Tau

 Regia – Federico D’Alessandro (2018)

Parlando di B movie estivi, forse potreste trovare piacevole questa produzione originale Netflix, disponibile sulla piattaforma da qualche giorno a questa parte. E proprio di filmaccio di serie B si tratta, fra scienziati pazzi, fanciulle in pericolo, robot assassini e intelligenze artificiali che si ribellano. Se l’esordiente D’Alessandro (con però una lunga carriera alle spalle di storyboard alla Marvel) non lo avesse girato con quell’estetica un po’ fighetta tipica di molti giovani registi che hanno visto troppi film di Refn, sembrerebbe davvero uno di quei prodotti che passavano in tv negli anni ’90, con cui trascorrere una serata completamente disimpegnata, a patto di non farsi troppe domande e di saper sospendere l’incredulità più in alto della media.
Insomma, per godersi Tau bisogna prenderlo per la supercazzola che è ed evitare di pretendere troppo. Non so neppure se si possa definire un buon film, anzi, lo so: non è un buon film, ma non so quanto volutamente o per caso, riesce a far passare un paio di concetti interessanti.

Julia (Maika Monroe) è una borseggiatrice professionista che, una sera, dopo essere tornata a casa, viene rapita e portata in una specie di bunker extra-lusso, dove un giovane genio dell’informatica la usa come cavia per portare a termine un progetto da svariati milioni di dollari su un’intelligenza artificiale in grado di simulare le emozioni umane. A sorvegliarla quando il proprietario non c’è, a occuparsi della casa, a cucinare e a pulire, nonché all’occorrenza a trasformarsi in un robot assassino con sembianze molto simili all’ED-209 di Robocop, c’è Tau, una AI meno sofisticata di quella che l’aguzzino di Julia sta progettando, ma molto efficiente.
Per liberarsi, Julia dovrà cercare di portare Tau dalla sua parte, inducendolo a rivoltarsi contro il suo stesso creatore.

Come dicevo prima, la trama è quella di un B movie di quelli dozzinali, e la confezione è patinata, ultra moderna, con un gran sfoggio di luci colorate al neon, superfici asettiche, geometrie futuriste. Anche il cast è delle grandi occasioni, perché, a parte Monroe (anche produttrice), a prestare la voce a Tau troviamo nientemeno che Gary Oldman. Tau è, non a caso, il personaggio con si entra più facilmente in sintonia e l’unico cui ci si affezioni sul serio, perché la protagonista non beneficia di una scrittura eccezionale e il cattivo è stereotipato ai massimi livelli: un recluso glaciale, indifferente ai suoi simili e capace di inauditi atti di crudeltà anche nei confronti delle sue creature.
Al contrario, Tau è un’individualità complessa che più impara, più diventa interessante. Ed è proprio nell’idea di apprendimento che risiede la parte migliore del film.

Tau è infatti programmato per non avere coscienza del mondo esterno e Julia ne forza la programmazione, insegnandogli, grazie alla comoda presenza di libri su ogni branca dello scibile umano, la storia, la geografia, la scienza, l’arte e la musica. Entrambi i personaggi, Julia e Tau, iniziano così un percorso verso la propria liberazione, fisica quella di Julia, mentale quella di Tau.
Oldman imprime a quello che non altro che un triangolo luminoso su una parte, carattere e personalità, riesce a renderlo ingenuo e petulante come un bambino quando pone a Julia delle domande cui neanche lei conosce la risposta, pieno di curiosità nei confronti delle persone (che lui è convinto essere suoi simili), gli infonde un calore e una partecipazione tali che lo spettatore si preoccupa molto più per la sorte di Tau che per quella di Julia, di cui in realtà non ci interessa poi questo granché, o meglio, ci interessa di lei in funzione del rapporto con Tau.

Non a caso, ogni volta che Tau non partecipa all’azione, o perché D’Alessandro decide di approfondire la relazione vittima-carnefice, o perché ci deve raccontare in cosa consistono, in concreto, gli esperimenti che Julia subisce, il film si affloscia e diventa faticoso seguirlo; quando si torna a occuparsi di Tau, il film fila che è una meraviglia, e sembra anche più bello di quanto realmente sia.
Questo non è soltanto merito di Oldman, ci mancherebbe: è proprio la dinamica che si viene a creare tra Julia e Tau a essere interessante, basata su uno scambio di informazioni e sull’apprendimento di un bagaglio di conoscenze da parte di Tau, che diventano la chiave per andare oltre la sua programmazione limitata e, di fatto, per renderlo un essere libero di scegliere da che parte stare.
E, se è vero che la metafora è forse un po’ troppo gridata, le sottigliezze non rientrano nell’ambito del B movie e quindi non lamentiamoci.

Purtroppo, l’impressione è quella che Tau non volesse essere un B movie, o che comunque fosse molto indeciso su che strada prendere. Perché, se le caratterizzazioni tagliate con l’accetta, le soluzioni narrative improbabili e le facilonerie sparse per tutto il film, si perdonano con gioia a un prodotto fieramente di serie B, diventa più difficile farlo con un’opera di una qualche ambizione.
Considerando che trattasi di produzione originale Netflix, che ormai sforna quasi soltanto film di serie B (andrebbe fatto un discorso sul declino dei film Netflix, ma non è né il momento né il luogo adatto), possiamo anche credere che fosse tutto intenzionale e rallegrarci di passare un’oretta e mezza in compagnia di una delle intelligenze artificiali più simpatiche e adorabili dai tempi di Corto Circuito.

4 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Io onestamente il discorsetto sul declino dei film Netflix vorrei sentirlo eccome. Dicci la tua.
    Bella segnalazione, a me è piaciuto, e ho pure trovato convincente la protagonista (molto peggio è tratteggiato lo scienziato cattivaccio, che oltretutto come personaggio si rivela un coglione di dimensioni epiche).

    1. La protagonista è talmente brava che la sfanga anche con un personaggio abbastanza anonimo. Il cattivo è impresentabile. 😀

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sai, mi ricorda alla lontana anche quel “Generazione Proteus” diretto da Donald Cammell nel 1977 (tratto dal romanzo di Koontz)… con la differenza, tra le altre (compresa una tesissima relazione fra l’ostaggio Julie Christie e il carceriere cibernetico), che il temibile e semi-organico supercomputer Proteus era totalmente cosciente sia di sé stesso che del mondo esterno.

    1. Giusto. Solo che quello era un film mille volte migliore di questo 😀
      E mi hai fatto venire voglia di rivederlo!

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