1989: The Woman in Black

Regia – Herbert Wise
There’s just a kind of causeway across the marsh, you can use it only at low tide. Otherwise it’s under water.”

Andamo online eccezionalmente di mercoledì, perché non ho proprio avuto tempo di scrivere il post per lunedì. Non volevo fare una cosa affrettata o scritta tanto per riempire il palinsesto del blog, soprattutto perché a The Woman in Black ci tengo particolarmente e voglio rendergli giustizia: si tratta di un grande classico dimenticato, e momentaneamente tornato sotto i riflettori nel 2012, quando una rediviva Hammer decise di realizzarne il remake, purtroppo con scarsi risultati. Ed è proprio a partire dal modo in cui il remake è stato impostato che si può comprendere quanto sia efficace, pur nella sua povertà televisiva, questo ennesimo colpo messo a segno da Nigel Kneale, una figura di cui ci stiamo occupando molto spesso negli ultimi mesi.

The Woman in Black va in onda alla vigilia di Natale del 1989, sul canale ITV, rinnovando la tradizione tutta britannica di passare le feste facendosela sotto dalla paura, come The Stone Tape ci ha insegnato. Dal 1971 al 1978 infatti, la BBC aveva allietato la notte di Natale delle famiglie inglesi con A Ghost Story for Christmas, brevi film per la tv (solitamente tratti da M.R. James e diretti da Lawrence Gordon Clark) trasmessi intorno alle 23, giusto per tenere desto lo spirito natalizio.
Pur non facendo parte del palinsesto BBC e arrivando vent’anni dopo l’ultimo episodio della serie, The Woman in Black sembra guardare proprio a Ghost Story for Christmas come fonte di ispirazione.
Anche qui si prende spunto da un’opera letteraria, il romanzo omonimo di Susan Hill (che però non ha mai gradito più di tanto l’adattamento. Chissà che ne pensa del remake), pubblicato nel 1983 con grande successo di pubblico e già trasposto per il teatro, nel 1987, ottenendo dei riscontri clamorosi e diventando in breve tempo uno degli spettacoli più replicati di sempre.
Ora, la peculiarità di The Woman in Black è che si tratta di un romanzo gotico, scritto negli anni ’80 con lo stile tipico del gotico classico. E la stessa cosa si può dire del suo adattamento televisivo: un film della fine degli anni ’80, ma realizzato come se fosse stato recuperato da una capsula del tempo. Non ha infatti nulla a che vedere con l’horror del periodo, e le ragioni della sua riuscita stanno tutte lì.

Ci sono, tuttavia, alcuni spunti moderni nella trasposizione: innanzitutto, Kneale si libera della cornice (curiosamente natalizia) e della struttura a flashback del romanzo di HIll; inoltre ambienta la vicenda non alla fine del XIX secolo, ma negli anni ’20 del XX (c’è un riferimento al film La Febbre dell’Oro, del 1925) e aggiunge un elemento tecnologico com’era tipico del suo stile, un apparecchio di registrazione e riproduzione sonora che, in un certo senso, rimanda proprio a The Stone Tape e permette al protagonista, il giovane avvocato Arthur Kidd, di raccogliere le informazioni necessarie allo svelamento del mistero non tramite la lettura di documenti, diari e lettere, ma direttamente dalla voce della recentemente deceduta vedova Drablow. Ma, a parte questi accorgimenti per rendere più fluida una narrazione per immagini, The Woman in Black è una ghost story che più classica non si può.

Il che ci riporta dritti a quanto scrivevo all’inizio: il remake non riesce a comprendere l’efficacia di una ghost story mantenuta sempre su toni molto sobri, senza uso di jump scares, e dove la paura striscia lungo la spina dorsale dello spettatore, non gli urla in faccia con uno sbalzo di volume ogni due minuti.
Questo perché la storia è di per sé talmente forte, da non aver bisogno di alcun trucco per funzionare: lo sapeva Kneale e lo sapeva molto bene Wise, un veterano delle produzioni televisive inglesi, con una novantina di titoli all’attivo: di solito, indulgere in certi mezzi grossolani per creare spaventi a buon mercato è indice di gravi lacune narrative. Nel caso di The Woman in Black, di lacune non ce ne sono e aggiungere a una vicenda di atmosfera degli stilemi così cari a un certo tipo di horror contemporaneo, quello che necessità di pompare i muscoli al massimo per tenere desta l’attenzione del pubblico, è soltanto ridodante e fastidioso.
Non c’è nulla che possa essere deifinito ridondante o fastidioso in questo prodotto tv a basso budget che penso abbia causato parecchi incubi a chi, da bambino, ha avuto la fortuna di assistere alla sua prima messa in onda.

Come in ogni ghost story che si rispetti, il passato ritorna a perseguitare il presente sotto forma di una misteriosa figura vestita di nero, quella che dà il titolo a romanzo e film: Arthur deve passare un paio di settimane nella residenza della signora Drablow, morta da poco e senza eredi, fare un inventario delle sue cose e occuparsi della messa in vendita della magione.
Tale magione si trova in un piccolo paesino costiero, ma molto distante dal centro abitato, in mezzo alla brughiera e collegata al resto del mondo da un sentiero che, quando si alza la marea, viene completamente sommerso dall’acqua di una palude.
Non penso esista una definizione più perfetta di isolamento.
Com’è ovvio in questo tipo di racconto, in paese sono tutti molto diffidenti nei confronti dell’avvocato e molto reticenti nel parlare della signora morta da poco e della sua casa.
Il povero Kidd si ritrova così a fare i conti con l’ostilità dei locali e alcuni eventi che quasi sembrano precognizzare che il suo soggiorno non sarà proprio una passeggiata.

Dal momento in cui Kidd mette piede in paese, Wise e Kneale mettono mano a tutto l’armamentario gotico: apparizioni fugaci al cimitero, strani rumori nella palude, voci infantili nelle stanze, il ritrovamento di alcuni nastri incisi dalla padrona di casa, dove si accenna a una presenza che forse è la stessa donna vista dall’avvocato al funerale.
Ogni manifestazione del soprannaturale è però centellinata, dosata con estremo gusto e, soprattutto, molto difficile da prevedere, nelle modalità e negli esiti.
Inizialmente, crediamo infatti che la presenza della Donna in Nero sia legata alla vedova morta da poco, poi a Eel Marshall House, infine, ci accorgiamo che le cose sono molto differenti da come appaiono e che la triste storia delle due sorelle Alice e Jennet è una maledizione da cui, qualunque cosa si faccia, qualunque mezzo si utilizzi per difendersi, non c’è salvezza.
Perché, una volta che la Donna in Nero ha posato il suo sguardo su di te, nessun luogo è sicuro.
Questo senso di ineluttabilità, questa persecuzione priva di un motivo concreto, questo progressivo disgregarsi di ogni certezza: fa tutto parte delle migliori storie di fantasmi, di cui The Woman in Black costituisce quasi un compendio, un punto di arrivo che condensa ogni tratto tipico della ghost story in 100 minuti di terrore puro.

Arriviamo così al 1999, a scegliere il penultimo film di questa rubrica che sta andando avanti dal 2011. Il 1999 è un anno strapieno di roba, per cui ho dovuto fare una bella selezione, lasciando fuori anche film importanti o considerati tali. Abbiamo quindi un sondaggio con tre film, il primo dei quali non dovrei neanche presentarlo, perché si tratta di The Blair Witch Project; con il secondo ci spostiamo in una zona leggermente più di nicchia, continuando a parlare di fantasmi: Echi Mortali, di David Koepp, tratto da Matheson, è uno degli horror più sottovalutati degli anni ’90 e mi piacerebbe spiegarvi perché; chiudiamo infine con l’angolo del cazzeggio e con il più bel film sui coccodrilli assassini a memoria d’uomo: signore e signori, Lake Placid, di Steve Miner.

12 commenti

  1. bellissima recensione di un film che me l’ha letteralmente fatta fare sotto dalla paura 😀 quella famosa scena in camera da letto di cui hai anche postato la gif non solo mi ha fatto fare un salto di tre metri sulla sedia alla prima visione, ma mi viene l’ansia ogni volta che ci ripenso XD sono pochi i film che mi hanno messo addosso un tale livello di inquietudine.

    per il prossimo film, pur con grande difficoltà perché vorrei leggere un tuo parere su tutti e tre, voto per “echi mortali”, perché sarebbe decisamente il momento di rivalutarlo: D

    1. Grazie!
      Quella scena a letto è uno dei miei incubi peggiori. Credo sia tra le più spaventose di sempre.
      E sono d’accordo con te a proposito di Echi Mortali: è arrivato il momento di parlarne!

  2. enricotruffi · · Rispondi

    Come in The Stone Tape, anche qui gran parte della riuscita sta nell’uso del sonoro, i rumori strazianti nella palude, la voce del bambino nella stanza, i suoni “sbagliati” fuori campo, raffinatezze che il remake ha miserabilmente perso. La tradizione tutta inglese delle storie di fantasmi a Natale è bellissima, e di quel ciclo “Lost Hearts”, “A Warning to the Curious” e “The Signalman” sono dei piccoli gioielli, per quanto limitati da una produzione televisiva (ma neanche troppo). Ottima recensione, al solito 😉

    1. Stavo pensando di recuperarli proprio per Natale. Ora vediamo se riesco a trovarli da qualche parte!

  3. Peccato, avrei preferito Lake Placid ma sono in schiacciante minoranza (The Blair, invece, fu per me una grossa delusione).

    1. Di Lake Placid, prima o poi, parlerò comunque, questa è una delle poche certezze della mia vita 😀

  4. Hai il mio voto per Echi Mortali, son curioso di sentire la tua opinione in materia

    1. E sì, ormai mi pare stia vincendo senza neanche sforzarsi troppo 🙂

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Tentare di rifare -detto così, in soldoni- il lavoro di Kneale ma senza più poter disporre del suo talento effettivamente non poteva far nascere il remake di “The woman in black” sotto la proverbiale buona stella e infatti il risultato, più che reinterpretare l’originale, lo ha frainteso totalmente 😦
    Fra le altre cose (non riuscite), poi, non me ne voglia la brava Liz White, ma la sua donna in nero è lontana dal suscitare gli stessi brividi di quella superbamente interpretata da Pauline Moran…

    Voto anch’io per Echi Mortali 😉

    P.S. “Lost Hearts”, “A Warning to the Curious” e “The Signalman” li avevo visionati sul Tubo a suo tempo, dovrebbero essercene ancora diverse versioni (a meno che tu non stessi già pensando di reperirli direttamente in DVD)…

    1. Anche perché la povera Liz White è praticamente sommersa di CGI, quindi neanche ti puoi effettivamente rendere conto del suo talento o della sua capacità di essere inquietante. Davvero una delusione 😦

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