Jurassic World – Il Regno Distrutto

 Regia – J.A. Bayona (2018)

È già difficile recensire un film che sai non essere lo stesso che vedranno in tutto il resto del mondo, perché la distribuzione italiana ha ben pensato (benpensano molto, in questo paese) di tagliare alcune parti ritenute troppo violente, cosa avvenuta nell’indifferenza generale, tanto che sarà mai, è solo censura, ci siamo abituati; se poi però a questo aggiungete anche l’odio scaricato dai fan sul film di Bayona, parlare di JW diventa un campo minato.
Ma io sono intrepida e ne parlo lo stesso, premettendo due cose:
1) Il mio è un giudizio su un film incompleto (sarebbe incompleto anche se avessero sforbiciato una sola inquadratura) e quindi ha per forza meno valore rispetto a quello di chi è stato tanto fortunato da vedere JW – Il Regno Distrutto nella sua interezza.
2) Dopo l’esperienza Ghostbusters, ho preferito tenermi lontana dai film che dividevano in modo netto il pubblico, motivo per cui ho evitato (pur avendolo adorato) di parlare di The Last Jedi. Ma confido nell’intelligenza superiore dei fan di Jurassic Park, che di sicuro sono meno ossessionati dei quarantenni con la panza fan di Star Wars.

Detto ciò, il film mi è piaciuto molto più del primo (che pure non era così brutto come lo si dipinge), mi ha divertita per un paio d’ore e, per farla breve, un gran bel giocattolone estivo che farà la gioia di tantissimi bambini.
Volendo approfondire la questione, Il Regno Distrutto soffre di tutti i difetti tipici dei blockbuster, soprattutto di quelli nati da saghe vecchie vent’anni e che devono assolvere l’arduo compito di accontentare chi con i vecchi film ci è cresciuto e, nel frattempo, far nascere una generazione di giovani spettatori e fidelizzarla il più possibile, per far seguir loro l’intera trilogia, vendere gadget, pupazzi e cappellini. Non sono, quindi, film fatti per “noi” (qualunque cosa questo noi voglia dire), come i film che andavamo a vedere da ragazzi non erano fatti per i nostri genitori o zii. Sì, anche lo stesso Jurassic Park, l’originale di Spielberg, aveva un taglio da cinema per ragazzi, che stemperava il cupo pessimismo di Crichton in un film, tutto sommato, per famiglie.
Se non si coglie questo, non si coglie l’operazione commerciale che sottende alle decine di reboot che affollano le sale in questi giorni. Ora, una impostazione simile ha per forza dei difetti endemici, primo fra tutti una mancanza oserei dire programmatica di anima e personalità. JW non fa eccezione e manca di entrambe le cose, se non fosse che, ogni tanto, Bayona esce fuori e regala sequenze di cinema vero (ma ne parleremo poi, del regista); altro sintomo tipico della sindrome del blockbuster estivo è la lunghezza elefantiaca (mai elefantiaca come quella di Solo, due ore e un quarto che sembrano due mesi e mezzo), che nel caso specifico di JW pesa moltissimo su una parte centrale lenta e debole e si traduce anche – altro tratto comune a molti giocattoloni come questo – nel voler infilare in un solo film materiale con cui, vent’anni fa, di film ne avrebbero girati sei o sette; inoltre, i personaggi secondari sono non pervenuti e i “cattivi”, nonostante abbiano a interpretarli gran pezzi di attori (Ted Levine e Toby Jones su tutti) non hanno un briciolo di mordente.

Ecco, per una volta, mi piacerebbe vedere un blockbuster estivo capace di gettarsi alle spalle questo elenco ripetitivo di mancanze e provare a prendere una strada differente. Ma è davvero difficile, quando il regista è una figura di secondo piano il cui mestiere è eseguire ordini imposti dall’alto, fare qualcosa che esca dai binari della sicurezza e della prevedibilità.
Si può dar atto a Bayona di averci provato o, se non altro, di aver inserito delle idee nuove, destinate a portare la saga in territori fino a questo momento inesplorati, dove Jurassic World non è soltanto il nome altisonante di un parco a tema.
Ed era anche ora che si uscisse dalla logica del dinosauro-fenomeno da baraccone sempre confinato all’interno di un contesto protetto; era l’inevitabile sbocco a cui si sarebbe dovuti arrivare tanti film fa. Oltre che a Bayona per aver finalmente messo in scena questo concetto, vanno fatti i compimenti agli sceneggiatori, tra cui Trevorrow, di cui non ho mai avuto una gran stima, per averci pensato.

Soprattutto, vanno ringraziate la Amblin e la Universal per aver scelto un regista vero, una volta tanto, da mettere in testa alla catena di montaggio del blockbuster, perché esistono film figli della logica produttiva delle grandi compagnie infinitamente peggiori di questo (Pacific Rim: Uprising, per esempio) e, come spesso ripeto, la differenza sta tutta nel regista designato per portare a termine il lavoro.
Che io me le immagino le riunioni alla Universal:
“Dobbiamo fare il reboot di Jurassic Park”
“Eh, ci serve un regista”
“Tu, coso, come ti chiami? Sì, Colin qualcosa, smettila di rovistare nella spazzatura e vieni a dirigere il film”.
Poi si saranno resi conto che, per il secondo capitolo, sempre il più difficile, ci voleva un tizio con alle spalle qualcosina in più di un filmetto indie visto da 5 persone, e hanno chiamato Bayona che ci sa fare con le atmosfere macabre, sa gestire anche budget di un certo peso, lavora bene con mostri e bambini.
Certo, Bayona un film così enorme non lo ha mai fatto e, per quasi tre quarti del minutaggio, si è dovuto praticamente annullare e sciogliere nel brodo del blockbuster; ma si ritaglia almeno due momenti da favola nera, dove si nota la sua mano. Il primo mi ha ridotto a pappetta per cani sul pavimento del cinema e non posso spoilerarlo; il secondo si vede anche, in parte, nel trailer e quindi se ne può parlare: l’ingresso del baubau nella cameretta della bambina è quell’attimo di puro horror fiabesco, del tutto scollegato dalla narrazione, che ti fa quasi illudere di star assistendo a un film vero e non a un simpatico giocattolone di plastica.

E a me, sia chiaro, piacciono anche i giocattoloni di plastica, se fatti con cognizione di causa. Mi pare, al netto delle varie pecche più sopra elencate, che Il Regno Distrutto sia realizzato con tanta cognizione di causa e con un’attenzione particolare a portare sul tavolo di Jurassic Park degli argomenti da sempre latenti nella saga, ma mai usciti allo scoperto in modo così evidente e gridato, forse anche troppo.
L’idea, per esempio, di salvare i dinosauri era già presente nel secondo film, ma qui si parla di assumersi la responsabilità della propria creazione e accettare l’inevitabile cambiamento che ne conseguirà. Non è un concetto facilissimo, anche se nel film è espresso ad accettate e con la raffinatezza dialettica di una betoniera; ma se il pubblico di riferimento principale sono i bambini, un certo grado di semplificazione è anche dovuto.
Sono tutti piccoli aggiustamenti rispetto al primo, che si limitava a essere una replica con complesso di inferiorità e più CGI di Jurassic Park e da lì non si spostava di un millimetro.

E poi ci sono i fanz che vorrebbero storie originali, però chiedono sempre le stesse, e mi raccomando non siano la stanca riproposizione di cose già viste, però se poi gli proponi qualcosa di inedito, si sentono traditi.
Gente che non varrebbe neanche la pena di considerare parte del consesso umano, se non fosse che spesso tendono a diventare molesti, quasi avessero il diritto di vantare qualche proprietà intellettuale sull’opera altrui.
Ma magari ci fossero solo loro. Ci si mettono anche i critici a scrivere articoli ai limiti della decenza come questo, che ha un titolo da sganassoni sul grugno e poi neanche giustificato dal testo, nella migliore tradizione del più squallido click bait per quelli che pubblicano le foto delle grigliate allo scopo di far incazzare i vegetariani.
Non c’è, ovviamente, nessun “buonismo animalista” nel film; al massimo si passa dalla nozione del dinosauro mostro a quella del dinosauro come animale che, in un modo o nell’altro, si dovrà adattare a vivere nel nostro mondo, dato che ci siamo presi la briga di crearlo.
Io, all’idea di vedere, nel prossimo film, la convivenza tra esseri umani e dinosauri nella vita quotidiana non sto nella pelle. Ma io sono una buonista animalista e sono innamorata del velociraptor Blue, che ha lo stesso carattere gioviale della mia gatta. Poi mi diverto con poco e ho gusti sempliciotti.
Però almeno mi godo i film e non martello l’anima al prossimo. E, se siete come me, magari questo Jurassic World vi farà passare due ore di ottimo intrattenimento, con sprazzi di grande cinema.

 

 

 

8 commenti

  1. Ignoravo questo intervento censorio sulla versione italiana (e anche di qualche altro paese, a quanto ho letto). Il divertimento complessivo suscitato dalla visione del film non ne ha risentito, ma mi da’ sempre fastidio quando qualcun altro decide quello che io posso o non posso vedere.
    Sai se anche la versione originale sottotitolata proiettata in alcune sale ha gli stessi tagli?

    1. Purtroppo non lo so, ma dato che era un problema di categoria (il film non poteva uscire vietato ai minori di 14 anni), credo che, per ottenere il visto della censura, sia uscito in tutte le versioni tagliato.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Non mi aveva creato chissà quali problemi la visione di Jurassic World, quindi prevedo che ancora meno me ne creerà quella de Il Regno Distrutto (e Incompleto, per via dei tagli 😦 )
    Credo anch’io che sarà interessante vedere gli sviluppi della convivenza tra dinosauri ed esseri umani, e pazienza se il tutto non risulterà poi essere abbastanza intriso di “cattivismo specista” (giusto per usare una terminologia ab cazzum al pari di “buonismo animalista”)…

  3. […] L’arte romantica non vorrebbe essere tanto legata al denaro, ma ne ha bisogno per sopravvivere, per ubriacarsi in fumosi caffè, per pagarsi le prostitute da decantare in libri scandalo su vite bruciate. Poi sono arrivati i ragionieri. E i ragionieri, per natura, fanno quadrare i conti. Si sono riuniti in mega-corporazioni, e hanno annichilito tutto quello che poteva essere la personalità artistica in un prodotto di intrattenimento. Ciò che conta è che si possa vendere, che la gente voglia comprarlo. Ciò che conta sono i soldi. La logica del blockbuster vuole l’azzeramento della personalità artistica (a tal proposito leggete le considerazioni in merito che del BB fa la mia amica Lucia). […]

  4. Comunque ci sono tutte le premesse per un seguito coi cazzi e controcazzi, per dirla alla Francese. Io sogno un post-apocalittico in cui i dinosauri tornano ad essere la specie dominante.

    1. Infatti l’idea bestiale sarebbe quella di fare un terzo capitolo completamente post-apocalittico, spostando la storia di almeno 20 anni avanti nel tempo. Purtroppo, non si potrà fare perché la star del film è Pratt, ma che figata che sarebbe!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Si potrebbe tentare di adattarlo alla bisogna con un sapiente make-up… immagino un “vecchio” Owen Brady che ha deciso di mettersi in proprio (con un gruppetto di raptor completamente addestrati, ovvio), magari, facendosi pagare da ricchi sopravvissuti annoiati per garantire la loro sicurezza nei safari e/o battute di caccia a T-Rex, spinosauri e altre adorabili bestiole. Poi si sa come sono questi dinosauri, l’idea che hanno di catena alimentare, e da cosa nasce cosa… 😉

        1. Ma sarebbe una cosa adorabile ❤

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