40 anni come me: Il Tocco della Medusa

Regia – Jack Gold (1978)

Ve lo avevo promesso la settimana scorsa ed eccolo qua: la risposta britannica alla telecinesi mania scoppiata a metà anni ’70. Nello stesso anno escono tre film che sono altrettante variazioni sul tema dei poteri mentali. Lo statunitense Fury, melodrammatico e sensazionalistico, di cui abbiamo parlato da pochissimo; l’australiano Patrick, tipico esponente ozploitation, eccessivo, povero e morboso; infine questo, compassato come solo certo cinema inglese d’altri tempi sapeva essere. Il Tocco della Medusa è l’esempio perfetto di un film a lenta combustione, che tiene nascoste la sue carte migliori e ti illude di assistere a un qualcosa di innocuo, persino leggermente tedioso, per un’ora e passa, e poi ti abbatte a colpi di beffardo nichilismo, com’è d’uopo per i perfidi albionici.
Sì, preferisco ancora Fury, perché credo che abbia un ritmo superiore e perché De Palma, anche quando non si impegna troppo, regala sempre quel paio di magie che valgono il film. Ma il finale de Il Tocco della Medusa, signori miei, è da annali del cinema del terrore, e non solo quello: diciamo che, a partire da una certa sequenza che coinvolge un aeroplano e un palazzo, il povero spettatore rimane intrappolato in un crescendo catastrofico dalla potenza inusitata.

Il Tocco della Medusa ha in realtà ben poco in comune con Fury e compagnia cantante, mentre ci sono un paio di dettagli che lo rendono più simile alla razza cui appartiene Patrick, perché il telecinetico di turno è in coma per tutta la durata del film.
Comincia infatti con il tentato omicidio dello scrittore e misantropo John Morlar (Richard Burton, che non è il protagonista e girò solo tre settimane: doveva infatti correre in Australia per prender parte a I 4 dell’Oca Selvaggia): un individuo misterioso si presenta a casa sua e gli spacca la testa con una statuetta; Morlar tuttavia sopravvive, anche se in coma irreversibile. Sul caso indaga l’ispettore Brunel, poliziotto francese a Londra interpretato da Lino Ventura. Ad aiutarlo, c’è la psicoanalista dello scrittore, la dottoressa Zonfeld (Lee Remick), attraverso la quale conosciamo meglio Morlar e la sua instabile salute mentale: era infatti convinto di poter causare la morte altrui con la sola forza della mente.

La cosa bizzarra di tutta la faccenda è che l’esistenza di Morlar è funestata da una serie di lutti ed eventi inspiegabili, come la morte dei suoi genitori, l’incendio del collegio dove studiava, l’incidente della sua ex moglie e così via.
Ancora più strano è che, pur essendo incapace di muoversi e di comunicare e dovendo restare attaccato a un respiratore, Morlar fa registrare, dal suo letto d’ospedale, un’attività cerebrale molto, troppo vivace.
Come dicevamo prima, per tre quarti della sua durata, il Tocco della Medusa è un normale, a tratti banale, thriller investigativo, in cui uno spaesato Brunel si aggira per Londra cercando di capire chi potesse avercela tanto con lo scrittore da aggredirlo con quella violenza.
Morlar conduceva una vita da recluso, nessuno dei suoi conoscenti sembra avere informazioni di carattere personale su di lui e i suoi libri erano improntati a un pessimismo cosmico quasi ossessivo, che scivolava in un odio feroce nei confronti dell’umanità, ritenuta responsabile del male nel mondo.

Soprattutto, è complicato per Brunel trovare qualcuno che sia stato vicino a Morlar e che ancora respiri: sembra che quasi tutti quelli con cui lo scrittore ha avuto dei rapporti personali siano morti. Chiunque responsabile di averlo fatto soffrire o anche solo di averlo offeso; chiunque abbia incrociato la sua strada e lo abbia contraddetto.
Monta così una tensione sotterranea che percorre il film come una continua corrente elettrica, mentre si accumulano dettagli e tutti portano in un’unica direzione possibile, quella dove l’atteggiamento razionale di Brunel e della dottoressa Zonfeld non può più essere uno scudo dietro cui ripararsi, dove ci si ritrova a combattere contro una forza enorme e imperscrutabile e dove il confine tra villain e vittima si assottiglia sempre di più, fino a sparire del tutto: più che svelare l’identità di chi ha tentato di uccidere Morlar, diventa importante capire quale tragedia la volontà di quel corpo inerte in ospedale sarà in grado di provocare, e Il Tocco della Medusa diventa una corsa contro il tempo, un conto alla rovescia da sudori freddi che, nel mentre, presenta anche due o tre dilemmi morali non di poco conto, molto simili a quelli posti, l’anno successivo, da Stephen King ne La Zona Morta, che presenta non pochi punti in comune con Il Tocco della Medusa, anche se da una prospettiva speculare. Ricordiamo che, se il romanzo di King è del 1979, il libro da cui è tratto il film di Gold, scritto da Peter Van Greenaway, è del 1973.

Non si tratta assolutamente di stabilire chi si è ispirato a cosa, ma di determinare un diffuso senso di sfiducia, pessimismo, paura del futuro, che pervade la cinematografia a base di facoltà mentali particolari fiorita nel corso degli anni ’70. Se si considera poi che, nel romanzo, il personaggio della psicoanalista era in realtà un sopravvissuto ai campi di sterminio, diventa ancora più incisivo il lato etico della vicenda, ed è forse l’unico cambiamento peggiorativo del film rispetto al libro.
Ma ciò non toglie comunque nulla alla portata apocalittica de Il Tocco della Medusa, che è forse l’opera più estrema in materia di esper, in quanto basata tutta sull’idea di dove può spingersi un individuo che ha in odio la razza umana e possiede un potere di proporzioni impossibili da quantificare. Roba da far sembrare gli Scanners di Cronenberg, con le loro esplosioni di teste, e Carrie, con la sua piccola vendette al ballo scolastico, degli imbonitori da fiera di paese.

Morlar può causare la fine del mondo soltanto pensando a essa e il suo cervello non ha intenzione di morire fino a quando non porterà a termine la sua missione: liberare la terra dal male. Un personaggio ambiguo e affascinante, grazie anche all’interpretazione di Burton, piena di sottigliezze, capace di suscitare pietà e repulsione, di far passare lo spettatore, per usare termini accademici, da: “chissà chi avrà tentato di uccidere questo poveraccio” a “ma perché questo stronzo non crepa?”, anche nello spazio di un paio di inquadrature.
Più di tutto, il film è abilissimo nell’insinuare in noi il dubbio su come ci saremmo comportati al posto dell’ispettore e della dottoressa e, nel finale, a farci capire che, qualunque fosse stata la nostra decisione, sarebbe stata ininfluente. E vi assicuro che mai come negli ultimi dieci minuti de Il Tocco della Medusa, mi sono sentita così impotente guardando un “semplice” film.
Se resistete a qualche lungaggine e a uno stile un po’ troppo ingessato, soprattutto nei dialoghi e negli interni (gli esterni sono invece tutti magnifici), credo proprio che Il Tocco della Medusa potrebbe piacervi parecchio. Un altro splendido quarantenne da aggiungere alla collezione.
Tanti auguri a lui.

11 commenti

  1. Recensione stupenda! Un film che devo assolutamente recuperare e devo dire che sei riuscita a incantarmi con la figura di Morlar. Lo vedrò subito!

    1. Grazie 🙂
      Vedilo, perché merita di essere riscoperto!

  2. Ciao Lucia,come sempre una splendida recensione..vidi questo film in TV qualche anno dopo dalla sua uscita e mi colpì molto!..Figlio di quegli anni, d’accordo,ma con una forza e un rigore che raramente troviamo nel cinema odierno..poi lo rividi diverse volte e successivamente comprai il DVD..ogni tanto ce lo riguardiamo, perché ha ancora oggi un senso di mistero e inquietudine veramente notevoli.

    1. Soprattutto, ha quel finale che io ancora non mi capacito della mazzata 😀
      Sono contenta che sia ricordato con piacere da tante persone

  3. Potrei votare gli occhi di Burton come i più spaventosi del cinema di genere

    1. Sì, lo sguardo di Burton ti paralizza proprio.

  4. Un cult anche per me ! L’avrò visto 5 o 6 volte… ricordo ancora i brividi lungo la schiena quando alla fine Richard Burton spalanca gli occhi ! Hai ragione, la parola giusta è “mazzata”.
    Unico neo, secondo me, l’interpretazione di Lino Ventura, per me troppo monoespressivo.

    1. A me Ventura piace nel ruolo dell’ispettore un po’ fuori posto in un paese non suo. E si porta anche sulle spalle gran parte del minutaggio, però capisco che possa anche risultare un po’ monocorde!

  5. Gli Scanners, Carrie, Gillian e Robin, financo Patrick… “paranormalmente” parlando, ciascuno di loro ha potere, certo. Ma poco o nulla potrebbero fare contro John Morlar perché lui E’ IL POTERE personificato (come ben capisce la terrorizzata chiromante), distruttivo, trattenuto a stento dai limiti di un corpo fisico -foss’anche in coma- e praticamente assoluto, se pensiamo al raggelante finale (con lo sguardo di Burton a togliere ogni minimo residuo di speranza). Un film capace di inquietare progressivamente e con abilità lo spettatore per poi fargli aprire gli occhi (qui è il caso di dirlo) del tutto solo quando ormai è troppo tardi per qualsiasi via di fuga/salvezza, e che regge splendidamente i suoi quarant’anni, eccome 😉

    1. L’uomo che può creare LA catastrofe è solo e soltanto lui. E con quello sguardo, non ne dubiti neanche un istante 😀

  6. dinogargano · · Rispondi

    Splendido film e , come al solito , un Burton immenso .
    Uno degli attori peggio utilizzati nel cinema hollywoodiano, in casa invece solo cose buone od ottime .
    Al solito una splendida recensione .

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