Blood Road

 Regia – Nicholas Schrunk (2017)

Il 28 maggio riparto per uno dei miei viaggetti in bici e sto cercando di guardare cose che mi diano la giusta ispirazione. Uso il termine viaggetto non a caso, perché il mio tragittuncolo lungo la costa toscana è uno scherzo per bambini in confronto alla Blood Road che dà il titolo a questo documentario prodotto dalla Red Bull Media: la Blood Road sarebbe il Sentiero di Ho Chi Minh, ovvero circa 2000 km che attraversano tutto il Vietnam, parte della Cambogia e del Laos, fatti soprattutto di sterrati, montagne da scalare e vecchi crateri di bombe americane.
A percorrerla sono due cicliste, una statunitense e l’altra vietnamita, entrambe atlete popolarissime: Rebecca Rusch (Queen of Pain) è una specie di leggenda vivente della mountain bike, mentre Huyen Nguyen è una ciclista (ora allenatrice) che, in patria, ha sfracellato ogni possibile record. Insomma, si tratta di gente seria, non come la sottoscritta che fa le cose un po’ alla come capita.
Ma il viaggio intrapreso dalle due donne ha un significato più profondo rispetto all’impresa atletica in quanto tale e ciò rende il documentario qualcosa di emotivamente molto, molto forte.

Tutto comincia nel marzo del 1972, il 9 marzo, per la precisione: il pilota Steven Rusch si schianta da qualche parte proprio lungo il Sentiero di Ho Chi Minh e il suo cadavere non viene mai trovato. L’uomo è dato per disperso e le sue due figlie, Rebecca di tre anni (che non ha mai conosciuto Steven) e Sharon, poco più grande di lei, vengono cresciute dalla madre Judy, senza sapere cosa sia esattamente successo al padre.
Circa trent’anni dopo, dei contadini del Laos trovano dei resti umani: sono quelli di Steve. Alla fine, c’è un corpo da seppellire (o ciò che ne rimane) e, soprattutto, c’è un luogo da visitare. E Rebecca decide di andarci in bicicletta, scegliendo come compagna in questa avventura, una ciclista locale, il cui padre aveva a sua volta combattuto nella guerra del Vietnam, nello schieramento opposto a quello di Steve.
Blood Road quindi, oltre a essere la dimostrazione pratica che con una bici sotto al culo puoi fare qualunque cosa, è anche un racconto sulle cicatrici, fisiche e psicologiche, lasciate dalla guerra su un paese e sugli individui che ne sono stati vittime.  Un film che parla di riconciliazione attraverso il condividere esperienze comuni a ogni essere umano: la perdita di chi amiamo, la sofferenza, il lutto e, in questo caso particolare, la fatica di un viaggio sfiancate ma meraviglioso.

Una delle cose migliori di Blood Road, che può interessare anche chi non è un maniaco della bici, è il rapporto che si sviluppa tra le due atlete durante il tragitto, durato poco più di un mese. Se all’inizio ci sono un po’ di diffidenza (le due non si erano mai viste prima della partenza), qualche incomprensione di natura linguistica, e il fardello di una guerra i cui strascichi segnano ancora il territorio che si andrà a percorrere, mentre il viaggio prosegue, si crea un legame simile a quello tra due sorelle, che supera qualsiasi differenza culturale e procede oltre i fantasmi del conflitto.
Bisogna tenere presente che il Sentiero di Ho Chi Minh è ancora sfregiato da innumerevoli crateri di bombe e disseminato di ordigni inesplosi, per liberarsi dei quali ci vorrà almeno un secolo e che continuano a mietere vittime; gli abitanti di villaggi lungo il sentiero usano il metallo degli aerei caduti e dei frammenti di bombe per costruire imbarcazioni e suppellettili varie (tra cui le posate e i piatti per mangiare). Insomma, ogni istante del viaggio è connotato da ciò che resta della guerra. E Rebecca ne è sempre più consapevole a ogni chilometro percorso.

Accompagnata dal ricordo di un uomo mai conosciuto e che vive solo nelle testimonianze altrui, nelle lettere spedite dal fronte, nella registrazione di una canzone da lui cantata quando era molto giovane, il viaggio di Rebecca non è più soltanto alla ricerca della figura paterna che le è sempre mancata, ma alla scoperta della terra “responsabile” di avergliela portata via, con Huyen che le fa quasi da angelo custode. E forse, il risultato più importante di questo viaggio è proprio l’amore che Rebecca arriverà a provare per il Vietnam e i suoi abitanti, amore ricambiato.
Una volta, parlando con un amico ciclista, dicevamo che non esiste mezzo migliore per girare il mondo, perché in sella a una bici sei nudo, non hai protezioni o difese, non rovini o modifichi l’ambiente che attraversi, sei solo tu e la tua bicicletta, scivoli in silenzio tra persone e cose e tutto quello che puoi fare è assorbire ed essere assorbito.
Ora, io non sono al livello di Rebecca e di Huyen, non lo sarò mai e va bene così, ma nel mio piccolo è una cosa che ho sperimentato quando ho viaggiato da sola: la bici non tira fuori solo il meglio da te, ma anche dalle altre persone.

Il padre di Rebecca, quando scriveva a casa dal Vietnam, concludeva tutte le sue lettere con “Be good”. Nella sua semplicità, io trovo sia una lezione straordinaria, assimilata da Rebecca e portata con lei in sella sulla bici. Lei è partita per curarsi da alcune ferite e ha attraversato un territorio profondamente ferito dai suoi concittadini, trovando soltanto rispetto, fiducia, assistenza da parte della popolazione locale e, quando si stava avvicinando alla sua meta, il luogo dello schianto dell’aereo del padre, una sorpresa straordinaria che non vi voglio rivelare, ma che è veramente un colpo al cuore.

Chi invece, come me, ama la bicicletta e desidera usarla per viaggiare (che siano lunghi o brevi viaggi non conta) ci troverà tutto ciò che ha sperimentato in sella: la fatica, la soddisfazione, i momenti di sconforto, quando le gambe non reggono più e non ti senti in grado di percorrere il metro successivo, la pioggia, le salite impossibili, il caldo sfiancante, il buio che ti arriva addosso sempre troppo presto, la gioia sfrenata di una discesa.
Insomma, cercavo ispirazione e l’ho trovata e ora ho più voglia di partire che mai: Rocinante (ho chiamato la bici così) e io, da sole, lungo la strada e, anche se sono consapevole che la mia non potrà essere un’avventura lontanamente paragonabile a quella di Rebecca, sarà pur sempre la mia avventura e non vedo l’ora di viverla.

3 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Il donchisciottesco Rocinante? C’entra qualcosa con John Steinbeck e il suo “Viaggio con Charley”, per caso? Nello specifico le ruote erano più di due, certo, ma è il viaggio quello che conta… 😉

    1. Assolutamente. E c’entra anche qualcosa con The Expanse 🙂

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Vero! 🙂

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