Speciale Samuel Fuller: Operazione Mistero

 Regia – Samuel Fuller (1954)

E con questo portiamo avanti sia la rassegna su Fuller sia quella sui film abissali in una botta sola: Hell and High Water (questo il bel titolo originale) è un classico thriller da guerra fredda ambientato per il 90% all’interno di un sottomarino. Ed è un film che Fuller ha girato per cortesia nei confronti di Zanuck, che aveva preso le sue difese contro il direttore dell’FBI l’anno prima, quando Hoover voleva bloccare Pickup on South Street perché non abbastanza patriottico.
Il motivo per cui Zanuck ci teneva tanto a questo film era il Cinemascope: il produttore aveva intenzione di dimostrare che il formato potesse funzionare anche in ambienti ristretti. Fuller accetta di dirigerlo un po’ controvoglia e solo a patto di poter riscrivere la sceneggiatura, che non gli piaceva.
È il primo film di Fuller ad alto budget e si rivelò un enorme successo di pubblico, nonché un terreno di sperimentazione per gli effetti speciali (alcune sequenze subacquee vennero poi riciclate e usate in Viaggio in fondo al Mare), per cui venne nominato agli Oscar, e per l’uso del Cinemascope, che Fuller andò a studiare da Jean Negulesco, vedendo e rivedendo Come Sposare un Milionario, affascinato dai panorami newyorkesi presenti nel film.

Fuller si porta dietro da Pickup in South Street Richard Widmark e trova anche spazio, in un ruolo secondario, per il suo Gene Evans; prende in mano il copione e lo modifica nel profondo, cambiando, tra le altre cose, il personaggio principale, ovvero il capitano del sommergibile interpretato da Widmark, e trasformandolo in un mercenario, quindi nel tipico anti-eroe alla Fuller, che si ritrova a fare la cosa giusta ob torto collo e non perché preso da chissà quale fervore patriottico.
Riesce persino a piazzare nel film un buon personaggio femminile, la scienziata francese Denis Montel, interpretata da Bella Darvi, all’epoca amante di Zanuck. Insomma, anche se in misura minore rispetto al suo film precedente, Fuller non si accontenta di girare un dramma di propaganda contro il pericolo rosso, ma tenta di dare al suo film un’impronta molto action. senza particolari implicazioni di natura patriottica, perché per quelle è già sufficiente lo scheletro della trama, e calcare troppo la mano non avrebbe portato a nulla di buono.

Una misteriosa organizzazione formata da scienziati e politici contatta l’ex ufficiale di marina e attuale mercenario Adam Jones e gli offre 50.000 dollari per scortare due scienziati francesi in un’isola situata da qualche parte a nord del Giappone, dove si pensa che i cinesi stiano nascondano una base nucleare segreta. In realtà, le cose sono anche peggio di così, perché i perfidi cinesi hanno intenzione di bombardare con l’atomica la Corea e di dare la colpa agli Stati Uniti, per innescare una reazione a catena. E toccherà al mercenario e alla sua ciurma di gente poco raccomandabile salvare il mondo.

A Fuller poco interessano i risvolti politici della vicenda; come sempre, lui è preso dalla vicenda umana e dal linguaggio cinematografico più adatto a raccontarla. Zanuck gli impone il Cinemascope e lui lo sfrutta al massimo, e non soltanto nelle prime scene del film, con larghi panorami di città come Parigi o Tokyo, e neppure per rendere ancora più efficace il climax finale, quando i nostri devono fermare un bombardiere in decollo da un’isola che porta con sé la bomba; no, sarebbe troppo facile. Fuller usa il Cinemascope in senso claustrofobico e quindi per raccontare il dramma di un gruppo di uomini chiusi in uno spazio ristretto, costretti a una convivenza forzata con il pericolo e animati (a parte i due scienziati) da scopi poco nobili, come salvare la pelle e tornare a casa con il portafogli pieno.
Fuller gira quindi, usando il formato pensato apposta per l’epica, nel modo più antieroico possibile; smorza i toni, alleggerisce i momenti più drammatici usando l’equipaggio in chiave comica; spoglia persino il suo protagonista dalle vesti di uomo d’azione per eccellenza, quando sceglie di far sparare Denise e non il capitano Jones. In altre parole, si attiene alla struttura classica del film da guerra fredda e poi, nella sostanza, fa quello che vuole lui, sovvertendo le regole del genere in maniera così sottile che questa volta nessuno ha avuto niente da ridire, neppure Hoover.

Prendiamo, per esempio, la storia d’amore che deve essere una sorta di pedaggio da pagare per dare al pubblico qualcosa su cui sognare: Fuller la inserisce, si vede che non gli va per niente, ma ottempera agli obblighi contrattuali. Però gira l’unica scena d’amore in tutto il film durante un duello ad alta profondità con un altro sottomarino cinese, con i nostri acquattati in silenzio sul fondo dell’oceano, mentre l’aria sta finendo e l’unica illuminazione è quella rossa, quasi che quel bacio sia più un evento dettato dalla disperazione che da un sentimento reale. È forse la sequenza più bella del film, che alterna il rimpiattino tra sommergibili all’esterno, inquadrature sull’equipaggio esausto e boccheggiante all’interno e, a un certo punto, ha questo improvviso e inaspettato inserto romantico, intorno al quale ogni cosa sembra andare in sospensione. Davvero splendido.

Per essere un film datato 1954, Hell and High Water ha un ritmo molto moderno e serrato e anche se i protagonisti non fanno altro che aspettare per gran parte delle quasi due ore di durata, l’impressione è quella di un racconto movimentato, in cui succedono tantissime cose che, di fatto, non succedono. Alla fine, le sequenze d’azione in senso stretto si riducono a due e il cuore del film è costituito proprio dall’attesa che accada qualcosa, di solito letale, com’è tradizione del cinema ambientato su un sommergibile.
Operazione Mistero è uno dei primissimi film a dare una rappresentazione realistica e documentata della vita a bordo di un sottomarino. Fuller stesso, prima di iniziare le riprese, ha passato parecchio tempo in immersione e, pur con qualche forzatura di carattere fotografico (non c’era spazio per le lampade rosse e quindi sono state integrate nella scenografia), rimane un’opera che, con tutte le concessioni alla spettacolarità, ritrae efficacemente le difficoltà quotidiane degli equipaggi dei sommergibili.
Non è di certo il film più riuscito di Fuller e si tratta pur sempre di un prodotto su commissione, ma è una gran bella bestia da intrattenimento e passa via in un lampo.
Piccola curiosità: quando Fuller fece una piccola apparizione in 1941, Spielberg gli mostrò una copia di Hell and High Water che teneva con sé nel bagagliaio della sua macchina, dicendo che lui non si separava mai dai suoi film preferiti.
E se questa storia non vi fa scendere una lacrimuccia, siete brutte persone.

5 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    mi confermi, dunque, che vale la visione 😀 ce l’ho in attesa da un po’ (la combinazione widmark + sottomarino era troppo appetibile per non dargli una chance), e la tua recensione ha decisamente contribuito ad alzare il livello di interesse 😀 torno a commentare non appena riesco a vederlo!

    1. valeria · · Rispondi

      visto! che dire, concordo su tutta la linea: ha un ritmo pazzesco, un widmark carismatico come sempre, un personaggio femminile che si rende attivamente utile e non fa solo da interesse amoroso del protagonista e un paio di scene veramente claustrofobiche. come piacciono a noi insomma 😀 grazie della dritta!

      1. Ma infatti di solito il personaggio femminile in questi film è un soprammobile. E invece no: lei è una scienziata e, quando si trova di fronte al pericolo, prende, spara e ammazza senza troppi problemi. E loro due fanno una bellissima coppia. E la scena d’amore con le luci d’emergenza ha risvegliato il mio animo romantico 😀

        1. valeria · · Rispondi

          quella scena è davvero bellissima 😀 sarà anche vero che pochi sul set sopportavano la darvi, ma la chimica tra lei e widmark di certo non ne ha risentito, anzi 😉

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Ah, fossero tutti così i film su commissione 😉 E’ pur vero che, trattandosi di Fuller, non sarebbe stata comunque una commissione “sui generis”. In questo caso, tornando al problema di reperibilità di cui si parlava nello speciale precedente, almeno un’edizione italiana in dvd c’è stata (ma un recupero organico della sua filmografia dovrebbe essere e rimanere la regola, non l’eccezione)… e sì, quella piccola curiosità a fine post me l’ha procurata una lacrimuccia: del resto, Steven non si tradisce mai 😉
    P.S. Ma quel Ray Kellogg responsabile degli effetti speciali non è lo stesso che avrebbe poi diretto nel 1968 il famigerato “Berretti verdi” (un qualcosa di davvero MOLTO lontano dal cinema bellico di Fuller)?

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