Fahrenheit 451

 Regia – Ramin Baharani (2018)

È che ci voleva Verhoeven, o almeno qualcuno di simile a lui, per portare sullo schermo il romanzo di Bradbury nel 2018, un regista con una personalità enorme e che ha dimostrato, nel corso degli anni, di poter fare tutto ciò che desidera con i futuri distopici, qualcuno con un uno sguardo affilato e impietoso, capace di prendere le contraddizioni e i paradossi della società in cui viviamo e farne satira; qualcuno coraggioso, insomma, non il rispettabilissimo ma completamente anonimo Rami Baharani che, poverino pure lui, ci prova pure, ma proprio non ce la fa.
Guardando il nuovo adattamento, prodotto dalla HBO e andato in onda il 19 maggio, l’impressione è quella di un film a cui manca quella spinta fondamentale che riesca a trasformarlo da temino scritto con tutte le parole e la punteggiatura giusta, a vera e propria opera in grado di rendere giustizia alla sua fonte letteraria. Non che fosse un’impresa semplice: persino la trasposizione di Truffaut non si può inserire tra le cose più riuscite del grandissimo regista e quasi mi vergogno a scriverla un’affermazione del genere, ma purtroppo da Fahrenheit 451 si esce sempre sconfitti.

Eppure sembrerebbe una storia che si mette in scena da sola, tanto è perfetta e adattabile, tra le altre cose, a qualsiasi epoca.
Se c’è un aspetto positivo, nel film di Baharani, è proprio l’attualizzazione, lo spostamento di un romanzo scritto nel 1953 in un’epoca come la nostra che presenta delle complessità e delle caratteristiche molto peculiari e delle problematiche di natura tecnologica non indifferenti. In altre parole, rispetto a quello in cui scriveva Bradbury, il nostro è un altro mondo e l’idea alla base del romanzo è molto più vicina alla mentalità corrente che a quella degli anni ’50, ovvero la scomparsa del linguaggio scritto non è del tutto attinente alla distopia o a un futuro remoto, ma una concreta possibilità. O forse ho sbagliato termine: non tanto la scomparsa, quanto un impoverimento, una riduzione ai minimi termini della scrittura, cosa che la nuova trasposizione ha colto in pieno.
Il settore in cui Fahrenheit 451 versione 2018 eccelle è proprio il world building. Ed è un peccato che tutti gli spunti di riflessione offerto da essi si perdano in una struttura narrativa incapace di reggerne il peso.

Purtroppo il film, da un certo punto in poi, si allontana del tutto dalla trama del romanzo e se ne va per fatti suoi, compiendo scelte discutibili, come l’accenno di storia d’amore tra Montang e il personaggio interpretato da Sofia Boutella, tentativo di inserimento di romance in una storia che non ne ha alcun bisogno. A parte il dispiacere di vedere, di nuovo, un’attrice che adoro costretta in un ruolo marginale, a voler essere gentili, è proprio il voler modificare nel profondo il protagonista, nel libro non tanto felicemente sposato e adulto, e qui ringiovanito (Michael B. Jordan ha appena compiuto 31 anni) e infilato a forza in una love story, neanche sviluppata a sufficienza, che non ha niente a che spartire con la linea narrativa principale. Ma fosse solo questo il problema: la sceneggiatura non riesce a mostrare il cambiamento di Montag, lo priva di carattere e motivazioni e, come se non bastasse, una volta convertito alla causa della resistenza, gli affida una missione del tutto improbabile, roba che ci si domanda chi abbia approvato lo script e con quale coraggio lo abbia addirittura mandato in onda.

Perché ne stai parlando, allora, se è un disastro di questa portata?
Perché, proprio grazie al world building di cui sopra, non è un disastro, o almeno non lo è fino a una mezz’ora dalla fine, quando ci si dimentica tutto il buono costruito fino a quel momento e si degenera in un film d’azione televisivo da prima serata su Rai Uno.
Ma, prima del deragliamento, il film riesce nell’impresa di gettare alle ortiche una miriade di splendide idee, nella maggior parte dei casi appena abbozzate, che da sole, sarebbero bastate a realizzare un grande film. E ciò che trovo interessante è proprio come queste idee siano distopiche solo fino a un certo punto e, tra le righe, raccontino processi che già stiamo vivendo sulla nostra pelle, senza rendercene completamente conto.
Com’è logico, i pompieri in questo film non si limitano a bruciare i libri di carta (che hanno comunque un ruolo fondamentale nello sviluppo della vicenda), ma distruggono e danno fuoco a server e ad archivi digitali, tramite i quali chi si oppone al regime cerca di diffondere i libri divenuti da anni fuori legge. Questa è una conseguenza naturale di un adattamento girato nel 2018: ciò che si deve temere di più non è tanto il libro nella sua forma di oggetto fisico, ma la possibilità di una sua esistenza in formati molto più complicati da individuare ed eliminare.
E questa è la prima, per quanto scontata, idea buttata al cesso, perché poi tutto ritorna su binari da un lato molto tradizionali (c’è persino la scena della ribelle che annusa un libro! Ah, l’odore della carta!), dall’altro assurdamente ridicoli (la faccenda del dna di un passerotto in cui in pratica viene inserita tutta la conoscenza del mondo).

C’è poi il guizzo geniale, anche se non del tutto originale perché presente, seppur declinato in maniera diversa, nel romanzo di Bradbury, che riguarda la causa principale per cui i libri sono stati dichiarati illegali: in questa versione di Fahrenheit 451, il personaggio del capitano Beatty (un Michael Shannon col pilota automatico, che ormai è abbonato sempre allo stesso ruolo) ha molto più spazio rispetto alla sua controparte cartacea; è il maestro e padre putativo di Montag, che gli spiega come funzionano le cose e conosce molto bene i libri, li ha studiati, ne sa interi passi a memoria e, quando nessuno lo vede, passa le serate a scrivere pensieri su cartine di sigarette che poi brucia immediatamente. In una delle scene più riuscite del film, Beatty spiega al giovane Montag che si è cominciato a pensare di bruciare i libri quando ci si è accorti che offendevano alcune categorie di persone. Un certo romanzo offendeva le persone di colore, un altro le donne, un altro ancora i bianchi, e allora è stato meglio eliminarli, per non urtare la sensibilità di nessuno. È solo una sequenza in un film di quasi due ore e, se soltanto qualcuno si fosse disturbato ad approfondire il concetto, poteva essere un elemento di enorme interesse e perfettamente integrato nella mentalità del XXI secolo, quella per cui bisogna stare attenti, ogni volta che si produce una qualunque opera di finzione, a non toccare argomenti sensibili. Solo che non c’è tempo di farne il centro del film, perché altrimenti si toglieva spazio alle schermaglie amorose con Sofia Boutella e al dna dei passerotti. E quindi, altra idea splendida naufragata nel rumore.

Dove però Fahrenheit 451 coglie nel segno è nel raccontare, anche se troppo poco, una società in cui le forme di comunicazione complesse sono state abbandonate, in cui ogni concetto deve essere espresso nella maniera più elementare possibile e tutto ciò che si dice deve essere a prova di idiota. C’è questa scena bellissima, all’inizio del film, in cui Beatty e Montag fanno una dimostrazione del loro lavoro di fronte a una scolaresca; lì scopriamo che, in effetti, i libri si possono ancora “leggere”, lo si può fare su “The Nine”, ovvero la nuova internet, una sorta di super Twitter onnicomprensivo in cui ci si parla solo attraverso frasi brevissime o emoticon. E, se proprio ci tieni, puoi anche andarti a “leggere” Gita al Faro, ma davanti a te avrai una schermata di faccine che riassume la trama, così non devi sforzarti troppo e puoi essere felice.
Ecco, questo funziona, questo è pertinente col mondo in cui viviamo oggi; e non solo pertinente, è una situazione che ognuno di noi può testimoniare di star sperimentando sulla propria pelle, una tale semplificazione del linguaggio, e così radicata nel nostro quotidiano, da aver reso quasi impossibile l’apprendimento di concetti un minimo più stratificati rispetto all’espressione quasi animalesca delle emozioni più elementari.
E, per un momento, quasi può sembrare che il tema principale del film non sia la letteratura e l’impatto che essa può avere sulla mente delle persone, perché questo sarebbe già un livello troppo elevato per l’anno del Signore 2018, ma proprio la fine del linguaggio così come noi lo intendiamo.
Però, per approfondire e rendere vitale questo spunto, ci voleva un Verhoeven e ci voleva il cinema. E invece dobbiamo tenerci Baharani e l’HBO, e un prodotto televisivo che ha paura della sua stessa complessità e, mentre tenta di condannare le semplificazioni dell’epoca contemporanea, se la fa addosso e semplifica a sua volta, riducendo il tutto al solito film d’azione distopico che sarà dimenticato nel giro di una settimana.
Paradossale, non trovate?

10 commenti

  1. Ma non avevo capito una mazza allora, ero convinto fosse una serie televisiva e solo per questo stavo aspettando a vederlo. Ora certo non mi ci butterò con grande entusiasmo, però il buon lavoro di worldbuilding mi attira, è una qualità rara!

    1. È un semplice film per la tv, con un cast molto importante e un regista messo lì perché si trovava a passare da quelle parti 😀

  2. Sostanzialmente il film cade vittima di ciò contro cui ci sta mettendo in guardia.
    Bradbury avrebbe apprezzato.
    D’altra parte, con buona pace di Truffaut, fare un film sulla morte della narrazione scritta è come scrivere un saggio senza illustrazioni sulla storia del fumetto.
    Ma non è che su carta sia meglio: mi vengono in mente le proteste sollevate dalla recente ristampa di lusso di Fahrenheit 451, che include un cerino e ha la costola di cartavetrata per accenderlo – c’è chi ha gridato allo scandalo perché l’editore “suggerisce l’idea di bruciare un libro!”
    Che scandalo, signora mia.
    Forse la morte della narrazione scritta è poi solo l’effetto, e non la causa, del trionfo dell’analfabetismo culturale.

    1. La faccenda del cerino allegato al libro è stata ridicola. Gente scandalizzata che magari ha letto tre libri in tutta la sua vita, e che si erge a difesa dei sacri testi della letteratura.
      Io credo che, soprattutto oggi, dal romanzo di Bradbury si potrebbe tirare fuori un grande film, ma ci vorrebbe la testa giusta.

  3. Maxnataeleale · ·

    Infatti stiamo già vivendo in un futuro distopico dove geni come Verhoeven, Cronenberg o Carpenter sono esclusi dai grossi budget (e pure da quelli piccoli fra un po’) a favore di professionisti con idee meno reazionarie e una personalità più malleabile

    1. Verhoeven in realtà lavora molto, ma ha abbandonato il cinema fantastico. Poco male, perché Elle è un mezzo capolavoro. Cronenberg è un altro che ormai si è dedicato a settori differenti dall’horror e dalla fantascienza. Quanto a Carpenter, ecco, lui è stato davvero penalizzato.

  4. Blissard · ·

    Interessantissima recensione, se non altro perchè “approfitta” di un film per parlare di tematiche molto interessanti.

    1. Grazie. 🙂
      Se avessi dovuto parlare solo del film, avrei evitato, perché non è niente di che. Ma a volte sono proprio i film mediocri che ti scatenano delle riflessioni “serie”

      1. Giuseppe · ·

        E infatti penso proprio valga molto più la pena soffermarsi sulle tue riflessioni che non vedere un film incapace di riflettere a sua volta su tutto quello che il world building stesso gli serve su di un piatto d’argento… anche rimanendo in ambito televisivo si potevano fare scelte migliori, credo (per quanto un ritorno di Farenheit 451 al cinema più di cinquant’anni dopo Truffaut rimanga l’opzione principale).
        P.S. Si sono davvero lamentati per un’edizione accessoriata di cerino e costola a tema? E allora mi chiedo come avrebbero reagito di fronte alla “copia termica” sperimentale dello Jan van Eyck Academie, le cui pagine oscurate diventano leggibili SOLO se esposte a una fonte di calore…

  5. Bradbury è sempre un bel leggere. “Fahrenheit 451” è un libro interessante, non so quanto adatto ad essere trasposto in un film, ma la sfida è interessante. I libri hanno sempre fatto paura, a chi vuole controllare, manipolare, opprimere le persone, forse ogni dittatura nasce proprio con pire di libri bruciati. Ho visto il film di François Truffaut, e questo no, ma se ti ha ispirato queste riflessioni qualcosa di buono aveva. Del libro posso dire solo bene, anzi forse è uno dei miei libri di fantascienza preferiti, ha un legame molto forte con Orwell, e il suo “1984” (che è precedente, ho controllato le date). Da far leggere insomma ai ragazzi nelle scuole. Tu sempre brava, è un piacere leggerti 🙂

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