HHH: Dracula, Principe delle Tenebre

 Regia – Terence Fisher (1966)

Torniamo a occuparci della Hammer più nota e più amata, con il film che forse ne rappresenta appieno l’estetica. Se si pensa alla Hammer, la nostra mente corre subito a Dracula, Principe delle Tenebre, la seconda apparizione di Lee nei panni del vampiro più famoso del mondo. Sappiamo già quanto l’attore non amasse il personaggio creato per lui da Sangster e Fisher; l’idea di tornare a interpretarlo dopo il Dracula del 1958 non passava neanche per l’anticamera del cervello di Lee. A convincerlo fu, secondo la leggenda, una sorta di ricatto morale posto dai produttori del film: senza di lui, non ci sarebbe stato Dracula e, senza Dracula, un sacco di gente non avrebbe avuto un lavoro. Se si considerano le volte in cui Lee avrebbe di nuovo vestito i panni del conte, è evidente che il ricatto abbia avuto un gran successo.
Ma il rapporto, a voler usare un eufemismo, conflittuale di Lee con Dracula non si esaurisce nella decisione sofferta di tornare a interpretarlo: Dracula, Principe delle Tenebre è famoso, tra le altre cose, perché il vampiro non pronuncia neppure una parola nel corso di tutto il film.
Secondo Lee, ciò è dovuto a una sua scelta ben precisa: i dialoghi che Sangster gli aveva assegnato erano così brutti, che Lee chiese di tagliarli; secondo Sangster, invece, il personaggio è concepito muto a partire dalla sceneggiatura e quei pessimi dialoghi di cui parla Lee non sono mai esistiti.
Dove si trovi la verità, non lo sapremo mai.

Se i film dedicati a Frankenstein procedevano a pieno regime, era dal 1960 che la Hammer aveva abbandonato Dracula in un angolo a prendere polvere. Le Spose di Dracula aveva segnato infatti l’ultima incursione dello studio britannico nel cinema vampirico, e il conte neanche vi appariva.
Nel 1966, la Hammer firma un contratto di distribuzione con la Fox, sganciandosi dalla Universal, e alla Fox richiedono un nuovo film con Dracula.
Da qui la necessità di ingaggiare Christopher Lee e, soprattutto, per Sangster, quella di trovare un modo efficace per far risorgere il vampiro, divenuto cenere alla fine del primo film a lui dedicato.
Ed è proprio la resurrezione di Dracula uno dei momenti più importanti della storia del cinema targato Hammer, quello in cui si passa in un lampo dall’horror gotico al gore e la Hammer supera i limiti consentiti dalla decenza, andando a rimestare nell’orrore puro.

Il film comincia con due coppie in viaggio nei Carpazi: per raggiungere la loro destinazione, devono attraversare i terreni limitrofi al castello di Dracula e il cocchiere della carrozza si rifiuta di accompagnarli, lasciandoli in mezzo ai boschi. Il conte è scomparso da dieci anni, grazie all’intervento di Van Helsing (che in questo film appare solo in un flashback all’inizio), ma gli abitanti della zona hanno ancora paura di lui.
I nostri viaggiatori, inglesi, non sanno niente e sorridono delle sciocche superstizioni dei villici locali. Ovviamente finiranno, per tutta una serie di circostanze, col passare la notte nel castello del vampiro e rimpiangeranno di aver preso così alla leggera la leggenda del castello di Dracula.

Prince of Darkness ha una struttura perfetta per essere ricalcata e addirittura fatta oggetto di parodia, dall’horror a venire: rappresenta la base per ogni storia del terrore che si rispetti. Ci sono i protagonisti scettici e incauti, che commettono una stupidaggine dietro l’altra e non ascoltano mai la voce della ragione rappresentata dal personaggio di Barbara Shelley; ignorano ogni segnale di pericolo, ogni evidenza che nel castello ci sia qualcosa che non quadra; soprattutto i due uomini del gruppo esprimono una boria e una sicumera insopportabili, bollando i sospetti (fondatissimi) delle loro accompagnatrici come isterismi da donnette.
E poi, uno di loro viene accoltellato dal maggiordomo Klove, unica presenza vivente nel castello, e il suo cadavere appeso a testa in giù e dissanguato per riportare in vita Dracula.
Ed ecco la scena che, ne sono certa, sarà costata più di qualche svenimento in sala all’epoca: realizzata tramite una serie di invisibili (quasi, dai) dissolvenze incrociate, mostra la ricomposizione del corpo del vampiro a partire da un mucchio di ceneri, mentre il sangue sgorga come una cascata dalla gola tagliata della vittima, ed è così rosso da sembrare fluorescente.
Fisher non sarà stato il più elegante e raffinato dei registi inglesi (non credo neanche volesse esserlo), ma sapeva andarci giù pesante, sapeva enfatizzare il valore shockante dei suoi film, inserendo quel paio di sequenze di pura exploitation in quelli che erano, in fin dei conti, dei melodrammi gotici dal ritmo altalenante.

Altro momento capace di fondare un immaginario intero è l’esecuzione di Barbara Shelley, divenuta vampira e catturata da Padre Sandor (Andrew Keir), colui che fa le veci dell’assente Van Helsing in questo film: la poveretta è soverchiata da un gruppo di quasi dieci uomini, immobilizzata su un tavolo (la scena mi ha sempre fatto pensare, in maniera piuttosto sinistra, a uno stupro) e alla fine infilzata dal paletto. Il tutto avviene in campo, con tanto di dettaglio del paletto che entra nel petto della vampira e schizzo di sangue allegato. Potrei sbagliarmi, ma non credo si fosse mai visto nulla del genere nel cinema britannico fino a quel momento.
E poi, se nel primo Dracula l’elemento erotico era molto sfumato, qui Fisher non lascia davvero nulla all’immaginazione: quello tra il conte e Suzan Farmer, verso la fine del film, è niente di più e niente di meno che un atto sessuale interrotto sul più bello. Infinitamente più gentile e, soprattutto, consensuale, rispetto a quanto i “buoni” hanno fatto subire a Shelley pochi istanti prima.

Il che ci porta a una conclusione inevitabile: il film è schierato dalla parte dei vampiri, senza alcuna esitazione. Quanto le loro controparti umane sono ingessate, bigotte, ottuse e miopi, tanto i vampiri sono portatori di un senso di libertà e di un crollo totale delle inibizioni. Mancando di una figura carismatica e benevola (per quanto comunque rigida) come Van Helsing, lo schieramento delle forze del bene difetta in personalità. E quello che gli manca in personalità, lo acquista in un’aderenza quasi grottesca alle convenzioni.
Per questo i vampiri, in quanto agenti del caos, sono come una ventata d’aria fresca nella soffocante atmosfera che si respira nel monastero dove si svolge la seconda parte del film. E tutto ciò, badate bene, senza volerli ammantare di alcun afflato romantico. Sono vampiri, sono succhiasangue, sono mostri privi di umanità. E sono bellissimi per questo.
Basta vedere la trasformazione di Barbara Shelley, da timida e petulante mogliettina, a vera e propria icona erotica, capace (credo) di turbare i sonni di molti spettatori. Per non parlare della voluttà con cui Suzan Farmer si offre al conte, quando finalmente quel barbagianni del marito e quell’insopportabile inquisitore del frate sono così scemi da lasciarla sola con lui.
Poi sì, il male va sconfitto, Dracula deve annegare in un lago ghiacciato, l’ordine bisogna ristabilirlo in qualche modo, ma quanto mostrato nel corso del film non lascia spazio ad alcun dubbio.
È questa la grandezza della Hammer, questa la sua modernità eversiva e sconvolgente, questa la sua capacità di ribaltare, tramite strutture narrative convenzionali, le regole morali dell’epoca. Per nascondere qualcosa, non si deve fare altro che lasciarla in piena vista.

7 commenti

  1. Il vampiro come seduttore (che cattura la preda col proprio fascino), prima che diventase il vampiro come rock star (che cattura lapreda perché è ricco e famoso) e poi il vampiro come tipo sberluccicoso che ho conosciuto al liceo (che cattura la preda perché a lei piaccioni i bei tenebrosi liceali e poi comunque…).

    1. Vampiri seduttori e dalla carica erotica fortissima ma, di fatto, impotenti.
      Non ho mai visto un Dracula della Hammer far sesso come i vampiri berluccicosi.
      Altri tempi, epoche più civili 😀

  2. Blissard · · Rispondi

    La tua bellissima recensione centra alcuni punti importanti, ma secondo me ha il difetto di far sembrare il film migliore di quanto sia.
    La prima parte è a mio parere la più suggestiva, ma è fatta quasi di niente, di gente che – come dici tu – si comporta o da perfetta imbecille (i maschi, in particolare) o da petulante grillo parlante (la mogliettina lamentosa, che manda il marito al macello peraltro); la seconda, da quando appare Christopher Lee in poi, è un po’ insensata e priva di mordente (ooops), con Dracula che digrigna i denti ma non incute poi tanto timore (sembra un tizio allampanato durante gli attacchi, non una macchina di morte) e gli insopportabili vivi che reagiscono con flemma immotivata (tranne nella scena che citi tu dell’impalamento).
    Io l’ho rivisto di recente e sono rimasto molto deluso; a parte la lunga, magnifica scena della resurrezione (con Klove assoluto protagonista, con il suo fare metodico e sicuro), non ho trovato grandi motivi per considerare il film riuscito. La tua chiave di lettura pro-vampirica però è intrigante.

    1. Io credo che la saga di Dracula in generale non sia tra le più brillanti della Hammer. Preferisco quella di Frankenstein, come preferisco anche altre produzioni “minori”.
      Ci fosse solo il tempo di trattarle tutte. E invece ottobre è quasi finito!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Interessante la tua visione in chiave pro-vampiro 😉 capace di far guadagnare ai miei occhi dei punti in più a un film che, in effetti, mostra qualche sofferenza (pur con tutti i buoni ed espliciti momenti che riporti nella rece) a confronto con l’illustre capostipite di otto anni prima… in particolare, quel finale mi è sembrato assai poco rispettoso e coerente nei confronti del personaggio (quando mai un semplice lago ghiacciato avrebbe potuto essere fatale per un non-morto come il Conte?).
    P.S. Già, il mese è agli sgoccioli… però non è detto che non si possa trovare un posticino per continuare a discuterne: l’HHH potrebbe diventare, che so, un HHW (Hammer Horror Weekly) 😉

    1. Il finale è in effetti la parte più debole del film, soprattutto se paragonato a quello del film del 1958!
      Sull’Hammer settimanale, non saprei, forse è un po’ troppo. Ma potrebbe scapparci un Hammer Mensile! 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Un HHM (Hammer Horror Monthly)? O.K., ci sto! 😀

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