1988 (parte prima): Pumpkinhead

 Regia – Stan Winston

“God damn you! God damn you!
He already has, son. He already has.”

Per la prima volta nella storia della rubrica, abbiamo un ex aequo. Hanno preso lo stesso numero di voti Brain Damage e Pumpkinhead e chi sono io per oppormi alla volontà del popolo? Per cui doppio post, il primo oggi, dedicato all’esordio alla regia del compianto mago degli effetti speciali Stan Winston, e il secondo la prossima settimana, in cui ci occuperemo del mostriciattolo creato da quel simpatico cialtrone di Henenlotter.
Non tutti sanno che Pumpkinhead è ispirato a una poesia di Ed Justin (chi vuole, può leggerla qui) e non a qualche leggenda preesistente. Si tratta di sicuro di un’icona minore all’interno del nugolo di mostri ed esseri demoniaci vari che popola il paesaggio del cinema horror, ma è un’invenzione originale, sia come aspetto che come mitologia.
La sceneggiatura del film venne recapitata allo Stan Winston Studio dalla DEG di De Laurentiis che, ricordiamolo di sfuggita, all’epoca produceva horror a basso budget a nastro.
L’idea era quella di accaparrarsi il lavoro di Winston per realizzare la creatura che dà il titolo al film, ma quando Winston lesse la sceneggiatura disse ai produttori che sì, agli effetti speciali ci avrebbe pensato il suo gruppo, ma il film lo avrebbe diretto lui.
Il budget era di 3 milioni di dollari, che per un film di mostri non sono affatto tanti. Ma fu proprio l’esperienza maturata da Winston nel campo dell’animatronica e degli effetti speciali a permettere che, nonostante tutto, Pumpkinhead non diventasse un esempio di miserabile pezzenteria, ma anzi, un piccolo cult capace di generare anche parecchi seguiti, tutti DTV, ovviamente.

Che poi, Winston ci vedeva lungo anche in fatto di narrazione, perché la storia di Pumpkinhead non è per niente banale o scontata; la si potrebbe scambiare per la solita solfa del gruppo di giovinastri perseguitati dal solito demone, ma è in realtà una vicenda molto sofferta di vendetta, lutto e senso di giustizia, dove i veri protagonisti non sono i ragazzotti, ma un padre (Lance Henriksen) che cede alla rabbia e alla disperazione per la morte del figlio e ne paga le conseguenze nel modo peggiore possibile.
Ed Harley è un contadino vedovo che vive in una qualche zona sperduta dell’America rurale con il figlio. Possiede l’unico negozio nel raggio di chilometri e chilometri e la sfortuna vuole che degli adolescenti in vacanza decidano di fare sosta da lui prima di dirigersi al cottage dove passeranno il fine settimana. I suddetti adolescenti sono degli imbecilli di prima categoria e si mettono a cazzeggiare con le loro motociclette, finendo per investire il bambino.

C’è una cosa che ho imparato in anni e anni di visioni di film horror: non fate incazzare Lance Henriksen perché ve ne pentirete immediatamente. E infatti, il poveruomo si rivolge alla strega del posto per evocare lo spirito vendicativo del Pumpkinhead e spedirlo a far fuori non solo il diretto responsabile della morte del figlio, ma anche tutti i suoi amici e chiunque si metta in mezzo. Già, perché, una volta scatenata la furia del Pumpkinhead, niente e nessuno potrà fermarlo, fino a quando la vendetta non sarà compiuta.
Il Pumpkinhead non si pone il problema di chi guidasse la moto, di chi sia scappato subito dopo il fattaccio o di chi sia rimasto lì, accanto al piccolo, sperando nell’arrivo dei soccorsi; non fa distinzioni tra chi cerca di convincere il vero colpevole a costituirsi e chi invece lo spalleggia. Per lui sono tutti ugualmente colpevoli e tutti meritano di morire.
Per questo, se una persona inseguita dal Pumpkinhead ti chiede aiuto, tu devi voltarle le spalle e ignorarla: l’unico risultato che otterresti sarebbe quello di trovarti con il mostro alle calcagna.

Va ammesso che il film, Henriksen e la strega Florence Schauffer esclusi, è popolato da attori così incapaci da strappare più di una risata quando devono fingersi terrorizzati davanti al mostro o bisticciare tra loro subito dopo l’incidente che dà il via alla vicenda. Anche la regia di Winston, nelle scene di raccordo, è abbastanza povera e il ritmo del film claudicante. Insomma, per molti versi, Pumpkinhead è un prodotto low budget di fine anni ’80, con tutti i difetti del caso.
Ha però dalla sua due elementi che lo differenziano da altri horror di serie B: il primo è già stato menzionato ed è una sceneggiatura più raffinata del normale, giocata su rimorso, sensi di colpa e sacrificio e intelligentemente sbilanciata a favore del personaggio di Henriksen, che si trova di fronte a un bel dilemma morale; il secondo è la creatura stessa, Pumpkinhead, in realtà uno stunt incollato (nel senso letterale del termine) a un costume e messo sui trampoli per otto o nove ore al giorno.
Tom Woodruff Jr. era stato già il Gillman di Monster Squad  (nonché uno degli xenomorfi in Aliens) e avrebbe prestato il suo corpo per un considerevole bestiario negli anni a venire. Ma è anche un tecnico degli effetti speciali di alto livello (sue le creature di Tremors e Jumanji, suo il make-up dell’IT di Muschietti).

È importante sottolineare il lavoro dietro la realizzazione di Pumpkinhead perché la peculiarità principale che contraddistingue il film e lo ha fatto diventare un oggetto di culto tra gli appassionati è che Winston non si limita a far intravedere la creatura o a centellinarne le apparizioni: dal momento in cui viene evocato dalla strega, il Pumpkinhead è sempre in campo, in tutto il suo mostruoso splendore. Si vede tanto, si vede a figura intera, lo si vede muoversi, ringhiare, ammazzare gente. È, per farla breve, il protagonista assoluto dello spettacolo, anche più di Henriksen stesso.
Ed è un lavoro coi fiocchi, tutto artigianale, frutto della coordinazione tra stunt, costumi, pupazzoni e animatroni vari, un vero cimelio del modo di fare cinema fantastico negli anni ’80, in un’era precedente la CGI e quando ogni elemento di scena doveva essere fisicamente presente sul set.

Pur essendo lontana da tentazioni nostalgiche, non posso non essere ammirata di fronte a tanta perizia tecnica: il Pumpkinhead non sembra mai posticcio, fa paura, è concepito per essere sinistro e minaccioso e possiede un’espressività molto complessa. La sequenza in cui aggredisce il ragazzo nascosto nel ripostiglio è, credo, tra le più efficaci e spaventose della storia dell’horror anni ’80.
E quando ci fermiamo a pensare che si trattava solo di un tizio dentro a un costume o di arti meccanici (le braccia lunghissime del mostro) azionate a distanza, ecco, è lì che tutta la famosa magia del cinema acquista un senso ben preciso, e si capisce come mai, nonostante i progressi ai limiti del prodigioso compiuti dall’effettistica digitale in post-produzione, una parziale componente di effetti pratici e concreti, continua a resistere ancora oggi e resisterà ancora a lungo.
La CGI è magnifica per creare mondi o per riprodurre l’irriproducibile, ma per i mostri che si aggirano nel buio, un tizio in costume o un pupazzone gommoso rimangono insostituibili.

5 commenti

  1. Chayton · · Rispondi

    Evviva! Finalmente è resa giustizia a Pumpkinhead. E a quel mostro (sacro) di Lance Henriksen, che in “Forza d’urto” pronunciò la storica frase: “In momenti come questi ripenso al mio vecchio padre, le cui ultime parole furono: non farlo, figliolo. Quel fucile è carico!”

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Esattamente: non è nostalgia, è semplicemente constatare un dato di fatto. Il Pumpkinhead funziona alla grande proprio perché -tanto per i protagonisti quanto per gli spettatori- è lì, fisicamente presente, di una fisicità capace di farci percepire tutto il peso, la ferocia e la forza del suo essere un soprannaturale mostruoso vendicatore, rendendoci ancora più partecipi del tormento di Ed Harley/Henriksen… non che da Stan Winston ci si potesse aspettare qualcosa di meno, beninteso. Alla fine, pur con i difetti da te riportati, credo che il suo Pumpkinhead rimane un buon horror di serie B più che degno di essere ricordato 😉

    1. Sì sì, è un film di cui si parla poco, ma che merita davvero di avere degli estimatori. Purtroppo qui da noi è ancora inedito, non è mai arrivato in Italia se non per vie traverse.

  3. “La CGI è magnifica per creare mondi o per riprodurre l’irriproducibile, ma per i mostri che si aggirano nel buio, un tizio in costume o un pupazzone gommoso rimangono insostituibili.”

    ❤ ❤ ❤

  4. L’ho visto di recente. A me è piaciuto moltissimo, pur con tutti i difetti che riporti nella rece. Ah, la scena in cui mostro e uomo si guardano in faccia per la prima volta… mi ha messo i brividi di piacere, per quanto ben diretta e orchestrata, pur nel suo piccolo, e per la rivelazione mesa a nudo.

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