Creed II

 Regia – Steven Caple Jr. (2018)

Questa volta non era facile per niente; persino io avevo qualche dubbio perché, dai, ritirare fuori i personaggi del capitolo più sopra le righe della saga di Rocky, nonché di quello più legato al suo contesto storico particolarissimo, era un’idea molto rischiosa. Questo a prescindere dalla botta emotiva derivata dal vedere i nomi Creed e Drago sugli accappatoi nel trailer e anche a prescindere dal mio legame con il film.
E invece no, invece avevo torto, invece ero la solita donna di poca fede, perché Creed II è un film magnifico, dato in mano a un ragazzino che, quando Rocky IV è uscito in sala, neanche era nato, e scritto in maniera semplicemente perfetta da Stallone. Prima o poi qualcuno si dovrà rendere conto di quale grande sceneggiatore sia, Stallone. Come attore siamo riusciti a sdoganarlo per vie ufficiali, ma ancora non è altrettanto chiaro a tutti quanto sia bravo a scrivere. Che poi, è assurdo: il primo Rocky, quello leggendario, era una sua sceneggiatura che nessuno voleva produrre.

Non so se qualcuno ricorda il post che avevo scritto tanti anni fa su Rocky IV, dove dicevo che, al netto di tutte le esagerazioni e gli intenti propagandistici del film, era l’episodio del ciclo su Balboa in cui, per la prima volta, il pugile andava ad affrontare un avversario invincibile, lo affrontava da solo, privo persino della fiducia di Adriana, almeno per i primi due atti del film.
Il concetto era quindi quello di doversi battere contro qualcuno dalle caratteristiche sovrumane, una macchina creata per tirare pugni e colpevole di aver ucciso l’amico/rivale Apollo.
Passano la bellezza di trentaquattro anni, e quel semi-dio è diventato un povero fallito il cui unico scopo nella vita è utilizzare suo figlio per riprendersi ciò che la vita gli ha, secondo lui, ingiustamente tolto: il rispetto del suo popolo, l’amore di sua moglie, la fama, il successo.
Drago è quindi un personaggio completamente diverso rispetto a Rocky IV; anzi, è un personaggio, cosa che nel 1985 non era né doveva essere, date le intenzioni del film.
Questa è la prima grande botta di genio di Creed II: dare delle motivazioni, uno spessore, un’aura tragica a Ivan Drago, farci capire anche il suo punto di vista. Non a caso, Creed II si apre su Ivan e sul figlio Viktor e solo nella scena successiva ci mostra Adonis e il suo allenatore e mentore Rocky, impegnati nella conquista del titolo mondiale dei pesi massimi.

Che è quasi una formalità, un passaggio obbligato per portare Donnie all’apice e poi farlo cadere rovinosamente, seguendo uno scherma che è in realtà molto simile a Rocky III, con la stessa formula del doppio incontro con il medesimo avversario.
Però i tempi sono cambiati, non siamo più negli anni ’80, dietro la macchina da presa c’è un trentenne e Creed II non è nemmeno più un classico film sportivo. Certo, ha una struttura classica: sconfitta, rinascita, vittoria, con in mezzo uno dei training montage più belli dell’intera saga, ma nel mentre lavora tantissimo sui personaggi, sulle relazioni tra loro e si occupa di lasciare sempre Rocky defilato, sullo sfondo, fondamentale ma non protagonista; si concentra su Adonis e sui suoi drammi personali, tenta in tutti i modi di farlo uscire dall’ombra del padre e di quel gigante del cinema che è e sempre sarà Rocky Balboa.

In parte è la regia attenta di Caple Jr. che dà il meglio di sé nella già citata sequenza di allenamento e nell’incontro finale, sofferto ai limiti dell’agonia; in parte è però la scrittura di Stallone, moderna in maniera sorprendente, in sintonia con il cinema contemporaneo e le sue istanze, capace di saper mettere da parte anche il suo stesso ego, al servizio della costruzione di un buon film e non schiava del perpetuare il mito di Rocky, e quindi di Stallone.
C’è di sicuro del fan service, e mi sarei stupita (e anche un po’ incazzata) del contrario, c’è il tema di Rocky che entra al momento giusto e fa salire la pelle d’oca, ci sono tanti riferimenti a tutti i film della saga e c’è quell’attimo in cui gli sguardi di Drago e Balboa si incrociano, in cui si torna indietro di trent’anni e quasi viene voglia di far scendere i due ragazzini dal ring e farci salire Lundgren e Stallone, anche vecchi, anche acciaccati e malandati. Però si tratta di attimi, indispensabili per carità, ma solo attimi di un film che vive di vita propria anche più di quanto già non lo facesse il primo Creed.

La paura che Creed non potesse funzionare, che non potesse addirittura esistere autonomamente viene fugata dalle tante scene in cui Rocky non è presente, dal bellissimo rapporto tra Donnie e la sua compagna Bianca (Tessa Thompson) e da una prova d’attore, quella di Michael B. Jordan, fuori scala, piena di fragilità e sfumature: il ritratto di un uomo sensibile, diverso dal padre e diverso da Rocky, alla ricerca di un’identità che gli permetta di camminare da solo. Non un Rocky in scala minore o un Apollo vent’anni più giovane.
Adonis è un ragazzo che ha paura, che non ha idea di come tenere in braccio sua figlia, che passa da un’attitudine smargiassa e strafottente al pianto di un bambino troppo cresciuto, che ripete “sono pericoloso” con la voce rotta e non ci crede neanche lui fino in fondo, un personaggio per cui è forse meno immediato provare quell’affetto di slancio che si prova per Rocky, ma più simile a noi di quanto Rocky non sarà mai. Perché Donnie non è un mito.

Lo ribadisco: era difficile, eppure sarebbe stato anche molto facile, fare un film mediocre e campare di rendita su un passato così glorioso. Parliamo pur sempre di uno di quei cinque o sei personaggi che hanno fatto la storia del cinema, parliamo di un pubblico che Rocky lo seguirebbe ovunque, parliamo di una generazione, la mia, cresciuta assistendo alle sue imprese sullo schermo, di battute mandate a memoria. Scarnificare il mito, riportarlo sulla terra, relegarlo in un angolino per dare spazio ad altro, non è impresa di tutti i giorni e, soprattutto, non è impresa dovuta. Ci vuole coraggio per farsi da parte.
Perché non è tanto la successione degli eventi, scanditi col metronomo e così prevedibili che ci si potrebbe scommettere sopra senza perdere mai, a fare di Creed II un ottimo film, è ciò che accade dentro le scene, sono gli sguardi, i piccoli gesti, i vari modi di essere padre narrati, lo spettro sempre incombente del fallimento, non come pugile o come sportivo, ma come essere umano, che mettono Creed II in condizione di funzionare, emozionare e convincere.
E poi c’è un’inquadratura, verso la fine, quando l’incontro è ormai terminato e si pensa che il film non abbia più niente da dire, talmente bella, carica di emozioni, di storia, di malinconia, una sola inquadratura che è l’addio perfetto, che se non vi colpisce dritta al cuore siete solo dei mostri insensibili e Stallone non ve lo meritate.
E comunque, una nomination a Dolph ci stava tutta, infami dell’Academy.

5 commenti

  1. Maxnataeleale · · Rispondi

    Bellissimo.. Mi ha steso per tutti i motivi che elenchi magnificamente anche tu. Vorrei solo aggiungere evitando di fare spoiler che ci sono almeno due momenti che mi hanno fatto molto riflettere sulla forza e sulla responsabilità di essere genitore. Grande Stallone sceneggiatore

    1. Sì, soprattutto la conclusione della vicenda Drago, padre e figlio, fa riflettere moltissimo. Grande film, Stallone sempre più uomo di cinema a 360 gradi.

  2. Per me purtroppo una mezza delusione. Creed jr non ha abbastanza carisma, di gran lunga più sanguigna e convincente la famiglia Drago che però non poteva certo mangiarsi il film. Bello l’avvio, l’ultima mezz’ora e qualche momento qua e là, ma troppo, troppo tirato per le lunghe. Che poi, ci fosse un terzo capitolo andrei a vedere anche quello, ma a questo giro mi è venuta un po’ di barba lunga.

    1. Non è come il primo Creed, che dalla sua aveva il fattore sorpresa: questo è più classico, e hai ragione sul fatto che sia troppo lungo.
      Ma io gli ho voluto bene lo stesso.
      Credo anche che sia girato meglio del primo che sì, aveva quel combattimento in piano sequenza da alzarsi in piedi e applaudire, ma qui c’è l’allenamento nel deserto e non saprei, mi ha emozionata molto più rispetto al training montage del primo Creed.
      Secondo me è una bella lotta tra due ottimi film.

  3. Ma anch’io gli ho voluto bene. Sono un sentimentale, anche se non sembra. 🙂

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