1969: Night Gallery

 Regia – Boris Sagal, Steven Spielberg, Barry Shear

Ladies and gentlemen, this is the Night Gallery

Dopo l’abbuffata Hammer di ottobre, riprendiamo la consueta programmazione del blog, ma con un twist, tanto per non farci mancare niente: a uscire vincitore del sondaggio è stato infatti il pilot di una serie tv, l’esordio ufficiale di Spielberg, che molti credono sia Duel, mentre invece trattasi di un film per la televisione diviso in tre segmenti, girati da altrettanti registi, e con Rod Serling come autore e anfitrione.  Spielberg, che all’epoca aveva 23 anni, si ritrova così a dover dirigere nientemeno che Joad Crawford, in una delle sue ultime apparizioni prima del ritiro, avvenuto nel 1972.
Night Gallery può essere definita la serie “gemella” di Ai Confini della Realtà. Ma, mentre la seconda era a tutti gli effetti un’opera di fantascienza, la prima si inseriva pienamente nella categoria dell’horror soprannaturale. Serling scrisse gran parte degli episodi, ma non ebbe mai, su Night Gallery, lo stesso controllo creativo, soprattutto in fase di montaggio, avuto su The Twilight Zone. Forse questo spiega la tutto sommato breve tenuta della serie: appena tre stagioni, dal 1970 al 1973 e anche alcuni problemi nella messa in onda, con il format originale di Night Gallery ridotto da 60 a 30 minuti, tagliuzzando spesso parecchi segmenti.
Nel corso della sua vita, Night Gallery ha portato sul piccolo schermo non solo storie originali di Serling, ma anche adattamenti letterari. Io vi consiglio di recuperare Cool Air presente nel dodicesimo episodio della seconda stagione e diretto da Jeannot Szwarc. Così, giusto per imparare come mettere in scena Lovecraft.

Ogni puntata cominciava con un’introduzione di Serling, che mostrava tre dipinti in qualche modo collegati alle storie. Se, a partire dalla prima stagione, i quadri non avevano un vero e proprio ruolo all’interno dei vari segmenti, in questo film per la tv che è da considerarsi a parte rispetto alla serie vera e propria, essi compaiono in ogni vicenda e vi hanno due volte su tre un ruolo attivo. Abbiamo ripetuto tante volte che l’horror televisivo, almeno fino a qualche anno fa, ha sempre avuto dei grossi limiti relativi alla natura castrante del mezzo. Poi le cose sono cambiate e oggi supera certi limiti con più sfacciataggine una cosa come Channel Zero di tanti film che, per sperare di avere successo nelle sale, devono ottenere il marchio PG13.
Ma alla fine degli anni ’60 era difficile aggirare i limiti senza superarli. Bisognava essere bravi e Serling era uno di quelli davvero bravi.
Le tre storie di questa prima, storica messa in onda di Night Gallery sono tre piccole perle del macabro, delle specie di morality play, con uno spietato contrappasso per ogni personaggio vi si trovi coinvolto. In un certo senso, il pilot di Night Gallery ha la stessa struttura dei fumetti EC, poi diventati fonte di ispirazione per un’altra serie tv storica, degli anni ’90 in questo caso, Tales from the Crypt.

Il primo segmento, The Cemetery, è diretto da Boris Sagal e racconta di un uomo che uccide lo zio per ereditare la sua fortuna; la passa liscia, ma comincia a essere perseguitato da uno strano quadro, realizzato proprio dal defunto zio, che ritrae la cappella di famiglia e che sembra cambiare ogni giorno: dapprima una fossa appena scavata, poi ricoperta di terra, poi una bara aperta e così via, fino a quando una figura non esce dalla tomba e si avvicina alla casa. A nulla vale bruciare la tela, perché pochi minuti dopo, quella è di nuovo al suo posto, appesa lungo le scale.
Con Roddy McDowall nel ruolo del nipote omicida e Ossie Davis in quello del maggiordomo da lui perennemente vittimizzato, The Cemetery è un biglietto da visita entusiasmante per la serie: senza mostrare quasi nulla, costruisce un’atmosfera di minaccia costante, ripaga il male compiuto (con gli interessi) a un personaggio sgradevolissimo e, in appena venti minuti, imposta tono e atmosfere di quello che sarebbe stato il meglio di Night Gallery.

E ora veniamo al giovane e già divino Spielberg in compagnia dell’anziana, ma non per questo meno divina, Crawford: Eyes è un piccolo racconto crudele che non ha nulla di soprannaturale; facciamo la conoscenza della signora Menlo, ricchissima e stronzissima, non vedente dalla nascita. Quando viene a scoprire dell’esistenza di un trapianto sperimentale dei nervi ottici, che ha avuto un certo successo sugli animali, pretende, tramite ricatto, che il suo medico lo esegua su di lei. Compra gli occhi da un povero disperato sommerso dai debiti e si prepara a vedere di nuovo, ma con un severo limite temporale: i suoi occhi nuovi dureranno appena 12 ore.
Rivelarvi in che modo la faccenda si sviluppa sarebbe da arresto immediato e quindi non lo farò. Vi basti sapere che si tratta di cattiveria pura, sempre per quella legge spietata e inflessibile del contrappasso che caratterizza questi brevi apologhi del terrore.
Com’è ovvio, Eyes, è l’episodio migliore del terzetto, e non solo perché è il meno scontato da un punto di vista narrativo, ma anche perché la classe di Spielberg, ancora acerbo, eppure già così personale, conferisce una marcia in più al tutto. Basta vedere la sequenza in cui la signora Menlo si toglie le bende e torna a vedere per restare estasiati di fronte a tante precisione e chiarezza nella messa in scena.
Come bonus c’è il personaggio di Sidney Resnick (Tom Bosley), il venditore di occhi, ritratto con una caratura tragica e profondamente umana, che racchiude in sé in potenza tutti i tratti distintivi di ciò che, in seguito, sarebbe stato definito “spielberghiano”.

A chiudere il trittico abbiamo Escape Route, che è purtroppo la più debole delle tre storie, non per l’idea alla base, in realtà magnifica, ma per com’è condotta: il segmento dura un po’ troppo ed è ripetitivo. Si racconta di un criminale nazista rifugiatosi in Sud America, che sviluppa un’ossessione per un quadro in un museo, un idilliaco paesaggio di n lago alpino, con una barchetta e un pescatore. L’uomo, un vero e proprio mostro, a forza di osservare il quadro, ha l’impressione di finirci dentro e di trovare lì un nascondiglio dove la polizia israeliana non potrà mai raggiungerlo. Ma, logicamente, c’è una grossa fregatura ad attenderlo.
Nonostante zoppichi un po’, Escape Route si contraddistingue per un finale beffardo e allucinante, che chiude degnamente il pilot.
Come abbiamo detto prima, la serie è proseguita fino al 1973, con alti e bassi e, anche senza raggiungere le vette di The Twilight Zone, ha avuto un ruolo fondamentale nel definire l’horror televisivo.
I vari episodi sono facilmente recuperabili, anche se i prezzi delle edizioni in dvd sono al quanto esosi. La speranza è che, prima o poi (come è stato recentemente fatto da Amazon Prime con Dark Shadows) qualche piattaforma di streaming li renda disponibili della loro totalità. Ne vale la pena, ve lo assicuro.

Qui siamo in dirittura d’arrivo: ci mancano pochissime annate di cui parlare e, a breve avremo concluso per sempre la rubrica che esiste più o meno da quando esiste il blog. Se il 1969 è un’annata un po’ scarsa, quella del 1979 è invece ricchissima, fin troppo, tanto da farmi compiere scelte dolorose. Quattro film tra cui scegliere, dunque: cominciamo con Buio Omega di Joe D’Amato, perché qui non ci facciamo mancare nulla, neppure la necrofilia estrema; proseguiamo restando in Italia con Zombi 2, perché è uno scandalo non aver mai parlato, neanche una volta, di Fulci; ci trasferiamo quindi in Germania e salutiamo Werner Herzog e il suo Nosferatu; per finire, facciamo una capatina in Canada dal signor Cronenberg, pronto a deliziarci con il suo Brood.

3 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Ah, lo so che ne vale la pena, eccome se lo so 🙂 Eppure, nonostante io sia fan della serie (pilot compreso, ovvio) da molto tempo, sono lo stesso riuscito a mancare quell’occasione d’oro che me l’avrebbe fatta conoscere ancor più in anticipo: la rarissima nonché a tutt’oggi unica programmazione mattutina della terza serie (doppiata) nientemeno che su RAI 1, trent’anni fa…
    Riguardo poi all’ottimo episodio (Eyes) diretto dal giovanissimo Spielberg, è proprio il caso di dire che per lui il buongiorno si vedeva già dal mattino 😉
    P.S. Allo scandalo fulciano bisogna rimediare il più presto possibile, quindi la mia scelta di voto E’ obbligata 😉

    1. Che poi ci sono davvero degli episodi magnifici, C’è Il Modello PIckerman, per esempio. E comunque vedere Sterling che introduce è sempre un gran piacere!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Assolutamente sì! E, sempre parlando di episodi magnifici, direi che già il primo segmento di episodio della prima stagione -“The Dead Man”- si difende più che bene (ricreando assai bene l’atmosfera del racconto originale di Leiber dall’inizio fino alla sua raccapricciante fine) 😉

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