1978: Terrore dallo Spazio Profondo

 Regia – Philip Kaufman

” We came here from a dying world. We drift through the universe, from planet to planet, pushed on by the solar winds. We adapt and we survive. The function of life is survival.”

Per tutti quelli che “signora mia, che cosa ignobile i remake”, Terrore dallo Spazio Profondo dovrebbe essere una medicina da somministrare almeno una volta a settimana, e non perché sia un film migliore rispetto a quello di Siegel: quando si parla di opere così differenti e, ognuna per la propria epoca, così definitive, non vale neanche la pena di mettersi lì a disquisire su quale delle due sia la migliore; quello che però si può fare è capire in che modo Kaufman ha preso una storia degli anni ’50 e l’ha trasportata magnificamente in un momento storico che possedeva delle caratteristiche, a una prima occhiata distratta al romanzo di Jack Finney, senza molto a che spartire con un’invasione di baccelloni replicanti in una piccola città americana di provincia.
E infatti, la prima modifica sostanziale operata da Kaufman (e dallo sceneggiatore W.D. Richter) rispetto sia al film precedente che al testo originario, è stata quella di spostare tutto dall’idilliaca Santa Mira a San Francisco. Il che, se permettete, è un colpo di genio.

Infatti, se romanzo e film basavano la loro efficacia sull’angoscia di vedere la familiarità di un luogo e delle persone che lo abitano fatta letteralmente a pezzi dall’uniformità portata dagli alieni, Kaufman cambia il contesto e la paranoia diventa di tipo urbano, ovvero non si tratta (quasi) più di non riconoscere i propri mariti, figli, parenti, ma di assistere a una silenziosa sostituzione che passa inosservata proprio perché, nell’ambiente cittadino dove ognuno bada ai fatti suoi e di rado i vicini di casa si conoscono tra loro, gli ultracorpi hanno gioco facile, facilissimo. A nessuno importa se il signor tal dei tali non è più lo stesso; a nessuno importa neanche se un tizio comincia a urlare come un pazzo e poi finisce sotto una macchina. La carta vincente giocata da Kaufman per questo remake (che poi tanto remake non è, ma ci torneremo) è l’indifferenza che soggiace all’individualismo sfrenato tipico delle grandi città.

Se quello di Santa Mira è un dramma “collettivo”, nel senso che è il piccolo centro a essere sotto attacco, quello di San Francisco è un dramma tutto privato, come a dire che più si amplia il contesto, più si rimpiccioliscono le preoccupazioni e il respiro delle vicende.
Questo dimostra, oltre alla bravura di Kaufman e di tutti quelli coinvolti nella produzione di un film, che se il materiale di partenza è abbastanza buono, può reggere non solo alla prova del tempo, ma anche a decine di diversi punti di vista e interpretazioni, rimanendo sempre e comunque attuale. Il concetto, spaventoso, di non essere più noi stessi, di perdere ci che ci distingue dagli altri e di essere sostituiti da una copia è però passibile di cambiamenti a seconda del quando e del dove tutto ciò avvenga.
L’invasione a Santa Mira mette in discussione un sistema di valori condiviso; quella a San Francisco va a toccare i sentimenti dei singoli, che si vedono deprivati dal loro essere unici e speciali in quanto individui.

Questo significa attualizzare: non aggiornare una storia solo tramite i costumi e la tecnologia, ma andando a cercare, nel nucleo di quella storia (la paranoia di non essere più noi), il meccanismo che possa renderla valida anche più di vent’anni dopo, con una nuova mentalità, una nuova scala di valori, nuove cose da perdere e per cui lottare.
Una volta compreso il vero fulcro narrativo, il senso ultimo del concetto stesso di remake, il resto del film è tecnica, immaginazione, inventiva. E in Terrore dallo Spazio Profondo ce n’è a pacchi di tutte queste cose. Si tratta di un’opera dalla classe sopraffina, che vive di dettagli, piccoli particolari che portano l’occhio dello spettatore a farsi paranoico. Aiuta, in questo senso, che noi già sappiamo (perché è una storia che ci hanno già raccontato) dove sta andando a parare il film: sappiamo di star assistendo a una quieta invasione aliena, sappiamo che molti dei personaggi sullo schermo sono repliche degli esseri umani che erano un tempo, conosciamo persino il procedimento tramite cui avviene la sostituzione. Quindi, a Kaufman non resta che rendere il tutto estremamente bizzarro e inquietante, tramite una perfetta integrazione tra le interpretazioni dei suoi protagonisti e l’onnipresente lavoro della macchina da presa intorno a loro.

E così abbiamo dialoghi che si sovrappongono, inquadrature sbollate, angolazioni sempre un po’ sbilenche, un montaggio nervosissimo, un uso degli effetti sonori straordinario (i passi di Sutherland e Adams quando camminano mano nella mano cercando di sfuggire agli alieni) e una resa dell’effetto speciale che anticipa il body horror di qualche annetto, perché la grande rivoluzione della sf e dell’horror a partire dalla seconda metà degli anni ’70 sta proprio nella possibilità di rappresentare sullo schermo l’impossibile. Vedere la formazione in diretta delle repliche, la loro distruzione da parte di Sutherland, la celeberrima inquadratura dell’uomo-cane, che non sai se reagire ridendo o vomitando, ricopre ovviamente un ruolo fondamentale nell’economia del film. Ma ricordiamoci che Kaufman, in fin dei conti, utilizza questi effetti (che però occuparono gran parte del budget a disposizione) soltanto a partire dalla seconda parte del film, e anzi, li relega in una sezione piuttosto breve. Tutta l’angoscia suscitata dal film, anche 40 anni dopo, risiede nel suo ritmo isterico, nei momenti in cui il surrealismo prende il posto dell’attitudine quasi da documentario con cui viene spiata San Francisco, in un’ironia sottile che non disinnesca la potenza dell’orrore, ma la amplifica, perché è fuori posto, è stonata, è anche quella storta e sbilenca come i piani scelti da Kaufman, come l’emotività a rischio di personaggi irrisolti e fragili e che infatti soccombono, uno dietro l’altro.

A differenza di Siegel, che dovette cedere alle pressioni hollywoodiane e dare una conclusione al suo film in cui ci fosse uno spiraglio di luce, Kaufman non lascia alcuna speranza ai suoi protagonisti e il grido finale di Sutherland è uno dei momenti più iconici della storia del cinema di fantascienza.
Ora, tra i due film c’è un rapporto molto stretto che ha fatto propendere molti per considerare Terrore dallo Spazio Profondo più un seguito che un rifacimento vero e proprio. È vero che i personaggi portano gli stessi nomi dei loro omologhi degli anni ’50, ma c’è la breve apparizione di Kevin McCarthy che pronuncia le stesse parole da lui pronunciate nel film di Siegel, prima di essere inseguito da una folla urlante e finire sotto una macchina. Potrebbe essere (e con ogni probabilità lo è) un semplice omaggio a L’Invasione degli Ultracorpi, ma pare quasi suggerire che l’invasione si sia propagata da Santa Mira (città immaginaria, ma situata in California) a San Francisco e che quindi Terrore dallo Spazio Profondo voglia in un certo senso rendere giustizia al finale originale che Siegel avrebbe voluto, prima che la Allied Artist gli imponesse di aggiungere un’ultima sequenza “riparatrice”.

Anche per il 1988 abbiamo tanti film tra cui scegliere, pur dopo aver eliminato i più grossi e più famosi perché già trattati da queste parti. Dispiace solo di dover escludere Il Serpente e l’Arcobaleno, perché Craven è apparso in rubrica per il lontano 1990. Comunque, di roba ne abbiamo a sufficienza e apriamo le danze: Maniac Cop di William Lustig, che non credo abbia bisogno di presentazioni; The Blob di Chuck Russel, sempre per parlare di remake ben riusciti; Pumpkinhead del nostro caro Stan Winston; per concludere, non potevamo non dare spazio a Frank Henenlotter e al suo Brain Damage.

11 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    film pazzesco e invecchiato benissimo. l’ho rivisto qualche mese fa e la tensione non ti molla un secondo, pur sapendo già cosa sta per succedere. e quel finale è semplicemente geniale, punto. hai visto per caso anche il remake del 2006 con nicole kidman?

    completamente OT: ho comprato e letto “nightbird”. per darti un’idea di quanto mi sia piaciuto ti dico solo questo: l’ho letto in 3 ore e alla fine piangevo talmente tanto che non vedevo più la pagina davanti a me xD meraviglioso, davvero. descrizioni di una poesia unica e personaggi talmente reali che sembrano bucare la pagina. ora mi metto a consigliarlo a un po’ di gente 😉

    1. Grazie ❤
      Sono felicissima che ti sia piaciuto! Non so che dire in queste circostanze, perché sono imnbarazzata a livelli patologici, però la gratitudine è vera 🙂

  2. Io incrocio le dita perché vincano Brain Damage e l’ammiccante Eylmer, anche perché è un film che non ho più avuto il coraggio di rivedere dopo la prima volta ma di cui ho comprato il DVD. Chissà che un giorno…

    Terrore dallo spazio profondo lo adoro, è uno dei film capaci di trasmettermi più ansia in assoluto, non solo per il finale ma per tutte le cose “sbagliate” che succedono sullo sfondo prima che arrivi la mazzata.

    1. Sì, è tutto pieno di dettagli “sbagliati””. Una meraviglia. E un’angoscia che non ti dico…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E quanto rimangono ripugnanti ancora oggi, davvero, quelle repliche aliene in formazione con i loro filamenti attaccati alle vittime addormentate?
        L’inizio cosmico con l’arrivo delle creature, il cameo di Kevin McCarthy, il gelido cambiamento di Art Hindle/Geoffrey nei confronti di Brooke Adams/Elizabeth (grossa imprudenza tenere quei piccoli strani fiori in casa), la sequenza ai fanghi riguardante Jeff Goldblum, il dialogo/confronto con l’ingannevole dottor Kibner (è quasi come se qui Leonard Nimoy omaggiasse il proprio signor Spock, vista l’emotività richiesta dal ruolo 😉 ), l’ibrido umano/canino, la “serra” di coltura dei baccelli e la reazione disperata di Donald Sutherland/Matthew che riaccende nello spettatore l’illusoria speranza in un finale diverso da quello che poi invece sarà… un ottimo -e ottimamente da te recensito- film di fantascienza venato di horror, capace ancora oggi di far scuola su come dovrebbe essere realizzato un remake sensato ed efficace.
        Sempre parlando di remake sensati ed efficaci, il mio voto stavolta va a The Blob… 😉

        1. Anche quello di Abel Ferrara non è niente male, sai? Diciamo che gli ultracopri al cinema sono stati mediamente fortunati, molto più di tanti loro colleghi 😀

          1. Giuseppe · ·

            Ah, questo è sicuro (e non potevo non avere anche quello di Ferrara -per quanto lo trovi un gradino sotto quello di Kaufman- nella mia cineteca personale, ovviamente) 😉
            A dirla tutta, l’unico remake che ho digerito poco è stato quello di Hirschbiegel del 2007: buon cast ma, per tutto il resto, ben poca sostanza…

  3. Buonasera Lucia,mi chiamo Andrea,ho 52 anni e da sempre sono appassionato di tutto cio’che e’ fantascienza,horror,thriller,fantasy..sia su grande e piccolo schermo,sia su libri e fumetti..volevo farti i complimenti perche’e’ un piacere immenso leggere le tue recensioni,sempre ben scritte e,mi ripeto,appassionanti..complimenti davvero,mi sembra di tornare a diverso tempo fa quando con amici ci si trovava nelle sere d’estate a raccontarsi l’ultimo horror visto al cinemae scambiarsi commenti..volevo chiederti se i tuoi romanzi si trovano anche in versione cartacea
    Ti ringrazio ancora per l’attenzione,un buon lavoro e buona serata.
    Andrea

    1. Ciao Andrea, grazie del commento e grazie per le tue parole 🙂
      Dei miei tre romanzi, ne trovi soltanto uno in cartaceo, l’ultimo, Nightbird. Lo puoi acquistare su Amazon o su qualunque store online, ma lo trovi anche in libreria, se lo ordini.
      Grazie ancora, di cuore.

  4. Il mio voto per Pumpkinhead

  5. Ok, grazie mille per la dritta!Mi ha incuriosito molto la trama di nightbird,lo comprerò al più presto!.. Abbiamo appena finito di vedere Pyewacket, veramente notevole, ansiogeno e senza baracconate e tempi morti..io voto the blob, visto al cinema a suo tempo che mi disturbò non poco..alla prossima e grazie!

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