Jason e la teoria della verosimiglianza nell’horror

Questo post trae spunto da un commento ricevuto mercoledì, sulla recensione dedicata a The Strangers: Prey at Night. L’autore del commento è Blissard e ve lo cito testualmente: “Fare riferimento alla verosimiglianza analizzando uno slasher può essere indice di malafede, però secondo me troppo spesso TS:PaN la fa proprio fuori dal vaso. Prendi uno qualsiasi dei Venerdì 13: nessuno cerca la verosimiglianza, però se Jason esce dall’acqua inzuppatissimo e subito dopo è asciutto e pettinato un po’ di fastidio te lo suscita; ed è Venerdì 13, caratterizzato da una forte connotazione soprannaturale, immagina il fastidio se cose di questo genere succedono in uno slasher tutto sommato con pretese realistiche…
Premessa: sul fatto che il sequel di The Strangers, da un certo punto in poi, renda davvero complicata la sospensione dell’incredulità, siamo tutti d’accordo, credo, e cercherò di spiegare il perché nelle righe successive.
Solo che quello segnalatomi da Blissard, qualora si verificasse in un film, non è un problema di verosimiglianza, ma di continuity, che in italiano si chiama edizione.
Jason che esce dal Crystal Lake e, nella scena successiva, invece di avere i vestiti bagnati ce li ha asciutti è un esempio del fatto che o la segretaria di edizione dormiva sul set o che si sono dovuti fare i salti mortali al montaggio e, tra tagli e ritagli, qualcosa è sfuggito. Non c’entra niente con la verosimiglianza di una storia, a maggior ragione di una storia dell’orrore.
Però ho capito quello che voleva dire Blissard e, secondo me, è un discorso che va approfondito, perché a me sembra sempre che si stabilisca in maniera molto arbitraria cosa è verosimile e cosa non lo è all’interno di un genere che, nella stragrande maggioranza dei casi, non è realistico.

Possiamo davvero parlare di verosimiglianza, quando parliamo di horror, specialmente nella sua incarnazione soprannaturale? Certo che sì: se in uno slasher una delle vittime, per sfuggire al killer, iniziasse all’improvviso a volare, penso che tutti faremmo un bel salto sulla poltrona, o penseremmo di star guardando una parodia. Eppure, troviamo verosimile che, in Supergirl, molti personaggi volino. Il che ci porta a pensare che, per essere verosimile, un horror debba essere coerente con il mondo che registi e sceneggiatori hanno costruito.
In qualunque genere di film, tra pubblico e autori si stipula un patto: io ti racconto di un ragazzino annegato per colpa della negligenza di chi doveva sorvegliarlo e della conseguente vendetta della madre e tu mi credi, mi credi anche quando trasformo quel ragazzino in un energumeno alto due metri e, di fatto immortale, e porto avanti la sua storia per dodici film.
Jason è in effetti l’esempio migliore per cercare di capire cosa percepiamo come verosimile in un film horror. Si potrebbe dire che, più sono basse le pretese, più la nostra predisposizione a far passare anche cose che sembrano assurde aumenta. Ma non è del tutto così, perché abbiamo accettato senza battere ciglio che un tizio mascherato continuasse a sopravvivere anche dopo svariati colpi di pistola e un appendiabiti in un occhio. Sì, parlo di Michael Myers e di Carpenter. E quando si tratta di Carpenter, è difficile che ci siano basse pretese.
Però Halloween è del 1978, mentre Venerdì XIII arriva due anni dopo, e il momento in cui Jason diventa una sorta di zombie si situa, seguendo la timeline ufficiale, nel sesto capitolo, ovvero nel 1986. Cosa succede tra il 1979 e il 1986? Semplice: Carpenter imposta un sistema di regole che poi saranno codificate negli slasher successivi ad Halloween e una di queste regole, la più importante, è che l’assassino dello slasher è duro a morire, anzi, si può dire che non muore mai sul serio.
A quel punto, il patto di verosimiglianza tra autore e spettatore diventa chiaro e, di conseguenza, è del tutto verosimile che un assassino mascherato, anche se preso a cannonate, si rialzi negli ultimi minuti di film per lo spavento finale.

Ecco, è evidente che, negli horror (e parlo di slasher perché è il filone più facile da definire) il concetto di verosimiglianza è abbastanza elastico. E tuttavia è vero che se Jason uscisse all’improvviso dal lago coi vestiti asciutti, qualcosa non tornerebbe, il nostro occhio percepirebbe l’errore di continuità, come lo percepisce se in un’inquadratura un personaggio ha un cappello in testa e, in quella successiva, il cappello sparisce senza alcuna motivazione plausibile. E tuttavia, questo succede in ogni tipo di film, anche in quelli realistici.
In che modo, The Strangers: Prey at Night, a un certo punto rompe il patto con lo spettatore e sfida la nostra sospensione dell’incredulità?
Seguiranno spoiler, quindi se non avete visto ancora il film, non proseguite.

Non è tanto il fatto che l’impostazione di Prey at Night sia realistica: anche quella di Halloween, all’apparenza, lo era e Roberts gioca molto a fare Carpenter nel suo ultimo film. Io credo che il problema sia relativo alla rottura del patto con cui vi ammorbo da inizio articolo.
Nel corso del film, i due fratellini protagonisti, dopo la morte di entrambi i genitori, riescono a sbarazzarsi di due assassini su tre. Poi arriva l’ultimo e ci viene presentato come un immortale capace di sopravvivere all’esplosione di un’automobile. È lì che si rompe il patto, perché l’immortalità dell’ultimo assassino rimasto non è stata seminata nel corso del film, arriva all’improvviso, dal nulla e, se la scena è molto divertente con i suoi richiami ai classiconi degli anni ’70 e ’80 (gustosissima la citazione da Non Aprite quella Porta), fa crollare qualunque parvenza di verosimiglianza e sceglie, credo in maniera consapevole, di buttarla in caciara, privilegiando l’effetto alla coerenza.
Non è un errore di continuity, la segretaria di edizione non si è addormentata mentre giravano, non si tratta di far sparire un oggetto tra un taglio e l’altro; è un problema di non essere coerenti con le stesse regole da te impostate durante il resto del film.

È come se, di punto in bianco, Michael e Jason cominciassero a parlare o a sparare battute come Fred Krueger. Non è che non sarebbe realistico, perché nulla in questi film è realistico; il realismo lo lasciamo ad altri generi e ad altri registi. È tutto un problema interno al sistema che hai costruito, un problema di non tradire te stesso.
La saga di Venerdì XIII spesso sfiora il ridicolo, ma lo si accetta perché abbiamo interiorizzato, nel corso degli anni, che Jason è immortale, ha il dono dell’ubiquità e forse pure le branchie. Se prendessimo seriamente le incongruenze e la logica mancante di un film qualunque della saga dal quarto in poi, non ci potremmo definire proprio sani di mente, ecco. O forse saremmo solo dei gran rompicoglioni.

Perché la verità è che, pur con tutto il (finto) revival degli anni ’80 in cui siamo bloccati e stiamo sprofondando, neanche fossero le Paludi della Tristezza, da non so neanche più io quanto tempo, da allora il pubblico si è fatto smaliziato, attento, cinefilo, ha appreso (o ha creduto di aver appreso) i meccanismi che sottendono la creazione di un’opera e pretende non solo di conoscerla meglio dei suoi stessi creatori, ma di parteciparvi attivamente.
Si burlano delle ingenuità anni ’80 e, allo stesso tempo, disprezzano il cinema contemporaneo perché – dicono – non è creativo come ai bei tempi (che spesso non hanno vissuto), non capendo che, se oggi uscisse un film che di verosimile non ha nulla, come …E tu vivrai nel terrore! L’Aldilà, il giorno dopo starebbero tutti su Google a cercare “L’Aldilà spiegazione finale” o “L’Aldilà non l’ho capito”.
E allora il discorso sulla verosimiglianza va a farsi benedire, perché non importa più che un evento rappresentato in un film sia coerente con quanto visto in precedenza, ma deve rispondere alla logica spicciola dei ragionieri del cinema, quelli che contano gli errori e ci fanno i video su YouTube, per esempio. Un atteggiamento del genere non solo distrugge la critica cinematografica, riducendola a risatine, meme, e ammiccamenti, ma paralizza anche la creatività degli autori.
In altre parole, nonostante stia attraversando un periodo di forma splendido, forse l’horror manca un po’ di quella fantasia sfrenata e di quella sfacciataggine nel proporre l’inverosimile che era tipica di un’epoca in cui il pubblico si limitava a essere tale e non aveva ancora subito la trasformazione in fandom.

8 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Trovo molto interessante il discorso che fai relativo al “patto” tra spettatore e regista, a mio parere molto più centrato del più generico discorso relativo alla “sospensione dell’incredulità”: come dici tu, in un horror soprannaturale chiedere verosimiglianza in senso stretto è, per definizione, una contraddizione in termini, ma questo non può voler dire che allora tutto è concesso, perchè alcune incongruenze cozzano proprio con la possibilità di fruire appieno di un film. Per dire, se ne Il silenzio degli innocenti si scoprisse che Lecter può volare, il patto con lo spettatore verrebbe automaticamente meno (e per molti versi è effettivamente quello che è successo con la saga di Harris, tanto che uno dei difetti del libro/film Hannibal è che a Lecter vengono attribuite capacità quasi sovrannaturali).
    Perfettamente d’accordo sulla differenza che fai tra Halloween e Venerdì 13: nel primo Carpenter “forza” le regole della verosimiglianza (se non ci fosse l’ultima scena, Michael potrebbe essere un serial kller come tanti) ma lo fa con sottigliezza e gradualmente, cosa che viene copiata para para nel primo Venerdì 13 quando questa “forzatura” è ormai acquisita dal più smaliziato pubblico.
    Più perplesso mi lascia l’accenno al film di Fulci: “E tu vivrai nel terrore” sovverte sin dall’inizio qualsiasi verosimiglianza narrativa e concettuale, e criticarlo per questo sarebbe come additare come poco realista una qualsiasi opera surrealista. Ed è per questo motivo che il film può essere (ed è stato) accusato di praticamente tutto, ma non di scarsa verosimiglianza.
    Relativamente a Strangers: PaN, la scena finale che citi tu è il più vidente “tradimento” al patto con lo spettatore, però anche prima si può rilevare qualche elemento incongruo, tipo la sorella che azzoppata si nasconde sotto il patio della casa e, dopo pochissimo, la ritroviamo in formissima a salvare il fratello nella piscina. Lo so, rischio di apparire rompicoglioni, ma alla mia età certe forzature pregiudicano il piacere di vedere un film, soprattutto perchè il regista ormai sa di rivolgersi ad un pubblico ipersmaliziato.

    1. L’aldilà è stato accusato di tutto tranne che di scarsa verosimiglianza nel periodo in cui è uscito. Oggi, un film così non te lo produrrebbe nessuno e, se ci fosse un pazzo disposto a produrtelo, diventerebbe oggetto di uno di quei video di Youtube tipo Everything Wrong; lo distruggerebbero.

      1. Blissard · · Rispondi

        Possibile, anche se We Are Still Here e The Void non sono poi così lontani dall’idea fulciana di decostruire la narrazione lineare, o Tenemos la carne per citare un film che non ha Fulci come modello indiscusso.

      2. Giuseppe · · Rispondi

        Ah, sì, all’epoca se ne fottevano della verosimiglianza intrinseca: c’era altro di cui accusare i film di Fulci, tipo causare malori in sala allo spettatore impressionabile (plausibilissimo che quest’ultimo andasse proprio a vedere i suoi film, in effetti). Però, se la memoria non mi inganna, non fu tanto “L’aldilà” quanto “Paura nella città dei morti viventi” ad essere bersaglio di simili ridicole vaccate pre-Moige e triste similia…

  2. Il problema del pubblico che, acquisendo degli strumenti (parziali, di solito) di analisi perdendo in flessibilità e intelligenza è evidente anche in altri campi: vedi i lettori che si sentono in dovere di chiedere in un gruppo facebook se il libro che stanno leggendo sia bello oppure no (WTF?), ma poi sanno indicare, e sono ben felici di indicare, tutti i punti in cui l’autore “ha sbagliato” o “non ha rispettato le regole della scrittura”.
    Sono spesso quelli a cui piace il fantasy realistico.

    1. Quelli che ti dicono che in Martin gli stupri vanno benissimo, perché è un fantasy storico e quindi all’epoca (quale, di preciso?) era pieno di stupri.

  3. Il cinema non e fatto per essere realistico per me è metafora delle emozioni ho i tre film di Poltergeist in dvd e mi sono piaciuti anche i sequel e tutti film o serie hanno delle forzature ma fa parte proprio del medium,trovo più ridicoli i film tipo Conan(remake) o 13 assassini (remake ) i personaggi usciti sembra dal centro estetico.
    Anche Myamoto il creatore di Super Mario diceva “realistico non vuole dire divertente”

  4. Non me ne parlare. Trovo un sacco di persone che cercano di trovare il pelo nell’uovo quando guardano un film. Adoro parecchio la sfacciatagine dei film horror slasher degli anni ’80 e la loro esagerazione. Sì, concordo con te nel dire che agli horror di oggi manca queste qualità. Un articolo di riflessione molto bello e interessante.

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