Anna and the Apocalypse

 Regia – John McPhail (2018)

No such thing as a Hollywood ending”

Non mi piacciono i musical, le horror-comedy mi lasciano sempre un po’ perplessa e gli zombie mi hanno rotto le scatole da anni. Ci voleva la superiore razza britannica per farmi amare alla follia un film che racchiudesse tutte e tre le cose in appena 93 minuti.
Anna and the Apocalypse arriva, per essere precisi, dalla Scozia, dove è girato e ambientato e, oltre a essere il musical più anti-hollywoodiano che io abbia mai visto, è anche un signor horror, con tutto il gore al posto giusto, una commedia adolescenziale dove si sorride spesso e un dramma capace di darti quelle cinque o sei coltellate quando meno te lo aspetti, come è del resto tipico della superiore razza di cui sopra: solo in UK sono in grado di miscelare così bene ironia, amarezza e male di vivere, mentre si decapitano pupazzi di neve e gli zombie vengono uccisi tirando loro addosso cocomeri o infilzandoli con caramelle natalizie giganti.

Tanto per cominciare, Anna and the Apocalypse ti dice chiaramente dopo circa un quarto d’ora che le cose non andranno affatto a finire bene, che questa non è la storia a cui siamo abituati, che tutto prenderà una piega pessima e non ci sarà nulla che i personaggi potranno fare per evitarlo. E te lo dice con una canzoncina da canticchiare a squarciagola, come tutte quelle presenti in colonna sonora. Tu pensi stiano scherzando: in fondo è un musical, i personaggi ballano sui tavoli di una mensa scolastica, la musica è leggera, accattivante; non possono fare sul serio.
E invece fanno sul serio e mantengono tutto quello che hanno promesso, continuando a cantare, ballare, saltellare e a far fuori morti viventi.
Insomma, l’atmosfera di Anna and the Apocalypse è di quelle che ti fregano: tu pensi di star guardando un determinato tipo di film e, circa a metà, si trasforma in un’altra cosa, una cosa che, non sai bene neanche tu per quale motivo, comincia a farti male.

Ora, per compiere un’operazione simile, bisogna impostare bene storia e protagonisti. I maledetti britannici sono maestri pure in questo: poche pennellate all’inizio, dialoghi buttati lì con noncuranza, sguardi indirizzati nel modo giusto e non c’è più niente da fare; ti hanno preso, vuoi bene a questi ragazzini che vivono in una piccola città scozzese dimenticata da Dio e dagli uomini, pronti a passare un Natale un po’ più triste e solitario del solito, ognuno di loro per i propri motivi. C’è Anna, colei che dà il titolo al film (Ella Hunt, neanche vent’anni, recita, canta e balla come se non avesse mai fatto altro tutta la vita), che vorrebbe solo andare via di lì, dopo aver perso da poco la madre in circostanze non del tutto chiarite, e ha già comprato un biglietto per l’Australia; suo padre fa il bidello nel liceo dove lei studia, il suo migliore amico John ha una cotta per lei non dichiarata ma evidente e, soprattutto, niente affatto ricambiata; una sua amica ha appena rotto con la fidanzata; il preside è un testa di cazzo col botto e non c’è davvero nulla di grazioso o carino in questo paesuncolo mezzo addormentato.
Potrebbe andare peggio solo se si scatenasse all’improvviso una pandemia che resuscita i morti e li fa diventare tutti zombi. Anche se, all’inizio, è un po’ difficile notare la differenza.

È nota a tutti la bravura della razza superiore nel mettere in scena un desolante squallore quotidiano; nel caso di Anna and the Apocalypse tale squallore è accentuato da due fattori: l’ambientazione natalizia, spogliata da luccichii e e retorica, e l’aderenza totale del film al genere musical. Le canzoni vanno in rotta di collisione con l’atmosfera grigia e dimessa presente in tutto il film, e il Natale è poco più di una scusa per giocare con decorazioni, lucine e cianfrusaglie varie in maniera tale da ingigantire il senso di isolamento, freddezza e terrore vissuto dai personaggi.
Essendo una commedia adolescenziale, il film parla di quanto sia complicato e anche doloroso il passaggio all’età adulta, di come si debba abbandonare la rete di protezione costituita dai nostri affetti, dalle nostre sicurezze, venire a patti con le perdite e i lutti che costellano la vita di ogni individuo. E lo fa nel modo più traumatico possibile, attraverso la fine del mondo e della civiltà che ti porta via tutto e ti lascia solo, coperto di sangue, a doverti costruire un futuro quando non ti è rimasto più niente.

In questo particolare musical, l’amore non trionfa, il ragazzo gentile e un po’ imbranato non riesce a conquistare la fanciulla dei suoi sogni; in questo particolare musical si muore male e si muore da soli, ma lo stesso si tenta di non cedere alla disperazione e di non dimenticare la propria umanità. Chi lo fa, chi usa le circostanze straordinarie come pretesto per dare spazio ai propri istinti peggiori, con la scusa che solo il più forte sopravvive, o è un pazzo o ha semplicemente troppa paura e delle ferite troppo profonde per sperare in qualcosa di migliore. Non c’è, quindi, quell’esaltazione survivalista cara a molti film apocalittici. E come potrebbe essere, in un film dove si fronteggia l’estinzione cantando?

A parte queste considerazioni, che magari vi stanno facendo pensare a un film cupo e meditabondo, Anna and the Apocalypse ha un ritmo forsennato e scandito da canzoni una più orecchiabile dell’altra; sequenze da ricordare come quella che cita la commedia britannica con gli zombie per eccellenza, in cui Anna cammina per le strade della sua città senza rendersi conto dell’apocalisse che si sta svolgendo fuori fuoco alle sue spalle; balli scatenati tra le tombe del cimitero locale, morti inaspettate e perfide di personaggi a cui si vuole così bene da mettersi a lanciare insulti verso lo schermo, splatter di ottima fattura artigianale, tanta, tanta azione ben messa in scena e, soprattutto, una protagonista che vi entrerà nel cuore, per non uscirne mai più.
Come mi ha detto un amico qualche giorno fa, per noi appassionati di horror quest’anno il Natale è arrivato in ritardo, ma ci ha portato il regalo più bello.
E, se non siete ancora convinti, qui c’è tutta la colonna sonora. Ringraziatemi dopo.

6 commenti

  1. Mary Shelley · · Rispondi

    Credo che tu sia una delle poche che, quando leggo una tua recensione, riesca a far venire voglia di vedere un film (anche i più brutti)
    Questo mi incuriosisce parecchio…reperibilità??C’è speranza che compaia per esempio su Netflix?

  2. Maxnataeleale · · Rispondi

    Grazie! In casa mi stanno facendo una testa così con mamma mia 2..appena lo recupero mi vendicheró in questo film

  3. Maxnataeleale · · Rispondi

    “con questo film”

  4. Blissard · · Rispondi

    Ero pieno di aspettative per questo film e devo ammettere di essere rimasto molto deluso.
    Il mix grigia provincia+zombi è ormai un clichè britannico, l’horror cartoonesco non è mai divertente o liberatorio (anche in considerazione del fatto che lo sfondo è cupo e disperato), le canzoni all’inizio intrippano, poi vengono a noia. A metà film mi sono addormentato, ed erano le 9 di sera, non un buon segno…

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Più o meno come un Shaun of the Dead in salsa musical, insomma… 😉

  6. […] questo blog ho scoperto quei gioiellini che sono Cold Skin e The Terror e, ultimo della serie, Anna and the apocalypse. Ora, io ho sviluppato una certa avversione per le apocalissi zombie. Perché sono saturo. Perché […]

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