A Quiet Place

 Regia – John Krasinski (2018)

Io amo il cinema dell’orrore. Certe volte me ne dimentico, e mi dimentico di gridarlo al mondo intero, ma lo amo con un entusiasmo che oserei definire fanciullesco. Sì, a me piace tutto il cinema, cerco di guardare ogni genere di film, anche quelli non propriamente nelle mie corde, ma non l’horror è un’altra faccenda, l’horror è un qualcosa di cui non mi stanco mai, di cui non sono mai sazia; potrei passare le giornate a guardare film dell’orrore uno dietro l’altro e non annoiarmi neanche un minuto.
È una passione difficile da spiegare al prossimo, a chi non è come me e (l’ho già ripetuto tante volte) ho anche smesso di giustificarmi, perché non credo che ci si debba giustificare, ma se dovessi fare un estremo tentativo di far capire a qualcuno cos’è il cinema horror, lo trascinerei in sala a vedere A Quiet Place e, una volta riaccese le luci, guarderei lui o lei e, con tanto di sorrisetto sadico, direi: “Hai visto cosa si prova, imbecille?”

A Quiet Place è un film prodotto dalla famigerata Platinum Dunes, lo studio di Michael Bay che, nei primi anni di questo secolo, si è reso responsabile dell’ondata di remake grazie ai quali la gente ancora si lamenta di una presunta morte dell’horror. Trovo che ci sia una certa dose di ironia nel fatto che, oggi, la Platinum Dunes abbia smesso di sganciare rifacimenti a nastro e si sia attestata su uno stile produttivo che ricalca quello della Blumhouse, con qualche soldino in più: a paragone dei 5 milioni di dollari del premio Oscar (rosicate) Get Out, i 17 milioni di budget di A Quiet Place sono una piccola fortuna, ma non pensate siano poi così tanti, sempre di film a basso costo si tratta, sempre di un cinema da battaglia, basato su idee molto forti nella loro semplicità, parliamo.
L’horror è, nell’anno del signore 2018, la vera gallina dalle uova d’oro di Hollywood, anche più degli stessi cinecomics, che hanno costi a stento sostenibili e devono essere sostenuti non solo da incassi stratosferici, ma anche da vendita di prodotti collaterali come pupazzi, magliette e gadget vari. Sì, forse un film dell’orrore non arriverà mai a incassare certe cifre, ma è di sicuro il genere più redditizio, facendo un semplice bilancio tra i costi e i ricavi.
In un certo senso è sempre stato così, ma adesso c’è una grossa novità: mentre le grandissime produzioni si affannano con saghe infinite, rivisitazioni con attori in carne e ossa di vecchi film d’animazione, riesumazioni di pellicole di 40 anni fa, il cinema horror è sempre più teso alla ricerca di materiale originale.

E A Quiet Place non fa eccezione, in quanto a originalità dello spunto di partenza: in teoria è un film post-apocalittico, incentrato sulla lotta per la sopravvivenza di un nucleo familiare. Ma l’apocalisse è stata scatenata da delle creature cieche che reagiscono al più piccolo rumore (un po’ come i mostri di The Descent, se ve lo ricordate); non sappiamo da dove siano arrivate, queste creature; la narrazione comincia in medias res, dopo circa tre mesi dall’evento, qualunque esso sia stato. Dopo un incipit abbastanza traumatico, ci spostiamo addirittura avanti di più di un anno, quindi non siamo in un classico film sull’apocalisse che racconta il collasso della civiltà, bensì in un contesto dove tale collasso è dato per scontato, è già acquisito e bisogna trovare un nuovo sistema di vita.
Questo sistema di vita si basa sul silenzio. In pratica, A Quiet Place è un film muto.

Gli Abbot, la famiglia protagonista del film, composta da madre (Emily Blunt), padre (lo stesso Krasinski) e due figli più un terzo in arrivo, hanno trovato un loro equilibrio che gli consente di continuare a vivere. Essendo la figlia maggiore sordomuta, conoscono il linguaggio dei segni e lo usano per comunicare; hanno anche sviluppato tutta una serie di norme e regole del vivere quotidiano per produrre il minimo rumore possibile e si stanno preparando al parto costruendo una apposita “culla” insonorizzata e una stanza a prova di suoni. È un world building su scala ridotta sopraffino, quello messo in scena da Krasinski, perché ogni inquadratura ci fornisce delle informazioni che sta a noi cogliere, senza apporre alcuna didascalia, senza dialoghi ridondanti. Ogni elemento visibile nel quadro è utile a capire cosa è successo, a farci un’idea di come si sia arrivati sin lì. In poche parole, cinema essenziale allo stato puro, e horror nel senso più preciso (e prezioso) del termine, il risultato perfetto della massima carpenteriana: “mai spiegare troppo, mai sforzarsi di essere chiari”.

Perché amo tanto il cinema dell’orrore?
Perché mi mette di fronte al fatto compiuto e, quando lo fa così bene, riesce a farmi provare le stesse sensazioni dei suoi protagonisti. In questo caso, ogni volta che mi muovevo sulla poltrona della sala stavo attenta a che non scricchiolasse. Il potere della suggestione di un film come A Quiet Place è tale da sfondare la quarta parete, annullare il divario tra attore e spettatore. È storia che si fa esperienza in prima persona e, in quanto tale, credo vada goduta in sala, per una volta tanto, in un silenzio sepolcrale simile a quello dello schermo, perché anche il pubblico più scalmanato, dopo il primo quarto d’ora, anzi dopo la prima sequenza precedente l’apparizione del titolo, viene brutalmente messo a tacere.

A Quiet Place è girato in pellicola (fotografia di Charlotte Bruus Christensen) e risplende di colori caldi, profondi, pastosi, autunnali; e capiamoci subito, io il digitale lo adoro, credo abbia dato al cinema delle possibilità infinite e, fino a qualche anno fa, impensabili, ma quello che ti combina la pellicola è, ancora oggi, senza rivali, per immersività e senso di vicinanza con la vicenda narrata. È un film che mi ha fatto disperare, perché darei il mio braccio sinistro pur di montare una cosa del genere, almeno una volta nella vita. Potrei morire in pace, dopo aver montato una cosa del genere, davvero. La sola idea di vedermi arrivare i giornalieri di A Quiet Place in moviola e mettere insieme delle scene così mi esalta; ma non so se avrei mai la capacità di Christopher Tellefsen di assemblare in questo modo la tensione e tenerla sempre viva, anche negli apparenti momenti di quiete, non lasciando mai che al pubblico manchi la consapevolezza che il minimo fruscio significherebbe la morte. Le transizioni tra una sequenza e l’altra mi hanno fatto impressione e mi hanno anche fatto sentire una miserabile: sono così fluide e allo stesso tempo così significative che, da un lato, pesano come macigni, dall’altro risultano assolutamente naturali, proprio come lo sbattere delle palpebre. Non si sente un taglio, non si sente uno stacco, non c’è mai una forzatura, un esposizione da fighetto del montatore. Il montaggio è al servizio del racconto e, ancora di più, della paura.

Perché amo così tanto il cinema dell’orrore?
Perché è bello avere paura per un’ora e mezza di fila senza smettere mai. Ed è una cosa rara, anche negli horror migliori, anche in film più belli di A Quiet Place. Qui non c’è un attimo di respiro. Un po’ perché Krasinski è bravissimo a creare nuove situazioni di pericolo a ogni cambio scena, un po’ perché è il nucleo della vicenda stesso a essere fonte di continuo stress, ma in realtà è l’uso del sonoro il vero segreto di questo perenne stare sulla corda e, in relazione a esso, il modo in cui è trattato il personaggio di Regan, la figlia maggiore degli Abbot, interpretata da Millicent Simmonds: quando assistiamo agli eventi dal suo punto di vista, il suono scompare e voi provate a immaginare cosa significhi vivere in un mondo dove fare rumore equivale a morire, e non avere la percezione di quanto rumore si sta producendo. Sempre per il potere della suggestione di cui sopra, è incredibile come un trucchetto come il togliere il volume sia capace di gettarti in un tale stato di prostrazione, roba che alla fine mi facevano quasi male i muscoli.
È che, per arrivare a ottenere questo effetto, devi aver costruito tutto benissimo; devi aver centellinato al minimo sindacale i jump scares; devi aver reso ogni passo, ogni fruscio, ogni minimo spostamento di un oggetto da una superficie a un’altra una questione di vita o di morte; devi aver reso chiaro, sin dai primi minuti, quanto il pericolo sia reale; devi aver scritto personaggi che non si arrendono, che nonostante tutto vogliono continuare a vivere con delle nuove regole; devi aver mostrato cosa accade se queste regole le infrangi, senza pietà. E di pietà per questi personaggi ce ne sarà poca.
A Quiet Place è un manuale su come si scrive, si gira, si fotografa, si monta e si sonorizza un film dell’orrore, nonché il simbolo di un cinema horror rinnovato e in forma smagliante, che si muove con agilità tra un’impostazione cinematografica classica e delle suggestioni concettuali modernissime.
Se dovessi consigliare un solo horror contemporaneo a chi è del tutto a digiuno del genere, sarebbe questo.

9 commenti

  1. Alberto · · Rispondi

    Splendido, anche in relazione alla difficoltà di messa in scena. E sì, senza essere un film di grandi e roboanti effetti speciali, la morte sua è veramente la sala.

    1. Sì, perché la visione casalinga non può in nessun modo restituire l’immersione totale che dà solo la sala.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Un horror che riesce a zittire anche i più rompicoglioni in sala è già di per sé degno di grande rispetto e attenzione 😉 E sì, anch’io ho pensato alle similitudini fa queste creature e quelle di Descent… in entrambi i casi, è meglio non fare rumore se si vuole sopravvivere. E in entrambi i casi, pur se non allo stesso modo, si riesce ad estendere questo senso di stare sempre “sul chi vive” allo spettatore (per l’uso sapiente del silenzio che fa Krasinski mi sembra proprio che la sala costituisca uno spazio meno “protetto” e, quindi, senz’altro più efficace rispetto alle mura domestiche)…

  2. Ho continuato a parlare a voce bassa per almeno mezz’ora dopo averlo visto. Splendido, un’atmosfera di ansia costante che pochi film ultimamente mi hanno regalato!

    1. Io ero angosciata all’idea di chiudere lo sportello della macchina quando sono tornata a casa 😀

  3. Considerando che casa mia si affaccia su un cavalcavia molto trafficato, che mi danno fastidio molti rumori (soprattutto la televisione) e che vivo nell’ottica di dare meno fastidio possibile con i suoni, penso che un mondo nel quale se fai rumore muori sia l’ideale per me. Comunque mi hai invogliato a vederlo!

    1. Anche io mal sopporto i rumori forti e il casino in generale, ma questo film mi ha fatto sentire molto bene quando sono uscita dal cinema e sono stata aggredita dal suono del traffico romano 😀

  4. Mah… ero entrato ar cine con grandi aspettative, sia per il trailer, sia per la trama intrigante che mi attendeva. Che dire : siamo usciti tutti affranti e delusi, purtroppo un altro plot che prometteva bene e che invece è rimbalzato contro una serie di astrusità di sceneggiatura secondo me al limite del ridicolo. Ce ne sono talmente tante che per pietà non le elenco nemmeno.
    Capisco la sospensione d’incredulità, ma un film di fantascienza super-minimalista come questo deve avere basi solide e realistiche, i protagonisti devo compiere gesti coerenti… ma che cazzo, sti mostroni che devastano la terra, se sono alieni, sono venuti qui solo per disintegrare qualsiasi essere vivente che emetta un minimo rumore ? Un bel viaggetto utile, complimenti !
    E poi il finale…. da far cadere le braccia. In sala c’è stato un coro all’unisono : “Ma vai a cagareeeee”

  5. Ho gradito assai anche se l’ultimo quarto d’ora è stato un poco buttato in cagnara. Ma ad averceli dei film così. Ci farei la firma.

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