Pillole dall’apocalisse

È un bel po’ che non mando avanti questa rubrica a causa della mancanza di buoni film. Non è mai il momento migliore dell’anno per gli horror e, se si prospettano delle cose molto interessanti per l’estate, per ora ce ne stiamo in attesa e, per distrarci mentre all’orizzonte si fa sempre più vicino Hereditary, possiamo goderci comunque tre film più che decenti sull’apocalisse, che non passa mai di moda, soprattutto oggi, e viene declinata dai cineasti in svariate forme, più o meno personali, vecchie o nuove, cercando punti di vista inediti o almeno poco sfruttati, oppure adagiandosi sulle solite situazioni, ma tentando di tirarne fuori il meglio.
Dei tre film, nessuno è di provenienza statunitense e tutti, ognuno a suo modo, affrontano la fine del mondo da una prospettiva minimalista ed estremamente avara di informazioni.

Partiamo da quello, a mio parere, meno riuscito, l’australiano Cargo, diretto dal due di esordienti formato da Yolanda Ramke e Ben Howling e tratto da un loro corto omonimo del 2013. Il film, disponibile da qualche giorno su Netflix, è ambientato nell’outback, durante gli stadi avanzati (quasi terminali) di una pandemia che ha trasformato gran parte della popolazione in zombie. Una famigliola composta da padre (Martin Freeman), madre e figlioletta Rosie di circa un anno, è riuscita a sfuggire al contagio viaggiando su un barcone lungo un fiume. Quando la madre viene morsa mentre sta cercando di recuperare qualcosa di utile da un relitto, i tre se ne vanno alla ricerca di un ospedale, ma prima di raggiungerlo, lei muore, contagiando il marito, a cui restano solo 48 ore prime di trasformarsi in morto vivente. In quel lasso di tempo, dovrà trovare qualcuno a cui affidare Rosie.
Del terzetto di film di cui ci stiamo occupando, Cargo è di sicuro quello con l’idea di fondo più interessante: una corsa contro il tempo, nelle solite location australiane sconfinate e disabitate, in cui un padre deve mettere al sicuro la sua bambina prima di morire e diventare una minaccia. Purtroppo, i due registi hanno scelto un approccio molto emotivo alla vicenda; di solito non si tratterebbe di un difetto, anzi, solo che in questo caso, tutta l’urgenza della situazione, questo implacabile conto alla rovescia, passa in secondo piano in favore di un’impostazione melò che non è neanche resa al meglio delle sue possibilità. Cargo ha poco ritmo e, narrativamente, è anche piuttosto sfilacciato. Si salva perché, nonostante tutto, riesce a emozionare e, sul finale, spara tutte le sue cartucce, riducendo lo spettatore a un cartoccio singhiozzante.

Più tradizionale è il francese (ma girato in inglese e, in parte, a New York) Hostile, esordio di Mathieu Turi e con Xavier Gens alla produzione. Qui lo scenario apocalittico presentato è molto classico: paesaggi desertici, stazioni di servizio abbandonate, panorami aridi e bruciati dal sole. In queste terre desolate, troviamo una donna, Juliette (Brittany Ashworth), a bordo di un furgoncino corazzato a caccia di provviste. Il veicolo esce di strada e si capovolge; Juliette si rompe una gamba e rimane da sola, mentre cala la notte. E, con la notte, arrivano delle strane creature carnivore che prendono d’assedio il furgone.
Come vedete, non c’è molto di nuovo, in Hostile, ma non è affatto un problema, perché Turi è un piccolo mostro nel costruire la tensione, Brittany Ashworth è bravissima e la creatura è interpretata da Javier Botet, addirittura accreditato come terzo nome nei titoli di testa, cosa che fa sempre un gran piacere, le rare volte in cui accade per un attore come lui. Tutte le sequenze all’interno del veicolo, con Juliette che deve cavarsela da sola, ostacolata dal fatto di non poter muovere una gamba e con soltanto una pistola e munizioni limitate per difendersi, sono tanti piccoli saggi di cinema dell’incubo.
Peccato che siano intervallate da una serie di inutili flashback che ci raccontano il passato di Juliette con dialoghi e cadenza da soap opera.
Certo, nel finale tutto acquista un senso ben preciso e si capisce che i flashback non sono stati inseriti così, tanto per allungare il minutaggio, ma c’è stato un tentativo di rendere il tutto molto coerente. Il problema è che, per accettare la conclusione del film, dovrete far compiere alla vostra povera incredulità un triplo salto mortale con avvitamento, ma va bene lo stesso: ne vale comunque la pena e Hostile serve a scoprire un giovane talento dell’horror europeo, già al lavoro sul suo secondo film, Meader, che pare avere la storia adatta a farmi sbavare nell’attesa.

E arriviamo al film migliore dei tre, l’irlandese The Cured di David Freyne; anche questo è un esordio e anche questo è tratto da un corto, The First Wave, del 2014. Lo spunto non è tra i più originali, perché è in parte rubacchiato a quel capolavoro di In The Flesh (più ci ripenso, più mi convinco sia stata la serie più bella del mondo), con la differenza che qui non si tratta tecnicamente di cadaveri ambulanti a cui è stato soppresso l’istinto di mangiare carne umana, ma di infetti, quindi ancora vivi, curati e reinseriti (si fa per dire) in società.
Dopo che la diffusione di un virus ha trasformato una buona fetta della popolazione irlandese in bestie assetate di sangue, una dottoressa sviluppa una cura, efficace nel 75% dei casi; i soggetti tornano a essere delle persone normali e funzionali, ma ricordano ogni atrocità commessa sotto l’effetto della malattia e, come se non bastasse, i sopravvissuti non li accolgono proprio a braccia aperte ma, anzi, li vorrebbero messi in isolamento o addirittura morti. I “curati” costituiscono quindi una gruppo sociale oggetto delle peggiori discriminazioni e, nel frattempo, il governo ha deciso di liberarsi di quel 25% ritenuto incurabile, scatenando un mezzo putiferio.
Assistiamo alla vicenda attraverso lo sguardo di Senan (Sam Keeley), uno dei “curati”, e di sua cognata Abbie (Ellen Page), che lo accoglie in casa senza sapere che è stato proprio Senan a ucciderle il marito.
È molto interessante non solo la prospettiva adottata dal regista, quella di un’apocalisse a livello locale sul cui scoppio non ci viene fornito alcun dato, ma anche la natura politica del film, che però si mantiene sempre a un livello molto intimo, familiare, e si basa quasi interamente su conflitti e rapporti individuali, che però hanno conseguenze su tutto il tessuto sociale in cui queste persone si trovano a vivere.
The Cured si pone, come i migliori film politici sulla figura dello zombie (o, facendo questioni di lana caprina, infetto), parecchie domande sul nostro concetto di umanità, sulla tendenza insita in ogni gruppo a individuare un nemico, a identificarlo come non umano e quindi ad accettare che gli vengano sottratti anche i diritti che diamo per scontati. Una volta stabilito che una persona non è più tale, si può giustificare qualunque cosa; ed è proprio lo spostamento della cognizione di umano, sempre più ristretta e selettiva, il tema principale del film. Da vedere, con un bel pacco di fazzoletti a portata di mano, anche se In The Flesh era comunque meglio.

6 commenti

  1. Cargo e the cured mi interessano assai! Concordo con te: in the flesh è un capolavoro

    1. Capolavorissimo

  2. Alberto · · Rispondi

    Tu però non puoi buttare là parole come “più mi convinco sia stata la serie più bella del mondo” così a tradimento, adesso mi tocca vederla, meno male sono solo 9 puntate.

    1. Ahahaha 😀
      In realtà, la prima stagione, che è la migliore, è composta solo da tre episodi, quindi è davvero un attimo!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Così, a pelle, The Cured mi ha dato l’idea di essere un mix fra “In The Flesh” e “28 giorni dopo” compreso il sequel mentre Cargo sembra avere in sé, facendo le debite proporzioni, anche un pizzico di “Maggie” (con la prospettiva ribaltata e “velocizzata” nel tempo del padre al posto della figlia)… insomma, hanno i loro bei motivi d’interesse! Dovendo scegliere, penso che avranno la precedenza su “Hostile”…

  4. Dei 3 avevo preso solo “Cargo”, che però devo ancora vedere. Mi sapeva di già visto, però, infatti avevo visto il cortometraggio del 2013 da cui è tratto 🙂

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