2008: Lake Mungo

 Regia – Joel Anderson

“I feel like something bad is gonna happen to me. I feel like something bad has happened”

VI AVVISO CHE SPOILERO 

Il miglior mockumentary mai realizzato, e dopo il quale si poteva chiudere l’indecorosa faccenda, è questo piccolissimo film australiano uscito dieci anni fa, e non solo perché si tratta di uno dei pochissimi falsi documentari propriamente detti, ma soprattutto perché, al contrario di ciò che fanno i prodotti appartenenti alla sua stessa stirpe, dice qualcosa di importante sul linguaggio cinematografico e sul racconto per immagini, cosa che dovrebbe essere un pilastro fondamentale del filone, e che invece non è, spesso per la pigrizia di cui sono affetti coloro che vi si dedicano.
Perché il mockumentary e il found footage sarebbero due modalità interessanti per parlare della manipolazione del racconto per immagini e di quanto noi, come pubblico, possiamo essere manipolati con facilità da esso, eppure spesso queste modalità hanno sempre scelto la via più facile e più sciatta. Le eccezioni di sicuro non mancano, ma nessun film è stato in grado di mostrare fino in fondo le potenzialità enormi del (finto) realismo offerte dal mockumentary come Lake Mungo.

Credo che la trama del film la conosciate più o meni tutti, quindi la riduciamo in poche righe: nel dicembre 2005, la sedicenne Alice Palmer annega in un lago durante una gita con la famiglia e, in seguito alla sua morte, i genitori e il fratello sono testimoni di strani fenomeni che si verificano all’interno della loro casa.
Siamo quindi di fronte a una ghost story, per quanto molto atipica, come vedremo poi, narrata nella forma di uno di quei documentari televisivi, con interviste a familiari e amici e immagini di repertorio in diversi formati, da quelli professionali a quelli amatoriali delle riprese casalinghe; il tutto montato ad arte per ricreare la perfetta illusione di aver ricostruito fatti realmente accaduti.
Lake Mungo è infatti un racconto del tutto plausibile, perché descrive il lutto e i tentativi di conviverci prima, e di superarlo poi, con un realismo minuzioso e attentissimo ai più piccoli dettagli. Per questo riesce a essere così efficace quando poi il realismo viene abbandonato in favore di una virata nei territori del soprannaturale, con le apparizioni di Alice nei corridoi della casa in cui è vissuta e, in seguito, con un incontro – chiamiamolo così – ultraterreno fatto dalla stessa Alice prima della sua morte. Talmente bene è narrata la famiglia Palmer, talmente puntuali sono le interviste e i piccoli sprazzi di vita quotidiana mostrati che, quando l’impossibile si manifesta, non facciamo alcuna fatica a crederci. E abbiamo anche paura.

Ed è lì che Joel Anderson ti frega e, dopo averti raggirato con facilità impressionante, ti fa vedere quanto sia semplice indirizzare lo sguardo di un pubblico ben predisposto esattamente dove il regista vuole. È lo scopo primario del cinema, quello di dare una direzione al tuo sguardo, e la si può dare in tanti modi diversi: lo si può forzare, costringere nello spazio di inquadrature così brevi da costituire una sorta di gabbia per il nostro occhio, oppure lo si può far vagare libero all’interno del fotogramma; ma anche questa è soltanto un’illusione, perché non è il montaggio o la scelta del dettaglio a guidarci: possono essere le luci, può essere il posizionamento degli oggetti, può essere il movimento di un attore. In poche parole, è il regista che punta il dito e ci dice dove guardare e, nel caso di un horror, di un mockumentary horror,  di cosa dobbiamo avere paura.

A una prima occhiata, ci rendiamo conto, con un pizzico di delusione, che non c’era nulla di cui aver paura, che il “fantasma” di Alice visto in qualche fotografia e in alcuni filmati ripresi da telecamere posizionate nella casa dei Palmer era soltanto il frutto dei trucchetti ottici usati da Matthew, il fratello minore di Alice. E poi, rivedendo a posteriori quelle stesse immagini, ci accorgiamo che in realtà era solo un problema di dove ci avevano detto di guardare.
Manipolare le immagini, manipolare lo sguardo, manipolare le emozioni. Lo spettro di Alice c’è, persino nelle foto e nei filmati modificati da Matthew, ma è in un angolo differente della casa o del giardino sul retro e noi siamo stati lì ad aver paura dello stesso Matthew o di uno specchio che rifletteva uno schermo televisivo, quando l’apparizione che avrebbe dovuto spaventarci sul serio era nascosta in bella vista.
Che è una maniera molto raffinata di fare un mockumentary, e forse l’unica maniera di trasformare il mockumentary in un’esperienza compiutamente cinematografica, in un certo senso, invalidando la sua stessa ragion d’essere, quell’aderenza alla realtà che è molto amata dagli estimatori del genere, ma che è (e lo si vede a ogni twist presente in Lake Mungo) di fatto impossibile.

Quello che state per vedere non è reale: ce lo dice la sequenza d’apertura del film, con quelle foto risalenti al XIX secolo, quasi tutte celeberrime, che ritraevano apparizioni spettrali ed erano soltanto dei trucchi, un meccanismo, per l’epoca complesso, di finzione. Nel frattempo, la voce fuori campo di Alice ci rivela addirittura il finale del film, ma lo comprendiamo soltanto a posteriori o, addirittura, a una seconda visione consapevole. Ecco, Lake Mungo andrebbe visto più volte, un po’ per godere appieno di tutte le sue finezze narrative, un po’ per aprire il giocattolo e vedere come funziona, e ancora per rendersi conto che, anche dopo ripetute visioni, è un film capace di spaventare: la mazzata finale inferta da Anderson allo spettatore rimette infatti in discussione tutto quanto visto fino a quel momento, e l’apparizione di Alice nel buio di Lake Mungo, uno dei momenti più forti della storia del cinema horror.

La miscela di terrori soprannaturali, lutto, segreti e improvvise svolte nel racconto fa di Lake Mungo un’esperienza unica nel suo genere: è difficile infatti trovarne un corrispettivo, e non solo nello sfruttatissimo filone del mockumentary, ma anche nell’horror in generale; Lake Mungo fa venire la pelle d’oca senza usare mai un solo jump scare, commuove anche, nel mettere in scena un nucleo familiare fatto a pezzi da una perdita irreparabile e riesce a usare il fantasma allo stesso tempo come fonte di paura e di speranza. È incredibile che ciò che inquieta lo spettatore sia ciò che fornisce ai protagonisti un’ancora a cui aggrapparsi per non sprofondare nella disperazione. Si tratta di un equilibrio di scrittura, regia, montaggio e recitazione fragilissimo e tenuto da Anderson con la grazia di un professionista consumato. Peccato solo che, dopo questo esordio targato 2008, non abbia più combinato nulla. Davvero triste la sua sparizione dalla scena cinematografica, perché poteva avere tantissime altre cose da dire.

Ricominciamo il giro, l’ultimo, saltando il 1929, perché non c’è un horror decente neanche per sbaglio; passiamo quindi dritti al 1939, che ci riserva tre scelte: Notre Dame di William Dieterle, quello con Charles Laughton nel ruolo di Quasimodo; Il Mastino dei Baskerville di Sidney Lanfield; Il Fantasma di Mezzanotte, ennesima versione di The Cat and the Canary, diretta da Elliot Nugent.

EDIT: scusate, il sondaggio ora è attivo. Sono stata tutto il giorno senza la possibilità di accedere al blog.

8 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    uno dei miei film preferiti in assoluto. l’ho trovato talmente coinvolgente che, nel corso della prima visione, mi ero completamente dimenticata che fosse un mockumentary, il che dice tutto. inquietante, convincente, toccante e con un twist geniale. ce ne sono pochi di film così azzeccati su tutta la linea. bellissima recensione 😀

    1. Sì, è un grandissimo film. Ed era pure difficile provare a scrivere qualcosa di sensato in proposito, perché ha tante sfaccettature e tante interpretazioni. Davvero un gioiello!
      Grazie 🙂

  2. Il film non l’ho mai visto ma al Mungo National Park ci sono stata due anni prima che uscisse il film e se non è questo motivo per recuperarlo…! *__*

    1. Facciamo che ti chiedo un bell’on demand per questo film?

      1. Segnato!! *__*

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Ottima recensione per un mockumentary che è un oscuro gioiello di paura, davvero, con una non comune capacità -all’interno del genere, in special modo- di saper ricorrere a un colpo di scena davvero magistrale…
    P.S. 1) Bentornata! 🙂
    P.S. 2) Io “Il Mastino dei Baskerville” l’avrei anche già scelto, ma non so dove mettere il voto 😉

    1. Sì, perdonami, il sondaggio ora è attivo. Purtroppo non ho avuto la possibilità di modificare il post fino a ora 😀

  4. dinogargano · · Rispondi

    Bel post , al solito , il film bon l’ho visto ma cercherò di rimediare .
    Ho votato per Notre dame perché quella di Laughton è una delle prove di attore più impressionanti mai viste …

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