You Were Never Really Here

 Regia – Lynne Ramsay (2017)

Parlando di coltellate al cuore, allo stomaco e in svariati organi di vitale importanza, era qualche anno che mi chiedevo dove fosse finita Lynne Ramsay, sparita dalla circolazione dal 2011, anno di We Need to Talk About Kevin, che in quanto a coltellate non era secondo a nessuno. Ora torna finalmente a scrivere e dirigere un film, anche questo tratto da un romanzo (l’autore è Jonathan Ames).
You Were Never Really Here racconta di ex militare, Joe (Joaquin Phoenix) che di mestiere recupera giovani donne finite in brutti giri e, nel farlo, si lascia dietro una discreta scia di cadaveri. Un giorno, viene assoldato da un senatore la cui figlia appena adolescente è caduta in una rete di prostituzione minorile; Joe riesce a trovare la ragazzina, Nina, e a soccorrerla (sempre con la consueta serie di ammazzamenti a martellate che ciò comporta), ma le cose non sono così semplici: il padre di Nina si suicida e due tizi armati la rapiscono dopo aver sparato in faccia a Joe che, ovviamente, sopravvive e si mette alla ricerca della ragazza.

A leggere solo la trama del film, senza conoscere Ramsay e il suo modo di fare cinema, parrebbe di trovarsi di fronte a un classico film di vendetta e pistolettate, una cosa alla Man on Fire (sempre sia lodato), con sequenze d’azione a rotta di collo, gran spargimento di sangue e conclusione catartica.
E invece, Ramsay prende questo canovaccio molto tipico con metodo e ne fa una sorta di neo-noir esistenziale dai toni sommessi che alterna scoppi di brutalità estrema a sprazzi di lirismo, con altrettanti cambi di registro e ritmo.
Sarebbe interessante fare l’esperimento di dare a quattro o cinque registi molto diversi tra loro lo scheletro della stessa trama e vedere poi risultati diametralmente opposti, perché nel cinema è, il più delle volte, molto più importante il come rispetto al cosa e, nel caso di una regista come Ramsay, sta diventando un vizio acchiappare un best seller a caso e farne un po’ quello che cazzo le pare, lasciando immutata la struttura di base, ma modificandola in modo radicale a suo uso e consumo.

Volendo ragionare con degli schematismi molto netti e senza alcun tipo di sfumatura, potremmo dividere i registi in due macro-categorie: quelli interessati alla narrazione in primis (uno Spielberg o un Fincher) e quelli che preferiscono vedere il cinema innanzitutto come un’esperienza sensoriale (un nome per tutti: Lynch). So di non star andando per il sottile, ma mi servono degli esempi chiari e chiedo scusa se semplifico troppo. Ramsay appartiene di certo alla seconda categoria. I suoi film (escluso forse proprio We Need to Talk About Kevin, ma non del tutto, e solo perché è un film basato su un romanzo con uno svolgimento estremamente definito) non hanno mai un vero e proprio inizio o una vera e propria fine, non mettono in scena neanche personaggi così ben delineati, con un arco narrativo preciso.
Ecco, Joe, il protagonista di You Were Never Really Here è così: di lui non sappiamo assolutamente nulla, in parte perché Ramsay riduce i flashback sul suo passato a brevissimi inserti onirici, di cui sta a noi ricostruire il senso, un po’ perché pronuncerà tre o quattro battute in tutti i 90 minuti del film.

Sappiamo che ha avuto un’infanzia complicata, che è stato un soldato, che vive prendendosi cura dell’anziana madre a cui è molto legato e che, quando non se ne va in giro ad ammazzare la gente, ha strane manie suicide, soffre di allucinazioni, passa le giornate a giocare con i coltelli o a soffocarsi con i sacchetti di plastica.
Già il titolo dovrebbe tuttavia dirci molto a proposito di Joe: non è presente, non è mai davvero stato qui; in un film tradizionale, l’incontro con Nina e il suo salvataggio andato a vuoto dovrebbero far scattare qualcosa in un personaggio simile, spingerlo verso una qualche forma di riscatto personale. Ma non è di questo che parliamo, perché Joe rimane granitico, un fantasma all’inizio e un fantasma alla fine del suo percorso. Quindi diventa davvero complicato affezionarsi a uno come lui o fare il tifo, come accadrebbe in un thriller canonico.
Per questo ho parlato di neo-noir: Joe agisce e si muove in un vuoto esistenziale riempito dalla violenza, che però non è catartica, e non solo perché Ramsay la filtra sempre o lasciandola fuori campo o mostrandocela molto da lontano, per esempio con l’espediente delle telecamere di sicurezza del bordello dove è rinchiusa Nina, ma perché non porta mai a nulla di risolutivo. In pratica, You Were Never Really Here è un film che gira a vuoto e che del suo girare a vuoto si compiace. Non è affatto un difetto, sia chiaro, il film è una meraviglia per gli occhi, e anche un’esperienza dolorosa, proprio perché rende difficile, e addirittura faticoso, calarsi nei panni di questo personaggio così alieno, quasi osservassimo le sue azioni, per lo più inutili, da dietro un vetro appannato.

Ciò che trovo particolarmente affascinante in un film di questo tipo, è il modo tutto personale di Ramsay di calarsi nel cinema di genere, affrontando con un punto di vista peculiare e niente affatto scontato la più scontata e trita vicenda possibile, quella del killer stanco e disilluso che trova la redenzione andando a salvare un innocente. È una parabola così semplice, così codificata, così lineare che la si porta a casa a occhi chiusi; e invece Ramsay si diverte a scardinarla, a frantumarla in tanti piccoli pezzi, a diluirla in estenuanti trip lisergici, a riempirla di sospensioni e passaggi dilatatissimi (il “funerale” al lago), a lasciare frustrato lo spettatore negando al protagonista persino la soddisfazione della vendetta finale.
Poi sì, è logico che Joe provi, in qualche modo, a lenire la sua sofferenza esistenziale salvando la vita di una ragazzina sola e traumatizzata, ma anche lì, Ramsay sembra più prendersi gioco delle classiche conclusioni di questo genere di film tipicamente americani che crederci sul serio.

Non so quanto siano calzanti i paragoni utilizzati dalla critica (e dagli strilli sulla locandina) con Leon, Drive e Taxi Driver: c’è il tema della prostituzione minorile, ci sono le inquadrature sugli angoli più sordidi e lerci di New York, c’è un protagonista quasi muto e in stato semi catatonico, c’è un rapporto tra un assassino e una bambina, che però è appena accennato e non ha proprio il tempo di svilupparsi come invece accadeva in Leon; tutti elementi che di sicuro richiamano le tre pellicole citate e, perché no, lo sconosciuto e bellissimo Hardcore.
Ma io credo che You Were Never Really Here sia più che altro un raffinato gioco (meta) cinematografico che, pur nella seriosità generale e nella tetraggine del suo personaggio principale e della storia stessa, si fa in un certo senso beffe dei film che cita e del genere a cui finge di appartenere.
Ciò non toglie che, tornando al principio del post, sia in grado di assestare svariate coltellate al cuore, allo stomaco e ad altri organi di vitale importanza a piacere.
In uscita anche nel nostro paese, a maggio, dove si chiamerà A Beautiful Day: You Were Never Really Here, perché il malvagio consiglio dei titolisti italiani ha pensato bene che se il titolo era in inglese, allungarlo ulteriormente, sempre usando l’inglese, avrebbe condotto un sacco di spettatori in sala. Bravi tutti, come sempre. Complimenti e felicitazioni.

5 commenti

  1. Stavo appunto pensando al film di Schrader – che non è necessariamente sconosciuto 😉
    Meravigliosi come sempre i titolisti nazionali – quello di sostituire un titolo in inglese con un altro titolo in inglese è un vecchio vizio, è bello vedere che le tradizioni vengono rispettate.

    1. E con il fil di Schrader ha anche in comune in senso dell’ironia molto particolare. Solo che non puoi farci gli strilli da locandina con Hardcore: ce lo ricordiamo io, te e qualche altro fortunato 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Presente 😀 E in effetti Schrader è venuto in mente pure a me, di primo acchito: se non altro poteva essere un “richiamo” da locandina un po più coerente rispetto agli altri titoli (con i quali pure ha elementi in comune, è vero). A proposito, complimenti vivissimi per l’ennesima prova di creatività dei titolisti nostrani! Anzi, già che c’erano, perché non hanno aggiunto qualcos’altro ancora prima di “A beautiful day”? Così, giusto per attirare altri spettatori…

  2. Colpo di genio dei titolisti! Andrò a vederlo, anche se- gusti prettamente personali- amo le pellicole classiche e gli chemi ripetuti fedelmente. In ogni caso deve essere proprio un bel film!

    1. Ma piacciono anche a me le pellicole classiche, io sono una sostenitrice oltranzista del cinema classico, lo sai 😀

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