HHH: La Vendetta di Frankenstein

 Regia – Terence Fisher (1958)

Appena tre giorni dopo aver terminato le riprese di Dracula, Cushing e Fisher ritornano sul set, ai Bray Studios, per girare il seguito di The Curse of Frankenstein. A scrivere il film, troviamo sempre il buon Sangster: si dice che il co-fondatore della Hammer, James Carreras, avesse venduto il sequel in America, portando ai distributori statunitensi un poster; mentre Sangster cercava di spiegare al suo produttore che il Barone Frankenstein era morto nel primo film, Carreras lo mise bruscamente a tacere, dandogli sei settimane di tempo per inventarsi qualcosa e resuscitare il personaggio.
Sangster esegue, ma non si limita a eseguire: reinventa letteralmente il personaggio di Victor, si allontana dal canone Universal in maniera ancora più profonda, rifugge la tentazione di un film fotocopia o di una variazione sul tema di Whale e del suo The Bride.
The Revenge of Frankenstein non ha solo finito per essere considerato il miglior film su Frankenstein prodotto dalla Hammer, ma anche uno dei migliori horror della Hammer in generale. Che è un gran bel traguardo per un film nato in fretta e furia, solo perché gli americani se lo erano già comprato.
Alla fine, The Revenge of Frankenstein uscì negli USA in una double bill con La Notte del Demonio. Ecco, certe volte rimpiango di essere troppo giovane per aver vissuto in un mondo in cui potevi uscire la sera e vedere, uno dietro l’altro, un film di Fisher e uno di Tourneur. 

Ovviamente, il dottore non è morto sul patibolo, ma ha stipulato un accordo con il gobbo Karl che lo accompagna alla ghigliottina: al posto di Victor, a essere decapitato sarà il prete.
Frankenstein cambia nome in Stein e diventa un apprezzato medico chirurgo dell’alta società, che però passa anche molto tempo in un ospedale per poveri a prestare gratuitamente le sue cure ai peggiori rifiuti umani.
Karl ora è il suo aiutante e non è certo per compassione che il dottor Stein si occupa dei disgraziati: gli servono parti di ricambio per proseguire con i suoi esperimenti e per onorare la promessa fatta a Karl: donargli un corpo nuovo e non deforme.
Ad assisterlo in questa sua nuova impresa troviamo uno studente di medicina, che ha riconosciuto il Barone e lo ha convinto (un po’ con l’adulazione, un po’ con il ricatto) a prenderlo come assistente.

È tutta una nuova narrazione, sia rispetto al romanzo sia rispetto ai vecchi film degli anni ’30: al posto di inserire a ogni film un nuovo mostro, Sangster sceglie di seguire le gesta del dottore; il protagonista assoluto della saga è lui e i suoi esperimenti cambiano a seconda del film, perché ciò che è interessante è approfondire una figura non banalmente ascrivibile allo stereotipo dello scienziato pazzo, ma molto più complessa e ambigua.
Frankenstein, sempre più indifferente all’umanità, sempre più ossessionato dal ricevere un riconoscimento dalla comunità scientifica, determinato a vendicarsi di chi lo aveva fatto mettere a morte nel primo film, è tuttavia ricco di fascino, ironia, consapevolezza, conoscenza della natura volatile e incostante delle persone. Non è un personaggio scritto per suscitare repulsione nel pubblico, ma è al contrario piacevole, a suo modo addirittura amabile. Un Frankenstein, ancora più che nel primo film, mai apparso sullo schermo con queste caratteristiche, un Frankenstein che è invenzione pura di casa Hammer.

C’è un’altra novità sostanziale rispetto all’immaginario legato a Frankenstein: l’esperimento del dottore ha successo e viene rovinato da fattori esterni e non da sue responsabilità specifiche. Rispetto al primo film, Frankenstein corregge il tiro e si rende conto che, per rianimare un corpo formato da pezzi di altri corpi (soprattutto amputati ai poveri dell’ospedale), è necessario usare un cervello ancora vivo. E qui interviene Karl, che si offre volontario per liberarsi della sua deformità fisica e ottenere così un aspetto migliore.
La fuga di Karl, una volta inserito nel suo nuovo contenitore, è determinata solo dalla paura: teme infatti di diventare una sorta di fenomeno da baraccone, esposto da Frankenstein per ogni dove allo scopo di far vedere al mondo i suoi successi.
Se ci pensate, è una scelta narrativa molto sottile, in grado di dirci molte cose sia sul personaggio di Frankenstein che su quello di Karl, e tra queste, chi sia il vero mostro e chi la vittima. Se nel primo film la creatura interpretata da Lee aveva aspetto e comportamenti bestiali, Karl è un individuo gentile e puro che si corrompe col progredire della vicenda, sempre per cause esterne al suo carattere.

Frankenstein, al contrario, può forse apparire meno psicopatico in confronto al film precedente, ma è solo diventato più maturo e controllato nelle sue azioni ed esternazioni: rappresenta un tipo umano che si rifiuta di imparare dai propri errori, convinto di essere il solo dalla parte della ragione, fiero di trattare chiunque gli stia intorno con un disprezzo a malapena addolcito da un senso dell’umorismo assente ne La Maschera di Frankenstein e che qui diventa un tratto distintivo del personaggio, grazie anche a un’interpretazione di Cushing misuratissima, dove la follia del dottore è tutta sottotraccia, soffocata da buone maniere, fiori all’occhiello e distacco scientifico.
Non so davvero se sia il miglior film della Hammer (a mio parere non lo è, altrimenti la nostra retrospettiva si fermerebbe qui) e neppure se sia il miglior film su Frankenstein, ma di una cosa sono certa: dal punto di vista della scrittura è il più originale e sorprendente, capace davvero di cogliere lo spettatore con la guardia abbassata, ancora oggi con i suoi 60 anni sul groppone.

Per quanto riguarda invece l’evoluzione di quello che sarebbe poi diventato lo stile Hammer, La Vendetta di Frankenstein indulge nei dettagli cruenti più degli altri due horror diretti da Fisher prendenti spunto dai classici Universal: qui possiamo vedere non uno, ma ben due cervelli umani messi in campo senza alcuna reticenza (cosa che spinse molti critici a definire il film “sadico”), a un pestaggio perpetrato ai danni del dottore da parte dei suoi stessi pazienti e a varie parti anatomiche mozzate. Indimenticabile sono i due occhi vivi e fluttuanti in una vasca, usati da Frankenstein per dimostrare le sue teorie al nuovo pupillo.
Fisher sceglie comunque uno stile meno barocco rispetto a Dracula, più naturalista, soprattutto nelle sequenze ambientate nell’ospedale per poveri gestito da Frankenstein. Sembra quasi che il regista non abbia intenzione di enfatizzare troppo il dramma della storia narrata, già abbastanza evidente di suo, e preferisca adottare un punto di vista il più possibile asettico, con la MdP che si limita a registrare una sorta di tragedia annunciata.
Il sensazionalismo, che in seguito sarà sempre più spiccato in casa Hammer, qui non ha un ruolo preponderante, ma le implicazioni etiche che soggiacciono al film sono forse anche più estreme della violenza mostrata sullo schermo.
Ne La Maschera di Frankenstein, il barone riceveva la giusta punizione per il suo comportamento; qui sfugge al linciaggio grazie alla scienza e torna a vivere come una delle sue creature, con la collaborazione del suo allievo e assistente.
Un finale che chiude su una nota ironica, ma è in realtà molto sinistro, considerando che Frankenstein non mostra alcun pentimento o alcuna intenzione di smettere.
The Revenge of Frankenstein non è un film gotico in senso stretto, ma un horror psicologico inserito in una cornice gotica; molto più maturo e adulto rispetto al suo predecessore, lo è anche rispetto alla saga di Dracula. Spicca quasi come un’anomalia in quella che è l’immagine ufficiale della Hammer, ma lo avvicina invece alle produzioni della casa inglese collaterali ai gotici, come The Damned o Paranoiac.
Niente male davvero, per un film scritto in appena sei settimane e nato dalla vendita di un manifesto agli americani.

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Chapeau, bellissima rece.

    1. Grazie! ❤
      So che è il tuo preferito!

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Si, niente male davvero, sia il film che la recensione! 😉
    Ripensando poi a quel finale dalla raggelante ironia, per quale motivo Frankenstein (un sempre eccelso Peter Cushing) avrebbe dovuto pentirsi o fermarsi? In fin dei conti ha perseguito unicamente i propri scopi, come sempre, e oltretutto i suoi esperimenti sono stati coronati dal successo, permettendogli addirittura di sopravvivere in un nuovo corpo: lui è “Un superstite… non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.” (cit. colta) 😉

    1. E che citazione “aliena”! ❤

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