The Oath

 Regia – Ike Barinholtz (2018)

La prima recensione del 2018 cade proprio al momento giusto, quando tutti voi sarete saturi di cene e pranzi coi parenti e avrete compiuto sforzi immani per non uccidere quel cugino giallo-verde che vi ha provocati nel corso di tutte le feste. The Oath è ambientato durante il fine settimana del Ringraziamento, ma l’effetto è lo stesso: avere a che fare con persone che magari non vedete da anni e hanno idee politiche diametralmente opposte alle vostre. Siete consapevoli che, per quanto cerchiate di evitarlo, prima o poi la discussione andrà a parare proprio lì, e degenererà in litigio. O in qualcosa di peggio, soprattutto in questo momento storico.
Ecco, The Oath racconta qualcosa di molto simile, ma con un’aggiunta interessante: cosa fareste se vi venisse chiesto di firmare un giuramento di fedeltà al governo in carica? Non alle istituzioni in quanto tali, ma proprio alla triade (innominabile) ora al potere. Vi ribellereste? Lo firmereste per quieto vivere? Lo firmereste con convinzione e senza esitare un solo istante?


In The Oath, il termine ultimo per firmare il giuramento scade proprio il giorno del Ringraziamento e, anche se sulla carta non esiste alcun obbligo di sottoscrizione, si prospettano tempi difficili per quelli che hanno scelto di non prestarsi alla sceneggiata: arresti ingiustificati, polizia che spara sulla folla, senza contare i semplici, ma determinanti, vantaggi economici e fiscali per i firmatari. Chris (interpretato dallo stesso regista Barinholtz) ha scelto consapevolmente di non sottoscrivere il giuramento, e così sua moglie. Ma il resto della famiglia la pensa in maniera molto diversa, soprattutto il fratello minore e la sua insopportabile fidanzata; Chris ha promesso che non tirerà fuori l’argomento durante fine settimana, eppure la cosa non è facile, soprattutto quando due agenti governativi si presentano alla porta con l’intenzione di “fare qualche domanda” al padrone di casa.

Da lì, basta poco perché la vicenda prenda una piega molto sinistra e violenta e The Oath diventi una black comedy al sangue. Non si tratta proprio di horror, ma il film si muove in territori a esso contigui e potrebbe far parte del sotto-genere home invasion, anche se la parte più interessante non quella successiva all’arrivo dei due agenti a casa di Chris, ma quella precedente, che descrive così bene, anche se per ovvi motivi andando un po’ sopra le righe, certe dinamiche famigliari e certi contrasti che nascono quando un paese è diviso in due schieramenti netti e professanti idee inconciliabili.
Mi stupisco di trovare tanti elementi in comune con un film statunitense, ambientato durante una festività con cui non ho nulla a che spartire e basato su una situazione politica molto circoscritta.
Eppure, se ci riflettete bene, non ci sarebbe nulla di anormale se un domani i nostri attuali governanti chiedessero una sorta di giuramento di fedeltà da sottoscrivere col sangue. Io la vedo una cosa del tutto in linea con la mentalità di chi ora ha in mano il futuro del paese. Ed è per questo che The Oath mi ha prima divertita, poi affascinata e, infine, atterrita, anche se forse si poteva evitare di buttarla in caciara da un certo punto in poi e restare fedeli alle premesse di una famiglia spaccata in due che rispecchia una nazione spaccata in due.

Ma questo non significa che The Oath non intrattenga fino alla fine; soltanto lascia un po’ cadere nel nulla la sua anima più riflessiva e caustica, quasi Barinholtz si fosse voluto fermare prima di arrivare a conclusioni seriamente spiacevoli. Alla fine, sembra voler dire il film, siamo tutti americani, nonostante il fatto che ce le siamo date di santa ragione per un’ora e mezza e qualcuno sia andato molto vicino a lasciarci la pelle: si può trovare un punto in comune o, se non si trova, si può andare ognuno per la propria strada e non essere costretti a incontrarsi mai più. E, se questa è la soluzione più estrema prospettata da un film, ci si può stare. C’è da sperare che, in qualche modo, corrisponda alla realtà.
Se non fosse che non corrisponde neanche per idea, che con certe posizioni non ci deve essere alcuna conciliazione, che alcune posizioni non sono compatibili, non tanto con una parvenza di convivenza civile, ma con il nostro stesso appartenere al consesso umano, che quando Chris urla, in pieno pranzo di Ringraziamento, che chiunque abbia firmato il giuramento del titolo è “uno stupido maiale”, è difficile dargli torto e, per quanto i suoi parenti destrorsi insistano col dargli dell’arrogante, non tutte le opinioni sono uguali o ugualmente valide.

Ma, a parte queste considerazioni, The Oath è un film molto piacevole da guardare, soprattutto grazie al suo ritmo forsennato dal minuto uno al minuto novantatré, alla bravura di un cast che dà l’impressione di divertirsi da matti, a dei dialoghi vivaci e, in alcuni casi, anche parecchio intelligenti, e a un continuo dinamismo della regia che riesce a non far sembrare statica una storia tutta girata in interni, anzi, in un paio di stanze.
Molto bravo quindi Barinholtz, qui al suo esordio in un lungometraggio, forse più bravo nella messa in scena e nella direzione degli attori che come autore, ma se volete cominciare il 2019 con una bella fotografia di cosa vi siete appena lasciati alle spalle con le festività natalizie, o di cosa avete rischiato a passare troppo tempo con i vostri parenti, The Oath è il film che fa per voi.

7 commenti

  1. Famiglie che si odiano e festività? Venduto!!! *__*

    1. Famiglie che si odiano, festività e home invasion!

  2. Blissard · · Rispondi

    Me l’ero perso questo, grazie per la segnalazione.
    L’ho appena visto e concordo con te. Il finale sembra, come dire?, un po’ pavido e per molti versi incongruo – cosa che capita spesso in film, non solo americani, del genere – però ci si diverte e ci si atterrisce tanto.

    1. Poteva spingersi quel filo oltre e sarebbe stato memorabile. Ma anche così, non è male.

      1. Blissard · · Rispondi

        A pensarci, è un po’ la stessa cosa che succede in Purge: Election Year e Get Out, giusto per citarne due affini anche tematicamente.

  3. Peccato veramente che non abbia oltrepassato quella linea. Sarebbe diventato un film incredibile. Un po’ mi dispiace ma, effettivamente, è un fillm che intrattiene bene e che mi è piaciuto molto.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Un Barinholtz interessante e fin troppo attuale (non solo in riferimento al Natale, ahimè), questo… penso proprio valga la visione, pure non riuscendo poi -o, magari, scegliendo consapevolmente di non riuscirci- ad andare davvero fino in fondo.

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