Unsane

 Regia – Steven Soderbergh (2018)

Io Soderbergh lo odio. Non lo dico così, per fare casino. Lo odio proprio. Cinematograficamente parlando, s’intende. Odio quasi ogni film abbia mai diretto, con rarissime eccezioni, ma soprattutto lo odio quando prova a dire la sua con i film di genere, perché si mette lì con l’atteggiamento da primo della classe e, di solito, non capisce niente del genere che sta affrontando, pretendendo però di dire qualcosa di nuovo e definitivo. Fino a oggi, l’horror l’aveva lasciato stare, compiendo tuttavia una serie di danni con l’action e la fantascienza.
Però no, non lo poteva proprio lasciar perdere e allora deve aver pensato: “E che sarà mai, fare un horror. Te lo giro con un telefono, guarda”, che è l’unica motivazione plausibile per cui Unsane sia stato girato con un I-Phone 7; non c’è infatti nessun elemento narrativo che giustifichi un supporto simile. E voi direte: “Non c’è bisogno di avere un motivo per usare una macchina da presa o un telefono”.
E sì, in parte avreste pure ragione, ma Soderbergh (l’ho già detto che è come quei bambini sempre seduti al primo banco?) non è un ragazzino obbligato a farsi un film intero con un telefono; e infatti, per il suo giocattolino ha comunque speso un milione e mezzo di dollari, si è avvalso almeno di tre star di livello internazionale e delle musiche di Thomas Newman (splendide, sul serio). Si è divertito a girarselo e montarselo da solo, perché lui sa fare tutto (maestra, la so io!) e, per chiudere questa introduzione, ha fatto Unsane solo perché poteva farlo e per nessun’altra ragione che non fosse quella dell’io posso.

Non è infatti un esperimento linguistico, Unsane, anzi. La storia è molto lineare, e la regia anche, considerando la libertà di movimento che può darti un apparecchio di dimensioni così piccole. È tutto tradizionale, lo è volutamente, quasi a voler dimostrare la tesi secondo cui per un bravo regista il formato conta molto poco e si possono fare i carrellini anche con un I-Phone. Ci voleva Soderbergh per scoprirlo, infatti. Da soli non ci saremmo mai arrivati.
Peccato che Unsane ne avrebbe guadagnato a essere girato con un sistema dalla resa meno pezzente di questa e peccato (o per fortuna, a seconda dei punti di vista) che il supporto conti qualcosa e che la differenza si noti, se non altro per la qualità stessa dell’immagine, senza procedere in sottigliezze che non è questa la sede.
Ma fatte queste doverose premesse, e dato che mi piace contraddirmi, Unsane è anche un gran bel thriller. E lo sarebbe comunque, anche se lo avessero realizzato con una macchina da presa in 35mm.

Sawyer (Claire Foy) è una giovane donna che è stata costretta a trasferirsi in un’altra città perché vittima di stalking; ancora traumatizzata dalla vicenda, si rivolge a una clinica locale per avere supporto psicologico e lì le fanno firmare delle carte che lei crede siano soltanto scartoffie relative ai dati personali. Invece sono dei documenti con cui acconsente a farsi ricoverare per una settimana. Durante il colloquio con una consulente della clinica, Sawyer aveva fatto dei vaghi riferimenti a dei pensieri suicidi e tanto basta per rinchiuderla nell’istituto.
Quando capisce che nessuno, neppure la polizia, sarà in grado di tirarla fuori da lì, Sawyer vorrebbe solo che la settimana passasse il prima possibile, ma si accorge che, tra gli infermieri della clinica, c’è proprio il suo stalker e la breve permanenza si trasforma in un incubo.

La parte migliore di Unsane è la prima, quella in cui non riusciamo a capire con certezze se Sawyer stia dicendo la verità in merito alla presenza dello stalker nello staff dell’istituto o se sia soltanto un’allucinazione; in altre parole, fino a quando Unsane ci lascia nel dubbio sulla sanità mentale della sua protagonista, è davvero un signor film. Sawyer non ha infatti raccontato a nessuno della sua disavventura con lo stalker; la sua stessa madre non ne sapeva niente; ad amici e famiglia, Sawyer aveva semplicemente detto di aver trovato un’opportunità lavorativa impossibile da rifiutare e di essersi trasferita per questo motivo. È quindi difficile da stabilire se sia tutto accaduto davvero e sia Soderbergh sia, soprattutto, Foy sono bravissimi a mantenere un tono molto ambiguo e paranoico. Poi il mistero sulla sanità mentale di Sawyer si scioglie e Unsane prende una strada più convenzionale, rimanendo comunque una visione interessante.

Il merito è da attribuire in gran parte a Claire Foy, così intensa e convincente che non ci si crede, sia nei momenti di puro terrore da animale braccato e poi messo in gabbia, sia in quelli dove deve tirare fuori un carattere non proprio facile. Unsane è uno spettacolo individuale, uno di quei film dove ogni altro personaggio è offuscato dalla luce di una protagonista sempre in campo, dall’inizio alla fine, in una delle interpretazioni migliori dell’anno. Il resto del cast può solo fare da accompagnamento di fondo, in questi casi.
Altro punto a favore del film sono i dialoghi, specialmente quelli tra Sawyer e il suo stalker (Joshua Leonard), o sarebbe meglio definirli monologhi, perché anche qui la parte del leone la fa Claire Foy, che io continuo a chiedermi dove sia stata nascosta fino a quando non le hanno offerto il ruolo di Elizabeth in The Crown.
Ecco, Unsane è un film (mi capita di rado, ma mi capita) che mi mette in difficoltà: non riesco a capire se mi sia piaciuto più di quanto meriti a causa di un’attrice a livelli stratosferici o se abbia delle qualità proprie, capaci di andare al di là della bravura della sua protagonista.

Forse Soderbergh, così impegnato a fare lo spocchioso con l’I-Phone, si è dimenticato di essere spocchioso anche nell’affrontare l’horror e ha, in fin dei conti, diretto un B-movie senza troppe pretese o ambizioni, che scorre via rapido e indolore. E, credetemi, per me è già tanto dire una cosa del genere a proposito di un suo film.
Ci sono anche dei momenti molto buoni, come le prime ore di reclusione di Sawyer, quando c’è da parte sua la graduale presa d’atto di essere finita in una trappola senza via d’uscita, e non per un errore nel sistema, ma proprio per un meccanismo perverso parte integrante del sistema. Lì c’è da aver paura, per la facilità con cui si viene privati, da un istante all’altro, della propria libertà di movimento, per come si passa in un battito di ciglia dall’essere una persona con tutta una serie di diritti a non averne più.
E ora che ho trovato qualcosa da salvare anche in un film di Soderbergh, non mi resta altro se non ritirarmi a vita privata e chiedere scusa al Dio del cinema per il mio alto tradimento.

7 commenti

  1. Anche io non sopporto Soderbergh. Da quel film con Clooney e la Loepz e sopratutto per il remake di..No, vabbè non riesco a scrivere che abbia impoverito un capolavoro come Solaris, ah no! L’ho scritto.
    Però ammiro anche i primi della classe con ego smisurato, anzi ammiro la gente con l’ego smisurato pure quando ti fanno le streghe di salem.Questo mi rende il personaggio più simpatico dei filmetti che gira.
    Secondo me, azzardo, lui voleva appunto porre l’accento su quanto conti il chi faccia un certa operazione. Lui che è un regista professionale può portare a casa un certo prodotto, se fermi uno per strada non penso possa fare la stessa cosa. Che è il massimo della spocchia, ma così è il buon Steve. Ps: senti, ma glielo dici tu che ha rotto colle sue pellicole action su una banda di ladri? Quante volte vuol irpetere ocean’s eleven? ^_^

    1. Ma alla fine Soderbergh non ha neanche quell’ego smisurato e cafonissimo di molti registi che alla fine mi fanno simpatia. Lui ha solo una spocchia grossa così e, soprattutto, pretende di saper far cinema di genere, quando non è capace.
      Paradossalmente, l’unica cosa che sopporto di Soderbergh è proprio la serie di Ocean (anche se non parlerei di serie, perché ho visto solo il primo film 😀 )

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Neanch’io sono fan di Soderbergh, anzi, ma se mi dici che in qualche modo è riuscito a gestire un’altra opera di genere a lui NON congeniale (il thriller) allora credo che gli darò ancora una possibilità… del resto l’avevo già fatto con il suo Solaris che, se non altro, non aveva la minima ambizione (né, ovviamente, la capacità) di rifarsi al capolavoro di Tarkovskij: anche in questo caso un (luccicante) B-movie senza pretese che, preso a sé stante, ho trovato persino discretamente guardabile. Ma so che non è un parere condiviso da molti…

    1. Io non so che rispondere a proposito di Solaris, perché è uno dei pochi film che mi sono rifiutata di vedere 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Ahh, ma sei sempre in tempo per metterti alla prova… dopodiché, magari, potresti far partire una nuova rubrica settimanale tipo “Steven Soderbergh: ma quanto lo odio? Scopriamolo insieme!”, dedicata alla sistematica demolizione di suoi film selezionati tramite il collaudato sondaggione 😉 😀

  3. Alberto · · Rispondi

    Povero Soderbergh 🙂 Io a volte lo piglio, a volte lo salto, ma di solito quel che piglio non mi dispiace. Anche questo Unsane non è male, anche se l’inquietudine vera è un’altra cosa. Comunque, se ti è piaciuto il primo Ocean, vediti tutta la saga. In fondo è un po’ l’esemplificazione di tutto il suo cinema: un abile cazzeggio tra simpaticoni convinti di saperla più lunga degli altri.

    1. Eh sì, il primo Ocean lo vidi addirittura al cinema. Non è che sono impazzita, però mi ha divertita in maniera decente. Forse Soderbergh riesce meglio quando cazzeggia che quando fa sul serio

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