1988 (seconda parte): Brain Damage

 Regia – Frank Henenlotter

This is the start of your new life Brian, a life full of colors, music, light and euphoria. A life without pain, or hurt or suffering.”

C’è una sequenza, in Brain Damage, che ha portato metà della troupe ad abbandonare il set disgustata da tanta oscenità. Non era la prima volta che succedeva, sul set di un film di Henenlotter. Era già accaduto, infatti, sei anni prima, con il film d’esordio del regista newyorkese: Basket Case (presente nella prima stagione di questa stessa rubrica, quando eravamo tutti più giovani). Cose all’ordine del giorno, quando sei un autore selvaggio come Henenlotter. Il minimo è che non ti capiscano, che ti prendano per un pervertito, soprattutto se la sequenza in questione implica un rapporto orale che si conclude con il cervello della vittima succhiato via dalla bocca. Roba abbastanza forte, persino per gli anni ’80. Ma non per il nostro eroe Henenlotter, spudorato e senza alcun freno inibitorio, un vero reietto anche dello stesso cinema dell’orrore, che è il genere reietto di per sé.
Non che a lui sia mai interessato granché: ha diretto pochi film, con budget spesso ridicoli e con parecchi anni di distanza gli uni dagli altri (tra Basket Case 3 e Bad Biology passano quasi 17 anni), facendo sempre di testa sua, com’è giusto che sia quando sei un guerrigliero del cinema di serie B e la cosa più gentile che un critico possa dire di te è che i tuoi film sono “stravaganti”.

E in effetti, le premesse di Brain Damage sono abbastanza stravaganti: un ragazzo, Brian, si sveglia una mattina con un parassita dalla forma fallica dentro casa (nome “scientifico” Aylmer, per gli amici, Elmer), che gli promette una vita nuova, priva di dolore e preoccupazioni. Per cominciare questa nuova vita, Brian deve solo piazzare Elmer sulla parte posteriore del suo collo e lasciare il lumacone gli inietti qualcosa dentro.
All’inizio è tutto una meraviglia e Brian se ne va strafatto in giro per le strade sudicie di New York, felice come un bambino. Durante una di queste scorribande, Elmer uccide il guardiano di una discarica, ma Brian non ricorda nulla ed è troppo sotto botta per rendersi conto delle implicazioni del rapporto simbiotico stabilito con Elmer.
Nel frattempo, suo fratello e la sua fidanzata si accorgono che Brian si sta comportando in maniera strana: è sempre più isolato, a smesso di andare a lavorare, sta tutto il giorno chiuso in camera o dentro la vasca da bagno, è assente, taciturno, non permette a nessuno di avvicinarsi a lui.
È quando Elmer uccide una donna in un vicolo che Brian capisce in che enorme guaio si è cacciato. E, come spesso accade, sia negli horror che nella vita reale, lo capisce quando ormai è troppo tardi.

La metafora dietro Brain Damage è chiarissima e sbattuta in faccia allo spettatore senza alcuna sottigliezza: Elmer è la tossicodipendenza; non serve girarci troppo intorno: il povero Brian si trova ad aver a che fare col mostriciattolo parassitario per caso, sperimenta una volta i poteri di Elmer e poi non ne può più fare a meno; ci prova, a resistere, e passa attraverso una delle crisi di astinenza più atroci mai rappresentate sullo schermo, con Elmer che lo prende in giro per ore e, addirittura, gli canta una canzoncina, mentre il ragazzo ha delle allucinazioni che vedono il cervello schizzargli fuori dalle orecchie (non in senso figurato); nell’ultima parte del film, Brian si rassegna all’inevitabile, tanto fino a quando si trova sotto l’effetto di qualunque sia la sostanza che gli inietta Elmer nel collo, non si rende conto di ciò che gli accade intorno, neanche dei morti che si lascia alle spalle, e va bene così, non ha più alcuna importanza.
Ma quello che potrebbe sembrare una specie di spottone antidroga degli anni ’80, in mano a un matto come Henenlotter assume tutta un’altra prospettiva.

Perché Henenlotter sta sempre vicino ai suoi personaggi senza giudicarli, qualunque cosa facciano. Certo, non si può dire che Brian sia il massimo della furbizia, ma è proprio questo che fa di lui il protagonista ideale di questa storia, il suo essere un ragazzotto normalissimo come ce ne sono tanti, privo di caratteristiche che lo facciano spiccare rispetto agli altri, un contenitore vuoto che ognuno di noi può riempire con se stesso, tanto è privo di un’identità vera e propria. E non che Henenlotter perda tempo a darci informazioni su di lui; sappiamo che vive con il fratello e ha una fidanzata e basta. Come in Basket Case tutto si focalizzava sul rapporto con Belial, qui tutto il racconto è risolto nel rapporto con Elmer, e deve essere sufficiente.
In una scena, quella in metropolitana, Henenlotter ci fa anche capire che i due film da lui diretti fino a quel momento si svolgono nello stesso universo, facendo salire nella carrozza occupata da Brian uno strano figuro con in braccio una cesta di vimini; ed è qui che si capisce quanto le opere di Henenlotter siano in realtà varie ramificazioni di un’unica storia, quella di una New York fantastica dominata dai mostri, un posto squallido e tetro, sporco, dove si muore da soli senza che nessuno si accorga di noi, dove le persone più comuni vivono incubi allucinanti in vicoletti lerci, un luogo immerso nel marciume e nell’oscurità, una specie di metropoli alternativa di cui si riesce a sentire il fetore attraverso lo schermo.

Questo è in parte dovuto ai budget ridottissimi con cui Henenlotter ha sempre lavorato, anche se per Brain Damage almeno aveva a disposizione una produzione, ma è il classico caso di saper utilizzare i limiti imposti dalla mancanza di mezzi a proprio favore, per costruire una vera e propria poetica d’autore: pensate al suo film successivo, Frankenhooker, o anche al bellissimo e quasi dimenticato Bad Biology, e ditemi se non sono tutte storie ambientate in un unico universo narrativo, l’Henenlotterverse.
E, se il mondo in cui vivono i protagonisti del cinema di Henenlotter è così tetro, allora per evaderne ogni scusa è buona e il minimo che può capitare è cedere alle lusinghe di una lumaca parassita per poter avere almeno il privilegio di vedere qualche colore.
Infatti, dopo la prima dose, Brian chiede a Elmer di ripetere subito l’esperienza, perché “The colors are starting to fade“; ricordiamo che il posto dove Brian va è uno sfasciacarrozze di merda, come se non si potesse proprio aspirare ad altro nella vita, come se girare strafatto tra i rottami ad ammirare l’universo in un lunotto posteriore sfondato sia il massimo consentito a un abitante del favoloso mondo di Henenlotter.
Per questo Brain Damage, oltre che una semplice e lineare metafora della tossicodipendenza, è un film che parla non del desiderio di evadere, ma della necessità di evadere, a qualunque prezzo, e come tutta la filmografia di Henenlotter, al di là delle risate che può suscitare Elmer, della recitazione dilettantesca, degli effetti speciali poveri (anche se Elmer è stupendo e chi dice il contrario non ha un’anima), del gore dispensato generosamente e oscenamente, è un film dalla tristezza sconfinata.

Se per il 1988 abbiamo avuto problemi di abbondanza, per il 1998 siamo all’opposto, un po’ perché è stata una pessima annata, un po’ perché dei film buoni ne ho già parlato, un po’ perché vi siete giocati Carpenter per il 2001 e quindi sono impossibilitata a cavarmela con Vampires, un po’ perché all’idea di scrivere un articolo su Ringu o sul J-Horror mi cadono le braccia.
Ma io tendo spesso a barare e quindi mi rifugio in territori contigui e quindi vi offro un Pi Greco del buon Aronofsky, che in questo modo esordì 20 anni fa, un Brian Singer d’annata che adatta per lo Schermo King con L’Allievo e, per concludere, un completo outsider che all’apparenza con l’horror non c’entra niente, ma secondo me è sempre appartenuto al genere, ovvero A Simple Plan, dalla sottoscritta ritenuto il vero capolavoro di Raimi.
Buon divertimento.

9 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Altro film visto al glorioso Mystfest e che di cui purtroppo ho un ricordo tra il disgusto e lo sghignazzo. Meglio sarebbe stato se ne avessi colto la tristezza. Il tuo pezzo mi farebbe quasi venire voglia di dargli una seconda possibilità, ma ci devo pensare. Su A simple plan sono super d’accordo, ma dato che non l’ho mai visto voto Pi Greco.

    1. Io a Henenlotter darei sempre una seconda possibilità, perché i suoi film sono strambi e poverissimi, ma sono frutto di una visione d’autore. Poi magari lo trovi comunque una stronzata anche a una seconda visione, ma considera che dura meno di un’ora e mezza, quindi passa via indolore 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Io in questo caso gli darò una prima possibilità dato che, rimanda oggi rimanda domani, alla fine Brain Damage non sono ancora riuscito a vederlo…
        Riguardo al voto, dato che pure questa volta mi è negato il piacere di vederti scrivere di J-Horror (continuo ad adorare Ringu, ovviamente) 😉 vorrà dire che dovrò puntare tutto anch’io sull’ottimo Raimi.

        1. Ma io non ho nulla contro Ringu e il J-Horror, per carità, solo che se ne è già parlato tanto e io non saprei cosa aggiungere.
          E Raimi è un’ottima scelta 🙂

      2. Alberto · · Rispondi

        È passato, ma un po’ di male l’ho sentito 🙂

  2. Devo assolutamente recuperare i film di Henenlotter.
    Però, oddio, cos’hai tirato in ballo nel sondaggio! A Simple Plan di Raimi l’ho adorato! 😍😍

    1. Miglior film di Sam Raimi, senza rivali. Non è un horror, ma figuriamoci se perdo l’occasione di farci un post 😀

  3. Ottima recensione come sempre.
    Nessun dubbio, scelgo Raimi a mani basse

  4. A Simple Plan tutta la vita.
    Brain Damage l’ho trovato talmente scioccante (per quanto lo ricordi ancora come uno dei film più trash visti in vita mia, con quella Tenia dagli occhi blu e la vocina suadente) che a vedere le immagini del tuo post mi è venuta la pelle d’oca. mi sa che di riguardarlo non se ne parla…

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