Ciclo Zia Tibia 2018: The Mangler

 Regia – Tobe Hooper (1995)

Erano anni, circa quattro, che volevo rivedere The Mangler, più o meno da quando Erica ha pubblicato questo post; poi, per un motivo o per l’altro, quando arrivava l’estate e, con essa, il momento di rispolverare i film da Notte Horror, ripiegavo sempre su altre cose. Ma poi, mentre cercavo filmacci per la rassegna del 2018, ecco riafforare questa bizzarria dalla mia memoria, una specie di costante della mia adolescenza da VHS dipendente, quando passavo le ore in videoteca a scegliere sempre il peggio del peggio. Non che da allora sia cambiato poi molto, videoteca a parte.
The Mangler è andato anche in onda nel corso della trasmissione Notte Horror nel 1997 e rappresenta uno degli ultimi rigurgiti dell’horror anni ’80 nel decennio successivo. È un film di serie B che più serie B non si può, con uno spunto di partenza che rasenta la follia. Ma si parla di un racconto di King (pubblicato per la prima volta nel 1972, è presente nella raccolta A Volte Ritornano, del ’78), che spesso strutturava le sue storie brevi proprio come B movie e proprio per questo, è stato saccheggiato dal cinema horror a basso costo a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.
The Mangler è però, ancora di più rispetto a Camion (da cui lo stesso King trasse Brivido), una vicenda talmente improbabile che si stenta a credere a quanto sia efficace il racconto. Quando dico che King dà il meglio di sé nella narrativa breve, è proprio a storie come The Mangler che mi riferisco: spaventare qualcuno con un’entità mutaforma che divora i bambini non è semplice, ma è di sicuro più convenzionale che farlo cagare sotto con poche pagine dedicate a una stiratrice posseduta da un demone. Bisogna essere bravi per non cadere nel ridicolo.

Il problema del film The Mangler è che sembra una corsa a perdifiato tentando di sfuggire al senso del ridicolo lunga appena 20 minuti. Dopodiché, il signor Senso del Ridicolo ha acciuffato il film e se lo è mangiato in un sol boccone. Finché è durata, è stata una nobile gara, ma troppo impari per avere la minima speranza di vincerla. Per questo poi diventa impossibile voler male a The Mangler e a Tobe Hooper che si è imbarcato nell’impresa, anche se c’è il forte sospetto che, se ci si fosse attenuti strettamente al racconto, non sarebbe uscito fuori questo pasticcio dove si ride spesso, di gusto e, nell’ultima parte, si arriva addirittura a rotolarsi per terra in preda alle convulsioni e al mal di pancia per le risate.
Fino a quando Hooper e gli altri due (per un totale di tre, dicasi tre, signori miei) sceneggiatori seguono, anche a costo di sembrare pedanti, riportando con fedeltà assoluta interi dialoghi, la struttura narrativa di King, The Mangler non è niente male.
Diciamo almeno fino a quando Hooper non decide di mettere in scena la ghiacciaia maledetta che spara i fulmini, una cosa evidentemente partorita in estenuanti sessioni di scrittura strafatti come in una fumeria d’oppio. Altrimenti non si spiega come mai quello che nel racconto era soltanto un fatto sullo sfondo e appena accennato, qui diventa una delle colonne portanti del film, il momento in cui il protagonista ha l’epifania e comincia a credere che forse sì, il suo amico mattoide, esperto di occultismo e lavanderie industriali, non ha tutti i torti a pensare che la stiratrice possa tenere prigioniera una entità demoniaca, così potente che addirittura contagia le ghiacciaie. Ognuno ha le epifanie che si merita.

Hooper non si trovava di certo in un momento felice della sua carriera (e quando mai ce ne sono stati, verrebbe da dire): sia I Figli del Fuoco (che è un horror malinconico, poco compreso e bellissimo) sia Night Terrors erano stati snobbati dal pubblico e sbertucciati dalla critica e il regista scivolava sempre più negli angoli remoti della serie B infima e ingrata. Dopo The Mangler avrebbe lavorato soltanto in tv per circa dieci anni, per poi tornare al cinema con La Casa dei Massacri nel 2004. Non andò bene, The Mangler, ed è anche uno dei pochi horror del nostro passato a non aver goduto di rivalutazioni tardive. È entrato tuttavia nel novero dei cosiddetti guilty pleasure, quei film che ci piacciono quasi nostro malgrado. Io, che credo sempre ci siano dei motivi per cui un film ci piace, vorrei provare a capire se esiste qualcosa dentro The Mangler che si elevi al di sopra dell’olezzo di cinema spazzatura. E in effetti esiste, e si trova non tanto nella natura kinghiana della storia, quanto nelle ossessioni tipiche di Tobe Hooper.

La fabbrica, prima di tutto: la lavanderia Blue Ribbon è un infernale gioiello che pare uscito da qualche gotico del XIX secolo, ma con più marciume, più fatica, più disperazione, più puzza di capitalismo andato a male, se mi passate l’espressione. Sappiamo tutti che il lavoro in una lavanderia industriale è stato personalmente svolto da King, e che lo scrittore lo ricorda come un incubo. Ma la versione data da Hooper, quell’antro a malapena illuminato, con il rumore continuo dei macchinari a scandire il lavoro delle operaie, stanche, sfatte, quasi disciolte nei vapori emessi dalla macchina, restituisce davvero l’impressione di una malvagità che si perpetua in eterno. Non è un caso se, ai cancelli d’ingresso della fabbrica, si può leggere, per qualche secondo, la scritta “Il lavoro rende liberi”.
Di conseguenza, la stiratrice è una specie di leviatano posto al centro della lavanderia, enorme e minaccioso, con un design un po’ antico, da archeologia industriale; un vero e proprio mostro da cui il minimo che si possa aspettare è che inizi a divorare la gente.
E poi c’è Englund, carceriere e despota, che dispone della vita e della morte delle sue dipendenti, avvizzito e deformato dal denaro e dal potere.
Interpretato in questo senso, si capisce per quale motivo The Mangler vada a ricercare nel proprietario della lavanderia la causa della possessione e non nella concezione di Male fine a se stessa tipicamente kinghiana.

L’elemento gore, inoltre, è molto più spiccato nel film che nel racconto: King fa cominciare la sua storia quando il primo incidente, quello che causa la morte della povera signora Frowley, stritolata dalla stiratrice, è già avvenuto; Hooper, al contrario, lo mostra nei minimi dettagli, senza risparmiare nulla, con effetti speciali assolutamente pregevoli. È una sequenza molto lunga e insistita, come del resto lo è quella della fine del personaggio interpretato da Englund, che viene letteralmente piegato in quattro dal marchingegno.

Con questo, non voglio certo dire che The Mangler sia un bel film: resta valido quanto scritto all’inizio del post; è un filmaccio che si situa nella parte bassa della serie B e cede, dopo un inizio promettente, al ridicolo involontario, soffrendo anche di un casting sbagliatissimo, escluso Englund. Scegliere Ted Levine come protagonista positivo è uno di quegli errori che si pagano cari, a maggior ragione quando il resto degli attori è composto da scarti televisivi.
Eppure, soprattutto ora che Tobe Hooper ci ha lasciati, andare a rispolverare anche gli episodi più infelici della sua carriera, per cercare dei tratti distintivi non è un esercizio sterile, ma forse è un modo come un altro per rendere giustizia a uno dei registi più sfortunati della storia del cinema horror.

3 commenti

  1. Come hai detto tu, volergli male è impossibile. A me l’inizio, con quella “stupida vacca” della Signora Frowley che viene mangiata, ha sempre fatto venire un’ansia pazzesca, con quelle dita che si avvicinano alla stiratrice… brr!!
    Poi sì, dall’esorcismo della ghiacciaia in poi non c’è più dignità ma, già che hai nominato Night Terrors, in confronto The Mangler è The Babadook XD

  2. E io sono attratto parecchio da questo tipo di film. Non sarà un gran film però, nonostante i suoi difetti, non riesco a volergli male. E’ più forte di me.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Forse si pensava che l’espediente della ghiacciaia avrebbe reso The Mangler più spettacolare, quando invece non ne aveva bisogno (non in quel modo, comunque, vista la presenza di un ottimo gore a cui i “fulmini” han finito per rubare dello spazio prezioso) e certo trovarsi un Levine “buono” a pochi anni di distanza da Il silenzio degli innocenti aveva un qualcosa di (un bel po’) disorientante… però si lascia guardare, nonostante tutto 😉

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