Hereditary

 Regia – Ari Aster (2018)

Prendiamola alla larga, che questa volta è più difficile del solito: cominciamo parlando dei jump scares, ok? Pensate a un jump scare qualunque, dai più sofisticati e ben congegnati a quelli più dozzinali e cheap. Non ha importanza che siano veri o falsi o, in altre parole, che appaia all’improvviso un mostro o un autobus, ciò che conta è che abbiano come obiettivo quello di farvi fare un bel balzo sulla poltrona del cinema (o sul vostro divano).
Ragioniamo insieme su cos’è un jump scare: tecnicamente si tratta di far arrivare qualcosa di botto o tramite un taglio molto rapido e uno sbalzo di volume o tramite un brusco movimento di macchina e uno sbalzo di volume o ancora, facendo comparire in maniera inaspettata un elemento all’interno dell’inquadratura, accompagnato da un bello sbalzo di volume.
Di solito, ciò avviene dopo un lungo momento preparatorio, in cui, se il regista è bravo, è riuscito a preparare il terreno per lo spavento costruendo la tensione e portandola al limite di sopportazione. Il jump scares (così come la battuta finale di una barzelletta) ha come scopo ultimo quello di allentare la tensione.
Mentre il nostro protagonista camminava lungo un corridoio buio, abbiamo avuto paura; ora possiamo dare di gomito al nostro vicino di posto, farci una risatina, perché il peggio (la camminata al buio) è passato e perché il peggio messo in scena da un film non avrà mai una portata pari al peggio che ci siamo figurati nella nostra mente.
Il jump scare non fa paura, il jump scare mette fine alla paura.
Ora immaginate un film che la tensione non la allenta mai, che non mette mai fine alla paura, un film che è tutto una camminata lungo un corridoio buio ad aspettare che qualcosa balzi fuori dalla porta: 127 minuti senza sollievo, senza sorrisi liberatori, senza che nessuno dica: “Ah, ma allora era tutto qui”.
Questo è Hereditary. Buon divertimento.

La più grande paura è quella dell’ignoto; quante volte avete sentito questa frase? Nell’ordine di migliaia, credo. Ma avete mai provato a tradurre la parola ignoto nel linguaggio cinematografico? Molto banalmente, in un’arte visiva, l’ignoto è ciò che non vediamo, ma se vogliamo andar per sottigliezze, potrebbe anche essere ciò che intravediamo, magari ai bordi del fotogramma; o potrebbe essere ciò che vediamo non tramite il nostro sguardo pilotato dal regista, ma tramite lo sguardo di un personaggio.
La verità è che il cinema inganna in continuazione i nostri occhi e l’horror soprannaturale è il genere ingannatore per eccellenza. O almeno dovrebbe esserlo. Hereditary sta lì a ricordare a tutti noi che razza di imbroglione può essere il cinema, quanto ti può portare a credere in ciò che stai vedendo e come può, un istante dopo, mandare in frantumi la tua illusione.
Hereditary passa i suoi primi 40 minuti a dare indicazioni sbagliate. Lo fa apposta, lo fa scientificamente, ti convince di star seguendo un determinato tipo di racconto, mentre invece sta andando in tutt’altra direzione. E nel mentre ti terrorizza come pochi film sono in grado di fare, sempre usando la tecnica dell’inganno, del dettaglio a bordo fotogramma che sta lì, a fare opera di disturbo, a tendere i tuoi nervi in attesa di un’esplosione che non arriva, che non arriverà.

Pensate a quanto sia difficile tenere un intero film sulla corda, creare un climax perenne, uno stato di orrore costante, che si risolve a malapena negli ultimi minuti, che infatti non reggono il confronto con quanto visto in precedenza, perché era impossibile, perché, prima o poi, la paura deve finire. O meglio, deve finire il film, purtroppo.
Per una volta tanto, le esagerazioni da locandina rendevano abbastanza bene l’idea. Nonostante io continui a non comprendere il paragone con L’Esorcista, Hereditary è davvero un’esperienza di terrore assoluto. Io sono una cagasotto inveterata, non mi vergogno di ammetterlo e forse non faccio testo, perché mi spavento con un nonnulla. Però credo di essere ancora in grado di distinguere un film normale da un tuffo nell’incubo puro come Hereditary che, se lo si va ad analizzare nel profondo, scena per scena (cosa che non farò, perché il mio post è a prova di spoiler), ha in realtà più le caratteristiche di un dramma familiare che di un horror vero e proprio.
Parla sostanzialmente di elaborazione del lutto e di sensi di colpa, ma lo fa introducendo in una trama tipica di parecchi film drammatici, l’elemento soprannaturale e maligno, che va a scombinare le carte, a giocare con la sanità mentale dei personaggi, a insinuarsi nelle loro vite come un’esalazione velenosa.

Più che a L’Esorcista, Hereditary mi ha fatto pensare a un romanzo che ho letto di recente, The Croning di Laird Barron, non perché film e libro abbiano una storia simile, ma perché simile (e molto moderna) è la concezione di Male presente in entrambi.
Come il cinema, il Male ti inganna e ti porta a prendere direzioni che tu credi volgano alla sua sconfitta, mentre non sta facendo altro che spingerti tra le sue braccia.
Ogni azione dei personaggi, in Hereditary, li conduce dritti lungo un sentiero predeterminato, ogni gesto risponde a uno schema stabilito da altri. Come le miniature che Annie (Toni Collette) assembla nel suo studio, i membri della famiglia protagonista di Hereditary (spesso spiati dal regista proprio in forma di miniature) non hanno libero arbitrio, nulla possono contro il Male che fa parte di loro da generazioni.
In questo senso, oltre che spaventoso, Hereditary è anche uno spettacolo emotivamente straziante: vediamo queste persone che, con tutti i loro difetti e mancanze, ci provano a non soccombere, ma non hanno alcuna possibilità di salvezza. Non l’hanno mai avuta.

L’idea di una sorta di tara ereditaria, di una malvagità che si propaga per discendenza femminile, di un qualcosa di talmente enorme da ridurti a guisa di un pupazzetto in una casa di bambole, e che si trova nel tuo sangue, è già abbastanza paralizzante di suo, ma assistere all’affannarsi di queste creaturine, mentre cercano di venirne a capo, fa scattare nello spettatore un processo di identificazione che aumenta ancora il senso di orrore in cui quel sadico figlio di puttana di Arter (al suo primo film, maledetto lui) lo fa sprofondare.
Scrittura di livello altissimo (soprattutto i dialoghi: ascoltate bene quello a tavola tra madre e figlio), recitazione da applausi a scena aperta (se Collette non prende la nomination ai prossimi Oscar, non rispondo delle mie azioni) e regia da studiare nei secoli a venire: Hereditary è un film che dovrebbe diventare un classico all’istante, un classico del cinema horror contemporaneo.

Dicevamo che Aster qui è al suo debutto in un lungometraggio. Io non so come sia possibile una padronanza così totale del mezzo ad appena 31 anni, senza aver ma lavorato a un progetto che non fosse un corto. Certo, di esordi pazzeschi è pieno il cinema, ma qui sembra di vedere all’opera un professionista maturo, con un bagaglio di esperienza e di conoscenza che non credo di avere io a 40 anni. Non c’è mai una forzatura, in Hereditary, mai un solo momento in cui il giovane regista voglia mettersi in mostra; Aster si inchina di fronte alla storia che sta raccontando e la porta avanti con stile, ci mancherebbe, con decine di idee di carattere visivo che restano impresse, ma senza trasformarla in mera esposizione estetica, cosa che sarebbe perfettamente giustificabile in un ragazzo della sua età che si trova per la prima con la possibilità di fare un film vero.
Ma non parlo solo di maturità artistica: il modo in cui Aster mette in scena il dolore, il lutto, la perdita, il confrontarsi con il proprio passato e con le proprie responsabilità, porta Hereditary a un livello che di solito è proprio solo dei grandi autori.
E poi c’è questo controllo totale dei meccanismi della paura, unito a una concezione della stessa che è unica: Hereditary è un film che spaventa per come è stata concepita la sua messa in scena, per come il racconto per immagini procede nascondendo, portando lentamente in campo ciò che ne stava fuori o ai bordi, per la gradualità con cui l’orrore viene alla luce. Mai vista una progressione così in un horror, e credo che mai più la vedrò.
Insomma, non fate gli scemi: andate al cinema a vedere Hereditary. Non che abbia bisogno di noi, perché ha già incassato uno sproposito, a conferma di quanto l’horror sia in forma smagliante. Questa volta vi invito ad andare al cinema non per sostenere un film, ma per regalarvi un’esperienza irripetibile.

25 commenti

  1. enricotruffi · ·

    Horror dell’anno, o molto più semplicemente uno dei film più belli di questo 2018; se qualcuno mi dicesse che questa è un’altra età d’oro per l’horror, non farei obiezioni.

    1. Sì, uno dei film più belli del 2018, a prescindere dal genere di appartenenza.

  2. Domani vado al cinema a vederlo. Sono emozionato e allo stesso tempo spaventato. Non mi sentivo così dai tempi di Babadook. E anche quel film era un’opera prima assurda.

  3. Andrea · ·

    Ciao Lucia,come al solito complimenti per la recensione e per l’analisi ad un film che attendevo da mesi… visto al cinema qualche giorno fa,mi ha pietrificato per il suo rigore,la sua costruzione e recitazione e, soprattutto,per il terrore che pervade tutta la pellicola..non ho trovato nulla fuori posto,di certo non è un film da sgranocchiatori di pop corn..richiede impegno e dedizione e molta attenzione..ma si viene ripagati da un’ opera veramente magistrale che,sui titoli di coda,ti accompagna con non pochi brividi.. grazie.

    1. Ti rimane addosso per giorni, ed è una cosa importante perché oggi tutto passa alla velocità della luce, per essere dimenticato immediatamente. Con Hereditary, è impossibile.

  4. Giuseppe · ·

    Io in questo periodo non ci potrò proprio andare a vederlo al cinema (e mi dispiace, perché un horror di tale calibro -e SENZA jump scares liberatori- in sala deve essere davvero un’esperienza come poche) ma lo recupererò il prima possibile…

    1. Basta che poi lo vedi con tutte le luci spente e nel più assoluto e religioso silenzio 😉

      1. Giuseppe · ·

        O.K., seguirò scrupolosamente il tuo consiglio 😉

  5. Un horror pazzesco, l’ho adorato in toto anche io come te. Il finale non mi ha convinto del tutto per come si é svolta la trama prima, ma ha un impatto visivo che é impossibile non apprezzare. Così come é impossibile non apprezzare il modo in cui Ari Aster nasconde più che mostrare – cosa che apprezzo sempre negli horror -, soprattutto nella scena più dolorosa dell’intero film.

    Fa piacere ti sia piaciuto!

    1. Più che altro credo che qualsiasi finale non avrebbe retto il confronto con i minuti precedenti. Non è un vero e proprio calo, è più una resa al fatto che tutto finisce 🙂

      1. Andrea · ·

        Io ho amato tutto di questo film, anche perché presenta un modo di fare cinema decisamente inusuale per i nostri tempi..in alcuni punti mi ha ricordato certe pellicole degli anni 70 del secolo scorso dove il cosiddetto “effetto” era in funzione della storia..pochi film,non solo di genere, hanno la capacità oggi di restarci dentro per giorni.. tutto o quasi usa e getta.. questo no!.. assolutamente no!..se penso che il mio compagno voleva fare una casa sull’albero anni fa…brrrrr!!!!

  6. Credo che il paragone con La Cerimonia di Barron sia il più azzeccato che ho sentito fin’ora, entrambi si incentrano su famiglie che hanno secreti che gradualmente si infiltrano nelle loro vite, in entrambe le storie il ritmo è lento per prendere un impennata verso il finale (mostrandoci nel frattempo anche molto della vita quotidiana dei protagonisti) ed infine ogni tentativo di opporsi al male è come noti completamente inutile. Mi è piaciuta molto la gestione del soprannaturale in questo film, credibile e per una volta realmente inquietante cosi come i riferimenti alla demonologia.

    1. In effetti hanno una progressione molto simile, con un ingresso dell’orrore graduale all’interno delle vite dei protagonisti.
      Credo sia anche una tendenza comune a molto horror contemporaneo, che ha questa peculiarità di infiltrare il soprannaturale lentamente nella storia.

  7. nicola · ·

    E pensare che durante la prima ora il film non mi stava per nulla piacendo. Tanto da creare mentalmente l’equazione “Hereditary sta a I Guardiani della Galassia 2 come A Quiet Place sta ad Avengers: Infinity War. Per dirti la follia. Forse disturbato dal tema per me ormai ironico delle presenze spiritiche oppure per il fastidio che mi reca il doppiaggio italiano, per le aspettative altissime e per il fatto di non comprendere a pieno le sensazioni che stavo provando. O dallo sgranocchiare e dai bisbiglii della coppia che avevo a fianco a me. Perché in effetti Hereditary deve essere visto nel più assoluto silenzio. E in mancanza di qualsiasi fonte di luce, se non appunto quella proveniente dallo schermo. Poi la coppia al mio fianco ha smesso di mangiare e bere (e ad essere sinceri lo avevano sempre fatto cercando di fare meno rumore possibile) ed ho capito che il loro parlarsi era per diminuire la tensione che provavano. Tensione che provavo anch’io, tanto che ad un certo punto mi sono fatto un puf di Ventolin 🙂
    E ho finalmente scoperto un film meraviglioso, che difficilmente mi scrollerò di dosso. Dovrò rivederlo, sicuramente.

    Ho aggiunto alle letture estive La cerimonia di Laird Barron, grazie 🙂

  8. Blissard · ·

    Ho visto Hereditary anch’io e a fatica ho scritto qualche considerazione in merito.
    La tua rece è una delle pochissime con le quali mi sono sentito abbastanza in linea, perchè – immagino che apparirò uno spocchioso snob – da quello che ho letto in giro mi è sembrato che la gente abbia incensato il film per le motivazioni sbagliate e lo abbia criticato per le motivazioni sbagliate.
    Già solo il fatto che in una marea di recensioni si siano tirati in ballo Rosemary’s Baby o L’Esorcista, film con i quali Hereditary non ha praticamente niente in comune, mi fa subodorare che l’80% delle recensioni siano venute da gente che non frequenta il genre horror quasi per niente. Per dire, se non sei fermo al 1973 non puoi non notare che Hereditary ha più cose in comune con Le Streghe di Salem (che so non piacerti) o persino Donnie Darko che con i sopramenzionati due classici.
    Ad ogni modo, pollice su per Hereditary e che iddio ci conservi autori con la faccia tosta come Aster.

    1. Ma io credo che sia tutto frutto di un equivoco dovuto al modo in cui il film è stato pubblicizzato: logico che a una distribuzione convengano i paragoni con film grossi, che conosce anche lo spettatore medio, quello non avvezzo al cinema horror più di nicchia. Però anche lasciarsi fregare così, mi rende un filino perplessa.
      Ho pensato anche io a Le Streghe di Salem, anche se Hereditary sta su un altro pianeta. Ma più di tutto, si tratta di folk horror. E il folk horror, qui in Italia, è poco frequentato.

      1. Blissard · ·

        Sai che questo tuo inserimento nel folk horror mi dà da pensare, nel senso che non è esattamente il primo genere in cui inserirei Hereditary eppure mi viene anche difficile contraddirti. Mumble…
        Devo ammettere comunque che il mio giudizio è assai meno entusiasta del tuo; penso che Hereditary sia un buon film di un regista che potrebbe diventare un grande regista, ma non me la sento proprio nemmeno lontanamente di definirlo un capolavoro. Non sono nemmeno sicuro mi piaccia di più de Le streghe di Salem (che a dir la verità ho ammirato per molte delle ragioni per cui ammiro Hereditary, la principale delle quali è la mancanza di ritegno e freni inibitori nella rappresentazione del soprannaturale).

        1. No, ma infatti, per quanto mi riguarda l’unico capolavoro horror del decennio in corso è ancora, imbattuto, The Babadook. Hereditary è uno splendido film che, sempre secondo me, gli sta subito dietro. Solo che credo abbia le carte in regola per sfondare anche con un pubblico che con l’horror bazzica poco, a differenza di Babadook, e anche di It Follows.
          Sul folk horror: in realtà, nel film, manca l’iconografia folk, ma neanche troppo, perché poi il finale è in quel campo da gioco.
          Un drammone famigliare che diventa un folk horror in corso d’opera. E la parte drammatica è gestita meglio di quella classicamente horror.
          Anche qui, a differenza di Babadook, che gestisce entrambe molto bene.

  9. Qui non sono molto d’accordo. Sì, visivamente perfetto, fotografia che levati, personaggi ottimi, soprattutto una maturità e un rigore e un realismo che lo rendono forse l’horror più adulto che abbia visto da anni, forse da 20, forse da sempre.
    Ma a parte questo, secondo me il suo rigore gli ha anche remato contro. La mia idea è che l’eccessiva ricerca di realismo abbia da una parte minato le possibilità “fantastiche” dell’opera, che semplicemente non può permettersi le fantasmagorie e le metafore fantastiche tipiche degli horror “veri”. Io, spettatore, so che questo è un film “realista”, ergo so che potrà spingersi solo fino a un certo punto, non potrà mai esagerare, e questo è qualcosa che alle lunghe mina la visione. Il regista pone un confine a quello che la sua opera può permettersi, e tu spettatore te ne accorgi e non tremi più di tanto, non ti lasci trascinare. Infatti, il mio livello di spavento è via via diminuito fino a sparire.
    Seconda cosa: a mio parere la parte valida del film è quella che…… SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER
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    SPOILER
    SPOILER
    …ci racconta che in fondo il problema era una vecchia pazza che aveva messo su una setta di annoiati 50enni di provincia. Lei talmente convinta delle sue fantasticherie e talmente affamata di squallido potere al punto di sacrificare ogni membro della sua famiglia presente e futura, e i membri disposti a compiere ogni tipo di porcheria senza domandarsi mai “ma cosa cazzo stiamo facendo?” perchè arrivati al punto di essere fuori dalla realtà.
    Ora: posto che la mia interpretazione sia corretta, il modo col quale il film arriva a questa rivelazione per me è barando. Appaiono trucchi da film horror, o comunque elementi così chiaramente soprannaturali, che non possono essere giustificati se non in parte. Il “re” esiste oppure no? Secondo me no, ed è appunto questo il bello del film; ma durante tutto lo svolgimento il regista mantiene aperte entrambe le strade, e ci tira contemporaneamente in entrambe le direzioni di fatto usando senza coerenza le scene fantastiche insieme a quelle realistiche.Mostrando cose impossibili quando gli fa comodo, senza soffermarsi a pensare se sono giustificabili nell’ottica di ciò che vuole ottenere. Barando, insomma.
    Ma interpretazione mia eh, che però non mi fa considerare questo film un capolavoro, e neppure indimenticabile. Un ottimo spunto dal quale forse qualcuno in futuro potrà trarre un VERO film immancabile; ma non più di questo.

  10. MARROWBONE batte HEREDITARY 40 a 0

    1. No no, adesso non esageriamo, dai 😀

      1. che ti devo dire…

      2. per essere un pò più precisi diciamo che hereditary è ottimo in un senso più “intellettuale” del termine, in senso tecnico, nel suo lucido distacco e cinico realismo. Marrowbone invece è più “umano”, più poetico si può dire, più fantastico “puro”. Hereditary piega la realtà a traguardo estetico e a metafora psicoanalitica e sociale; Marrowbone gioca con l’incanto gettato sullo spettatore. Sono due modi di far cinema diversi, forse neppure paragonabili, come sommare noci e cani. Il mio giudizio di “migliore” dato a Marrowbone è quindi, più che un giudizio sulla qualità oggettiva, un soggettivissimo parere personale. Semplicemente, sebbene film come H. mi solleticano intellettualmente, è nel “sentimento” che trovo maggiore soddisfazione. Sarà l’età.

        1. No, ma sul fatto che i film troppo cerebrali alla lunga stanchino, io sono perfettamente d’accordo con te.
          Solo che io Hereditary l’ho trovato non solo intellettualmente stimolante, ma anche molto forte da un punto di vista emotivo. Mi ha molto coinvolta anche come parabola umana.
          Di solito, quella di essere un film molto buono tecnicamente, ma un po’ povero a livello emotivo, è un’accusa che rivolto a It Follows.

          1. E allora sai, quando si tira in ballo il PdVE (punto di vista emotivo) mi sa che entriamo nei territori del piacere personale e di tutto ciò che in essi vi è di inesplorato; quella parte che fa leva sui nostri particolari gusti che se ne fregano del “giusto” o dello “sbagliato”, ma che inevitabilmente ci caratterizzano e ci condizionano nelle scelte. Io penso, infatti, che per quanto una persona possa essere tecnicamente preparata, razionale, oggettiva e intellettuale quando recensisce qualsiasi cosa, c’è sempre la parte “umana” che spunta, che non si può nascondere o negare, e che in barba a qualsiasi logica (ma esiste una logica a quelle profondita? io non credo) dà punteggi maggiori o minori proprio (e solo) in virtù di quali corde personali un film riesce a toccare. Io poi sarà che invecchio, e quindi divento “romantico”, cmq vedi, It Follows a me è piaciuto più di H.

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