Pyewacket

 Regia – Adam MacDonad (2017)

Backcountry, del 2014, era il film d’esordio dell’attore canadese MacDonald. Qui non se ne è parlato perché si trattava di un film con un’unica, grandissima scena più o meno situata a tre quarti del minutaggio e, per il resto, un po’ tanto convenzionale. Era la storia di una coppia in campeggio e di un brutto incontro con un orso. E teneva molto bene la tensione proprio fino alla già menzionata sequenza dentro a una tenda, per poi purtroppo scivolare in un tipicissimo survival, con tanto di personaggio femminile che si tramuta in Wonder Woman alla fine. Godibile, con una discreta mazzata come asso nella manica, ma nulla di più.
Però già si vedeva che MacDonald è un tipetto talentuoso, amante della costruzione lenta e metodica del racconto, poco avvezzo agli spaventacchi da due lire e anche feroce e crudele, quando è necessario.
Con Pyewacket, il regista getta alle ortiche tutto ciò che aveva fatto da zavorra al suo film precedente, ma mantiene gli aspetti positivi, ben consapevole dei suoi pregi, e ci regala uno dei primi grossi calibri dell’anno, quelli su cui poi si tornerà a dicembre per fare i bilanci.

Leah Reyes (Nicole Muñoz) è un’adolescente incasinata e problematica con una brutta fissa per l’occulto e un pessimo rapporto con la madre (Laurie Holden), che sta raccogliendo i cocci della vita di entrambe dopo la scomparsa del padre. Per provare a voltare pagina e a cambiare vita, la signora Reyes decide di traslocare in una casa distante parecchi chilometri dalla città e a ridosso di un bosco. La cosa manda Leah su tutte le furie, perché la allontana dalla sua cerchia di amici.
Arrabbiata dopo un ennesimo litigio, la ragazza se ne va nel bosco e compie un rituale preso da uno dei suoi libri di magia nera per evocare un demone (il Pyewachet del titolo, il famiglio di una strega bruciata da Hopkins nel 1644) e chiedere la morte di sua madre.
Si pente di ciò che ha fatto circa due minuti dopo ma, come sappiamo tutti noi che di questi film ci nutriamo sin dalla più tenera età, ai demoni importa ben poco del tuo pentimento e, una volta che li hai convocati, è molto complicato sbarazzarsene. 

Detta così, sembra soltanto una risaputa e stravista vicenda di adolescenti che andavano ammazzati da piccoli e genitori assenti e irresponsabili. E invece no, perché Pyewacket è un piccolissimo miracolo di scrittura, che si tiene bella focalizzata su due personaggi e le dinamiche estremamente complesse instauratesi tra loro dopo un grave lutto e i vari tentativi andati a vuoto, da entrambe le parti, di ricostruire un’armonia che non soltanto è perduta, ma forse non c’è neppure mai stata. Ho detto miracolo di scrittura, perché di solito i personaggi vengono delineati in sede di sceneggiatura, ma MacDonald qui compie un doppio lavoro: rende vivi i personaggi già abbastanza ben strutturati sulla carta, attraverso un meccanismo puramente visivo, giocando soprattutto sugli sguardi per costruire questo rapporto tra madre e figlia pieno di fratture e incomprensioni, ma anche di amore.

Il lato soprannaturale della storia è preparato con cura e con tutta la calma del mondo, in un crescendo calibratissimo tra momenti di quiete e altri di assoluto orrore, come quello che coinvolge un’amica di Leah (con eco voluta da The Blair Witch Project, dato che si parla di streghe nel bosco) venuta a passare la notte nella nuova casa. Come in tanti film dell’orrore efficaci e ben strutturati, la paura sta soprattutto in quello che non vediamo, ed è proprio sul non visto che MacDonald riesce a costruire un senso di minaccia e inquietudine strisciante e oppressivo: passi al piano di sopra, ombre che si chinano su Leah mentre dorme; risvegli in mezzo al bosco, senza sapere in che modo si sia arrivati lì; incidenti in auto sventati all’ultimo istante e via così, senza neppure un jump scare, senza mai mostrare il demone evocato, lasciando anche parecchi dubbi che l’evocazione abbia funzionato e che non si tratti invece di un misto di suggestione e sensi di colpa a causare il tutto.

E poi, nell’ultimo quarto d’ora, MacDonald prende l’artiglieria pesante e alla povera Leah non viene più risparmiato niente; la ragazza scivola in un incubo paranoico dove non è più possibile distinguere gli alleati dai nemici e dove l’entità demoniaca, ingannatrice e infinitamente più furba della ragazzina che l’ha evocata, si scatena per ottenere quello che desidera.
Il finale è una badilata dritta in faccia, atroce per la progressione micidiale con cui è consumato, terribile per come viene fatto capire allo spettatore dove si sta andando a parare, facendolo sentire impotente come se fosse legato alla poltrona, testimone paralizzato di un dramma senza vie d’uscita.

A volte mi stupisco ancora di quanto poco ci voglia, tutto sommato, per realizzare un buon horror: due attrici affiatate e in parte, una quantità minima di location, quattro alberelli messi in croce, un gestione avveduta di musiche, rumori e silenzi, e una regia che sappia cogliere e amalgamare tutti questi dettagli. A ripensarci, non è affatto poco, ma è di sicuro minimale e opposto a qualsivoglia tentazione di barocchismi eccessivi che di solito abbondano negli horror a carattere demoniaco o stregonesco.
Pyewacket, al contrario, è un horror sussurrato, che avanza in punta di piedi nella notte e ti sorprende alle spalle quando è troppo tardi, perché non l’hai sentito arrivare.
Ma da un piccolo film come questo si imparano tante cose: che la paura non si annuncia con le fanfare, ma si costruisce con la precisione, che i personaggi e i rapporti tra loro sono sempre essenziali quando si tratta di instillare un terrore destinato a perdurare, perché è naturale stare con fiato sospeso per qualcuno che ci sta a cuore, che è ancora possibile mettere al centro della scena gli esseri umani, poco funzionali, pieni di difetti, capaci di dire e fare cose orribili e poi pentirsene, che quando il soprannaturale si abbatte con la ferocia di un uragano su di noi, non fa prigionieri e che il mostro vince sempre e non si sconfigge mai, soprattutto quando questo mostro è il dolore di una perdita incolmabile che non può essere riparata.

9 commenti

  1. Blissard · ·

    Ho letto a spizzichi e bocconi per tornarci dopo la visione, quello che ho letto però mi ha messo una gran fotta.
    Anche perchè a me Backcountry non era neanche dispiaciuto troppo, non fosse che ha i due protagonisti più coglioni del recente cinema orrorifico: c’è lui che sceglie di portarsi la fidanzata in un bosco arroccato per farle la dichiarazione, e per di più rifiuta sdegnosamente una mappa per orientarsi e lascia tutti i cellulari in macchina; lei, dal canto suo, in mezzo al bosco invita a cena uno che sembra un serial killer fatto e finito…

  2. Giuseppe · ·

    Backcountry non l’ho ancora visto ma, dalla descrizione che ne dai ad inizio post, mi sembra comunque essere infinitamente meno interessante -al di là del diverso soggetto e dei comprensibili limiti da esordio- del più maturo e soprannaturale Pyewacket, ragion per cui concentrerò tutta la mia attenzione proprio su Pyewacket (e poi, ogni volta che capita di rivedere Laurie Holden è sempre un piacere per un vecchio fan di X-Files come il sottoscritto 😉 )…

    1. Per fortuna che Laurie Holden si è staccata in tempo dal corrozzone di TWD 😀

      1. Giuseppe · ·

        Davvero, si è risparmiata altri ottanta episodi di troppo 😀

  3. Blissard · ·

    L’ho visto e mi trovo d’accordissimo con te riguardo all’ottima gestione della parte più delicata della sceneggiatura (la difficoltà stava nel rendere plausibile che una figlia sia così tanto furibonda con la madre da performare un rituale per ucciderla), mentre sono meno d’accordo sul fatto che il regista riesca a mettere in scena il soprannaturale in maniera efficace. E’ innegabile però che Adam MacDonald sia uno dei registi più interessanti della sua generazione, se non altro perchè ha la rara capacità di scegliere sempre l’inquadratura meno banale, il movimento di macchina più soffuso, di ottenere il massimo dai suoi attori e di curare maniacalmente il sonoro in modo da renderlo perturbante.
    Un bel film, che più che a It Follows mi ha fatto pensare al primo Ti West; spero vivamente e credo con moderata fiducia che MacDonald non abbia ancora girato il suo horror migliore, e aspetto con ansia le sue prossime prove.

    1. No, sicuramente non lo ha girato. Il meglio deve ancora arrivare e io sto qui che aspetto la vera perla, da parte sua. Intanto c’è già una grande progressione da Backcountry a questo.

  4. Aradia · ·

    visto finalmente ieri sera. Molto bella, inquietante e quel giusto maslana l’atmosfera e l’attesa di qualcosa di ineluttabile e terribile che sta per accadere. Anche il commento musicale mi è piaciuto parecchio, o meglio, la scelta di usarne pochissimo e quasi sempre diegetico, in modo da rendere tutto più reale e “vicino”. Le scene nel bosco dove si sente solo il rumore dei passi sulle foglie secche mi ha fatto accapponare la pelle.
    Però non mi ha convinto per nulla tutta la parte del rituale, che è piena di incongruenze. Ad esempio, se la protagonista è così esperta di occulto come sembra, dovrebbe sapere che, quando si lancia una maledizione, si triplica il rischio che ritorni indietro tre volte più potente, quindi mi pare strano che si sia lanciata alla leggera, nonostante la frustrazione e l’incazzatura con la madre. Anche il controrituale non ha molto senso e viene linquidato un modo un po’ troppo sbrigativo. Se solo si fossero soffermati un po’ di più su questa parte, credo che il film ne avrebbe guadagnato parecchio.

    1. Ma sai che io invece ho visto la faccenda in maniera opposta: per me lei è una ragazzina che ha letto un paio di libri e si approccia da dilettante e ingenua a un qualcosa di troppo potente per lei.

  5. Aradia · ·

    guarda, è la prima cosa che ho pensato anch’io. Però. Quando prende il libro dove è contenuta la formula, si vede che ha una bella collezione di roba sull’occultismo, quindi un minimo di idea se la deve essere fatta. Inoltre, la regola del tre è una cosa che dovrebbero sapere tutti coloro che si interessano o praticano magia, di qualsiasi colore essa sia: non c’è libro che non ne parli allo sfinimento. Quello che ho pensato, è che sia lo scrittore ad essere un cialtrone (in effetti, uno che scrive libri su rituali di magia nera e poi va a fare il firmacopie mi pare un controsenso) e ha scritto le cose ad minchiam. Da qui la conseguenza di tutto il casino.
    Ecco, anche il discorso del pentagramma che disegna col fino rosso, che sembra avere un ruolo centrale, poi si dissolve nel nulla. Però queste sono fisime mie che vorrei, una volta tanto, veder trattato l’argomento dei rituali magici con un po’ più di consapevolezza 😉

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