Speciale Samuel Fuller: Mano Pericolosa

 Regia – Samuel Fuller (1953)

Pickup on South Street è un film importantissimo, non solo per la carriera di Fuller, ma anche per il cinema in generale. Dopo sei articoli, ormai dovreste aver una chiara idea dell’influenza avuta da questo regista, sempre troppo poco celebrato, sui suoi colleghi più giovani e che poi sarebbero diventati più famosi di lui (uno a caso, Scorsese), ma l’ombra di Fuller non si estende solo sul cinema americano: non è un caso se in Europa, in Francia soprattutto, aveva un seguito maggiore rispetto al suo stesso paese, dove non lo hanno mai amato più di tanto.
I registi della nouvelle vague, al contrario, avevano tutti una gran stima di Fuller. Sappiamo già di Godard e di Pierrot le Fou, però, se ci fate caso, il celeberrimo Pickpocket di Bresson deve parecchie cose a questo noir mascherato da spy-story, anche se in Francia il film uscì con un doppiaggio che rimuoveva ogni riferimento ai comunisti, tramutati in spacciatori di droga per non dar fastidio al Partito Comunista Francese.

Non era facile lavorare con Fuller e non lo fu neanche per Zanuck, con cui il regista era sotto contratto. Dopo aver mandato al diavolo il suo produttore e aver fatto di testa sua per Park Row, Fuller non si smentisce neanche in questa circostanza e rifiuta, scontrandosi in maniera anche molto dura con la Fox, di scritturare per la protagonista femminile del suo film, nell’ordine: Marilyn Monroe, Ava Gardner e Betty Grable, perché le considerava troppo dive per il ruolo. E perché Betty Grable era disposta ad accettare solo se fosse stato inserito apposta per lei in sceneggiatura un numero di danza. Al posto loro, impose un’attrice meno abituata a risplendere sotto i riflettori, Jean Peters, che si rivelò poi essere una scelta di casting perfetta.
Fuller si scontrò anche con J. Edgar Hoover in persona, ma per fortuna all’epoca esistevano produttori con gli attributi e Zanuck lo difese pubblicamente, dicendo al direttore dell’FBI che di cinema non capiva proprio niente. Tuttavia, venne eliminato dal film qualunque riferimento all’agenzia, giusto per stare tranquilli.

In teoria, Mano Pericolosa fa parte di una serie di film prodotti dalla Fox in pieno maccartismo basati su eroi anticomunisti e patriottici. La storia è quella del borseggiatore Skip (Richard Widmark, in tutta la sua arrogante figaggine) che ruba il portafogli a una donna in metro. Peccato che lei sia un corriere e stia trasportando, per conto del suo ex, e senza sapere di cosa si tratti davvero, un microfilm contenente dei segreti di stato americani da consegnare a delle spie comuniste. Skip si ritrova così ricercato dalla polizia (e dall’FBI, anche se non viene mai nominato) e dai comunisti allo stesso tempo. E lui che fa? Se ne frega altamente del segreto di stato, del patriottismo, del pericolo rosso. Risponde a chi cerca di far leva sui suoi doveri di cittadino con la gradiosa linea di dialogo: “Are you waving the flag at me?” e il suo piano è vendere ai comunisti il microfilm per 25.000 dollari. Non proprio l’eroe anticomunista di cui l’America aveva bisogno.

Ma, si sa, quando parliamo di Fuller, parliamo soprattutto di antieroi e Skip non fa eccezione; le caratteristiche del tipico personaggio alla Fuller ci sono tutte: individualismo esasperato, scarsa fiducia, quando non disprezzo, ne confronti dell’autorità, abitudine ad agire al di fuori della legge e in base a un codice morale molto personale. È persino difficile provare simpatia per uno come Skip, perché qualunque minaccia o lusinga a lui rivolta sembra rimbalzare contro un muro di gomma fatto di strafottenza e disinteresse per qualunque cosa non sia il proprio guadagno. Ma, ci accorgeremo andando avanti nel film, le cose non sono poi così semplici, e Skip ha più di un punto debole.
È comunque evidente che un personaggio così, dalla profonda ambiguità morale e con le stimmate del reietto sociale, non può essere il protagonista di un film di propaganda. E infatti, per quanto i comunisti ci facciano una pessima figura, Pickup on South Street è tutto tranne che un film che sfrutta l’ondata di furore anticomunista dei primi anni ’50. Non è, per fare un esempio a caso, Il Sipario di Ferro, per restare in ambito Fox, ma un’opera molto più complessa e viscerale, dove i comunisti fanno appena da contorno e il microfilm che scatena il tutto, appena da pretesto.

Prima di tutto, si tratta di un film violentissimo, il più violento girato da Fuller fino a questo momento. Un paio di versioni della sceneggiatura vennero rifiutate dal famigerato Codice e Fuller dovette edulcorare parecchio il copione prima che fosse autorizzato a girare. Ma questo non modifica di molto l’impatto del film: in una sequenza in particolare, la povera Jean Peters viene presa a calci e pugni con un brutalità che è, anche oggi, quasi insostenibile e la resa dei conti tra Skip e l’agente comunista è una scazzottata di diversi minuti e molto realistica ambientata in una stazione della metropolitana. C’è una vena di sadismo che attraversa tutto il film e che credo sarebbe problematica nell’anno del Signore 2018, anche più che negli anni ’50.
Se poi alla violenza messa in campo con un’audacia impensabile ci aggiungete anche una certa dose di erotismo, che passa come una scarica elettrica tra i due protagonisti, sin dalla prima scena del film, quella del borseggio, avrete per le mani una miscela letale.

Quando si tratta di giocare con il genere, di prendere una tipologia di film molto codificata e di maniera, in questo caso la storia di un criminale che si redime per la patria, e di farne un qualcosa di mai visto prima, Fuller è un maestro.
Lo aveva già fatto, in parte, con Corea in Fiamme, trasformando la vicenda dell’eroico manipolo di soldati assediati dal nemico in un apologo sulle divisioni razziali degli Stati Uniti, ma qui il suo stile si è affinato e riesce a far passare un contenuto destabilizzante e in netto contrasto con la formula a cui si dovrebbe attenere, solo tramite le immagini, senza rischi di didascalismi vari.
Fuller, all’epoca, era abbastanza incuriosito dal neo-realismo e ha cercato di dare al suo film un look molto simile alle pellicole che provenivano dall’Italia, dipingendo un sottobosco criminale di reietti in una grande città (New York), abituati a vivere in totale abbandono. Ma, come si usava a Hollywood negli anni ’50, c’è ben poco di neo-realista in Pickup in South Street: gran parte del film è infatti girato in studio, con set ricostruiti. Questo rende l’estetica del film doppiamente interessante e magnifica, perché possiede da un lato la crudezza di un’opera realista (le scene nell’appartamento dell’informatrice di polizia interpretata da Thelma Ritter), con i tratti tipici del noir americano.
E poi c’è la solita aggressività della messa in scena di Fuller, quella che spesso viene scambiata per rozzezza, ma che è in realtà un approccio emotivo di vicinanza estrema sia ai fatti narrati che ai personaggi, una vera e propria immersione nel film, sia del regista che dello spettatore.
Nella scena di Pierrot le Fou in cui compare Fuller, c’è Jean-Paul Belmondo che gli dice: “Ho sempre voluto sapere cos’è veramente il cinema“.
La risposta di Fuller è perfetta per spiegare non solo questo film, ma la sua intera carriera: “Un film è come un campo di battaglia: è amore, odio, azione, violenza, morte. In una parola: azione

 

7 commenti

  1. Che bello!
    Pickup in South Street è un noir – per quanto “Fulleriano” – e un noir vero, non un poliziesco a cui abbiamo cambiato l’etichetta per sentirci fighi.
    E anche se da fan di Ava Gardner nonposso che rimpiangere il fatto di non vederla faccia a faccia con Richard Wirdmark, la scelta della protagonista è perfetta. Richard Widmark da parte sua è colossale, per cui mi viene quasi voglia di definirlo l’attore noir per eccellenza (ripenso a quell’altro film colossale, Night and the City).
    Così come mi viene voglia di riguardarmi il film.

    1. Oh, che gioia! Un commento su un post a proposito di un film di Fuller! Di solito non se li caga nessuno. Sarà forse perché sono in bianco e nero e non ci sono “gli esplosioni”?

      1. Probabilmente nessuno li ha visti – non credo che la TV li ripassi di frequente, di questi tempi. Il che è doppiamente criminale.
        Io di ‘sta cosa che i film in bianco e nero non “coinvolgono” gli spettatori non riesco a capacitarmi.

      2. Giuseppe · · Rispondi

        Beh, diciamo che non attirano una grandissima folla, questo no, ma qualcuno che li caga e che AMA assai il bianco e nero c’è sempre 😉 Certo, a volte ho anch’io la sconfortante impressione che di Fuller oggi se ne ricordino in pochi e, purtroppo, temo che nemmeno un caposaldo come Pickup on South Street faccia eccezione (e questo nonostante la presenza di una magnifica Jean Peters e di un “reietto” di classe come Richard Widmark)…

        1. Il problema è che qui in Italia i suoi film sono molto difficili da reperire, se non per vie traverse e sempre in lingua originale. Anche volendo comprare dei dvd, se non si mastica l’inglese è davvero complicato, Pare sia stato cancellato dalla memoria.

  2. Alberto · · Rispondi

    Sono cresciuto a pane e bianco e nero, e “gli esplosioni” mi piacciono a piccole dosi, ma per intervenire aspetto il post sull’immortale Corridoio della paura. Firmato Coda di paglia 🙂

    1. Ma figurati! Io so perfettamente che tu non sei tra quelli che cercano a tutti i costi solo i film usciti l’altroieri 🙂

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