitolato proprio Premature Burial. Un affare molto serio e sentito ai tempi di Poe, ma un’eventualità in grado di risvegliare i nostri peggiori incubi ancora oggi.
E così, I Vivi e i Morti racconta del fidanzato di Madeline che arriva da Boston per sposarla, incontra Roderick (il nostro Vincent Price), un individuo sinistro e malato, nel corpo e nella mente, che cerca di impedirgli in tutti i modi di portar via sua sorella, perché la stirpe corrotta degli Usher deve finire con loro due e non deve propagarsi per il mondo come un’infezione.

A parte la sostituzione del narratore senza nome con il fidanzatino buono ed eroico, Corman mantiene l’ambiguità di fondo del racconto, pur cambiandone del tutto lo svolgimento: non c’è una risposta ai nostri dubbi se gli Usher siano davvero maledetti, non sappiamo se le origini del male siano soprannaturali o derivino solo dalla follia di un uomo, Roderick, rimasto troppo a lungo isolato e tutto quello che accade ai personaggi può avere spiegazioni perfettamente razionali e plausibili. Insomma, sfido chiunque a non dare di matto dopo essere rimasto chiuso in una bara per un paio di giorni.
I film successivi avrebbero esasperato tutte le caratteristiche già presenti in I Vivi e i Morti: colori sempre più accesi, recitazione sempre più sopra le righe, ai limiti del caricaturale, in palese contrasto con ambientazioni, tematiche ed eccessi di violenza e sensazionalismo, per l’epoca, dirompenti.
Il cinema horror anni ’60, prima dell’esplosione del new horror, della fine del gotico, prima che l’attualità entrasse a far parte anche di un genere che se ne era cautamente tenuto fuori, era questo, tra la AIP negli Stati Uniti e la Hammer e la Amicus in Gran Bretagna e i nostri Bava, Freda, Mastroncinque e altri in Italia: antichi castelli diroccati, mostri dall’oltretomba, retaggi maledetti, acquitrini, paludi, tempeste. È stata un’epoca irripetibile, soppiantata in seguito da orrori di più ampia portata, ma mai sottovalutare il gotico: quando sembra sia sepolto, non è detto che sia per forza morto.

6 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Fammi capire, hai intenzione di trattare tutti i film del ciclo Poe della AIP? Perchè sta già partendo un applauso scrosciante dalle mie parti…

    1. Ehm… purtroppo no. 😦 Ho solo pensato di scrivere articoli random sui film che inserisco nelle mie top 10 settimanali. Cerco di variare il più possibile.

  2. valeria · · Rispondi

    bellissima recensione per un film che avrò visto almeno 5 volte. per me ha un fascino irresistibile, con quei colori sgargianti, il castello decadente, la recitazione (come sottolinei giustamente tu) ben sopra le righe. poteva uscirne un disastro totale e invece abbiamo “i vivi e i morti” 😀

    1. Sì, tutto il ciclo di Corman ha un fascino particolare per gli appassionati di horror gotico. Sono dei gioielli che non si sa bene neanche come gli siano usciti così bene, considerando quanto poco sono costati. Ma Corman era Corman…

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Guarda che se mi avessi chiesto “lo facciamo un bel ciclo dedicato a Corman? Su tutti i suoi Poe-film?” io ti avrei chiaramente risposto di SI’, eh 😉
    Comunque, credo vada bene pure se ne parlerai in modalità random, magari riservando uno dei prossimi post proprio a La Maschera della Morte Rossa… 😉

    1. Ma io su questo non ho alcun dubbio ❤

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