La Forma dell’Acqua

 Regia – Guillermo del Toro (2017)

CI SONO TANTI SPOILER

Persone che mi conoscono bene e che hanno visto questo film un paio di giorni prima di me, si sono premurate di avvertirmi che “non ne sarei uscita viva”, giusto per mandarmi al cinema un minimo preparata. Sapevo di star andando incontro a un’opera in grado di toccare delle corde emotive ed estetiche da me molto sentite, sapevo anche che del Toro, di solito, mi passa sempre sopra come un carro armato e sapevo, grazie ai miei amici, di avere serie probabilità di versare qualche lacrima.
Ma in realtà non avevo idea di cosa stavo andando incontro, non sapevo che il gigante gentile aveva girato il film della mia vita.
Non si può essere seri, distaccati e obiettivi quando ti piomba tra capo e collo quello che aspettavi da sempre e quindi perdonatemi se non ho l’atteggiamento distaccato e cinico che ogni cinefilo che si rispetti dovrebbe avere, se non sto qui con il blocco degli appunti a segnare i difetti uno dopo l’altro, sghignazzando mentre pregusto lo status cool da mettere su Facebook, se non tuono dall’alto della mia sapienza cinematografica perché La Forma dell’Acqua è un film “furbo” e “acchiappa premi”. Se volete leggere una recensione di questo tipo, ce ne sono a pacchi in giro, scritte da tanta che gente che ne sa a pacchi e sarà in grado di dirvi perché del Toro ha diretto una storiella zuccherosa e buonista con il preciso intento di vincere l’Oscar contando i soldi alle spalle dei poveri ingenui che si emozionano.
Io posso solo ringraziare e cercare di non sbrodolarmi troppo addosso, anche se sarà difficile.

Sono 39 anni che fantastico su gente a cui spuntano le branchie, amori impossibili tra creature di mondi diversi, murene lunghe venti metri, uomini pesce, esseri a metà tra terra e acqua. Una vita intera spesa a guardare il mare, dall’esterno e dall’interno, cercando una forma di comunicazione non verbale con chi lo abita, sperando sempre di trovare, lì sotto, qualcuno o qualcosa che mi faccia sentire finalmente completa e intera.
E poi arriva del Toro e sceglie di raccontare la mia storia, che lo so, non è la mia, non sono così presuntuosa, ma ci siamo capiti. Non solo, ma la porta prima a vincere il Leone d’Oro, cosa mai vista per un film di genere fantastico, e poi ad accaparrarsi ben 13 nomination agli Oscar. Un film che è l’esatto opposto di un oscar bait, nonostante ora lo si voglia far passare per tale, come se ci fosse in The Shape of Water qualcosa di finto, di costruito a tavolino, come se non fosse coerentissimo con l’intera filmografia di del Toro, come se si volesse imputare al regista messicano una mancanza di sincerità, perché altrimenti è impossibile per certe menti limitate, giustificare un successo così grande, come se questo successo non lo meritasse, o fosse una cosa di cui vergognarsi e da farsi perdonare.

È una fiaba certo (ma non è una fiaba a lieto fine, e se lo pensate, non lo avete visto bene) e quindi risponde ai codici delle fiabe che vogliono la presenza di buoni e di cattivi, senza tratti di ambiguità, con cui schierarsi apertamente, avendo netta la distinzione tra bene e male e tra giusto e sbagliato. Non è una novità, se si analizzano i film di del Toro, soprattutto i due a cui si può accostare con maggiore facilità La Forma dell’Acqua, ovvero La Spina del Diavolo e Il Labirinto del Fauno.
È un omaggio al cinema classico, ai b-movie di fantascienza degli anni ’50 e al mostro Universal più bello e sottovalutato di sempre, il Gill-Man. Omaggi appassionati fatti senza frapporre alcuna distanza tra regista e narratore e materia narrata, così da annullare anche la distanza con il pubblico. Non c’è distacco ironico nel mettere in scena, più di mezzo secolo dopo, un discendente del mostro della Laguna Nera, c’è solo partecipazione, unita a una prospettiva diversa, quella di un uomo del XXI secolo con la sua consapevolezza che il ripristino dello status quo, con il mostro catturato e ucciso, indispensabile nel ’54, non è più necessario, perché non c’è più uno status quo perfetto a cui tornare e l’unico modo per salvare noi stessi e gli altri è abbracciare interamente la diversità.

Il concetto di mostruoso, inteso sia come prodigio che come reietto, in The Shape of Water non è limitato solo alla creatura (Doug Jones) in quanto tale: si può essere mostri perché abbiamo un colore della pelle diverso, un orientamento sessuale diverso, una qualche caratteristica fisica che ci fa deviare dalla norma, o addirittura possiamo professare idee politiche differenti e servire un altro paese. Tutti i personaggi positivi del film portano il marchio della diversità e tutti loro, per un motivo o per un altro, sono brave persone che cercano di fare la cosa giusta, e gli tocca farla di nascosto, chiusi in appartamenti che somigliano a tane e in sotterranei in cui non entra mai la luce del giorno, ché quelli cui uscire alla luce del giorno e vivere normalmente è consentito, hanno reso il mondo un posto molto pericoloso in cui vivere. Se ci avete fatto caso, The Shape of Water (come il 90% dei film di del Toro) è quasi tutto ambientato nottetempo o in interni molto poco luminosi, mentre le scene diurne sono nella maggior parte dei casi, occupate dall’unico vero mostro del film, Strickland, interpretato dal signor (ho finito gli aggettivi superlativi per descriverlo) Michael Shannon.

Ora, non è un mistero che del Toro, sulla poetica del diverso ci ha costruito un’intera carriera, anche nei film più insospettabili come Pacific Rim, ha sempre fatto in modo di inserire personaggi ai margini e un po’ border line. Qui però è andato addirittura oltre, raccontando una storia d’amore che coinvolge due esseri di specie differenti, attorno a cui si stringe un campionario mai visto prima di personaggi che sono l’emblema e l’archetipo di ogni forma possibile emarginazione sociale.
Essendo un autore con delle tematiche specifiche, credo che l’accusa ridicola di aver fatto il film per vincere i premi possa essere rispedita al mittente senza troppi complimenti e anche con un paio di pernacchioni che ci stanno sempre bene. Poi potete tranquillamente muovergli la critica di aver fatto, sotto sotto, sempre lo stesso film, così il vostro desiderio di rivalsa sarà appagato e tornerete a casa tutti contenti a giocare con le action figure.

Non è neanche la prima volta che del Toro racconta una storia d’amore: quelle tra Liz ed Hellboy e tra Abe e Nuala hanno molti tratti in comune con quella tra Elisa e la Creatura, ma anche da questo punto di vista, La Forma dell’Acqua si spinge oltre, mettendo in scena un amore che è sì romantico, sì puro, ma anche sorprendentemente carnale e fisico, con ampio spazio concesso all’espressione del desiderio femminile.
Avendo azzerato del tutto il potere che di solito viene conferito alla parola, del Toro lascia che sia la gestualità a comunicare e, di conseguenza, i corpi. E in questo è aiutato dalle prove recitative dei suoi due attori, che riempiono l’inquadratura con la loro fisicità, che narrano attraverso i corpi la nascita di un amore all’apparenza impossibile, anzi, del tutto inconcepibile. Sally Hawkins e Doug Jones, come due reliquie (parola scelta non a caso) del cinema muto e poi dei grandi musical dell’età d’oro di Hollywood si muovono attraverso il film e conquistano lo sguardo, rendendo naturale, normale, addirittura ovvio, ciò che non dovrebbe esserlo. Doug Jones è l’unico erede di Lon Chaney e, nella pioggia di nomination che ha ricevuto il film, spicca al negativo l’assenza di un riconoscimento per lui. Ingolfato dentro al suo costume, col volto coperto, Jones comunica tutte la solitudine, la tenerezza, lo spaesamento e, alla fine, l’immenso potere di un essere divino, l’ultimo della sua specie, un prodigio che tuttavia, molto umanamente, si innamora.

L’incontro tra Elisa e il Gill-Man è come un balletto silenzioso, è un sogno che si fa carne, è un amore vissuto nella sua completezza, che magari in mano ad altri sarebbe risultato stucchevole o, peggio ancora, ridicolo, specialmente quando scende dall’ideale di purezza e si concretizza nel sesso, ma del Toro, con un coraggio e una sensibilità unici, lo trasforma in un amore in cui chiunque si può identificare, lo rende universale, di tutti, un vero e proprio paradigma dell’amore assoluto e totalizzante che ognuno di noi ha, almeno una volta nella vita, sperato di vivere.
E per farlo, usa l’acqua, l’elemento mutaforma per eccellenza, ma anche l’elemento in cui non si può parlare, in cui tutto è non solo sprofondato nel silenzio, ma è anche musicale. Avete mai messo la testa sott’acqua anche per pochi istanti? Vi siete accorti che tutto diventa musica? È quindi una logica conseguenza che, quando Elisa immagina di comunicare ciò che prova al suo mostro, lo faccia sognando un musical.
Il musical, come la fiaba, impone un lieto fine e quindi, ecco le branchie che si aprono sul collo di Elisa dove prima c’erano delle cicatrici ed ecco che l’amore vince sulla morte.
Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Ci lascia con questo interrogativo, del Toro, attoniti di fronte a una delle più alte espressioni della bellezza cinematografica degli ultimi anni che parla, andando per sottrazione, del trionfo dell’immaginazione sulla realtà. Perché non ha poi tutta questa importanza che Elisa sia davvero ancora viva o che sia tutta una proiezione fiabesca, un modo per non accettare una verità dolorosa: il cinema ha fatto si’ che Elisa possa vivere per sempre nelle profondità marine accanto al Gill-Man, il cinema ha restituito al Mostro della Laguna Nera quello che lo stesso cinema gli aveva negato per più di mezzo secolo, il cinema e il racconto fantastico, infine, hanno dato una speranza a tutte le persone sole, rifiutate, scacciate  e perseguitate e, per un paio d’ore, siamo tutti stati completi e interi.
Grazie, gigante gentile.

 

26 commenti

  1. E il fatto che Elisa sia stata trovata accanto a un fiume, e non si sappia nulla delle cicatrici, lascia libera la fantasia di immaginare altro.

    1. Infatti questa è la mia interpretazione preferita, che anche lei sia, in qualche modo, una creatura marina.

    2. Pure a casa mia è la più gettonata. Anzi, non prenderemo in considerazione altre possibilità. Siamo affetti da “buonismo” 😂

      1. Io, che sono pessimista nell’anima, mi tengo sempre buona l’opzione Labirinto del Fauno, ecco…

        1. Ah, certo, pure il Labirinto finisce come sappiamo noi. Mai avuto dubbi 😉

  2. Quando sono andata a vederlo ad ogni scena pensavo : “Lucia andrà in visibilio!” 😀
    Un film stupendo. Ho apprezzatto davvero un film in cui finalmente non ci sono il bello o la bella di turno, ma sono tutti imperfetti e strani, hanno vizi, cose da nascondere, mariti inetti…. sono come noi.
    Riguardo l’accusa di essere un film acchiappa premi,non so che dire. Quelli che io definisco “film paraculi”, fatti apposta per vincere premi e prendere nomination a qualunque cosa , esistono e sono ALTRI.
    Certo è una fiaba, un genere amato da tutti, ma è una fiaba con sangue, scene di sesso fin troppo realistiche (realistico e porno sono due cose mooooolto lontane), tipri strani, scene “schifose” (la povera gatta!) ecc.
    Ho amato questo mischiare poesia, delicatezza con particolari crudi. Niente stonava.
    E boh ho amato veramente il finale, secondo me ci stava bene anche la morte dei protagonisti, ma vederli alla fine sotto l’acqua felici mi ha commosso veramente, ho pianto, e avrei voluto dare un Bacio al Guillermo!
    Merita tutti questi riconoscimenti.

    1. Me lo hanno detto tutti, ma proprio TUTTI che questo film mi avrebbe coinvolta particolarmente. E infatti sono andata in visibilio e non vedo l’ora di tornare al cinema a vederlo una seconda volta.
      Guillermo si merita tutto e di più, perché è sempre stato coerente, fermo nei suoi principi e non ha mai abbandonato il suo sguardo ingenuo sul mondo.

  3. Non ho la gif dei fiumi di lacrime a portata di zampa.
    Grazie anche a te, spettatrice gentile.

    1. L’ho già visto tre volte e tutte e tre ho pianto come se avessi sei anni.

      La notte del 4 marzo, altro che elezioni politiche!

      1. Ecco, sì, #TeamDelToro in pole position (con le scorte di fazzoletti).

  4. Unico neo del film *SPOILER* l’efferata decapitazione del gatto!
    No, è che ci sono rimasta malissimo e non me lo aspettavo. Sono tornata a casa dicendo a Mirtilla e Scintilla che se vedono un uomo pesce è bene che scappino!
    Tornando serie il film è bellissimo. E lo è soprattutto per la cura con cui ogni minimo dettaglio è raccontato, per la bellezza dei personaggi collaterali, per le mille citazioni cinefile regalateci da Del Toro. E lo è, infine, per la meravigliosa Creatura che Guillermo raffigura, per come è realizzata dal punto di vista visivo ma anche da quello comportamentale.
    Davanti ad un film del genere non si può altro che ringraziare ed inchinarsi.

    1. Io lo sapevo che c’era un gatto che faceva una brutta fine, perché ho le mie spie che mi avvertono sempre in anticipo se succede qualcosa di brutto a un felino.
      Però, per fortuna, non si vede quasi niente e poi il Mostro si riappacifica con gli altri gatti della casa 😀

  5. tuco benedicto · ·

    l’unica recensione su questo gioiello con cui sono totalmente d’accordo… finalmente…

  6. Film meraviglioso. Con Tim Burton bollito, meno male che c’è Del Toro a farci capire chi sono i veri mostri (in questo caso, fascisti che scopano male e comprano macchinoni che sono un prolungamento ecc.)

    1. Del Toro poi ha una concretezza molto fisica che Burton, sempre un po’ lezioso anche quando era al suo meglio, è sempre mancata.

  7. Magnifico film e splendido commento. Il finale non lascia dubbi, ma fa in modo che lo spettatore possa immaginarselo diversamente (senza trucchetti stile trottolina nolaniana). Un film per chi ama il cinema e ama i film. Chi si diverte a tentare di demolirlo semplicemente non ha i mezzi per apprezzarlo appieno è molto semplice.

    1. O non ne ha la sensibilità. Sai che a volte lo credo sinceramente?

      1. Indubbiamente.
        Fuori dal cinema ho sentito un ragazzo commentare “la scena dela ballo era veramente trash”, e io ho detto, ad alta voce: “che brutta cosa con capire un cactus”.
        Cioè certe persone proprio non ci arrivano!!! Oppure devono dire una cosa brutta per forza, per darsi un tono.

  8. Giuseppe · ·

    Recensione perfetta per un vero gigante gentile dei nostri tempi 🙂 Del resto non poteva essere diversamente, visto che con questo film è come se lui raccontasse un’unica, grande, condivisa e VOSTRA storia (sia tua che sua): senza nessuna presunzione, è per me difficile pensare a Elisa senza mai pensare anche a Sara così come la mirabile sensibilità del Gill-Man -oltre all’ovvio riferimento alla Creatura di Jack Arnold- non può non richiamare alla mente l’atteggiamento quel gigante abissale che è Lui… ❤
    P.S. Stai sempre bene attento ai gatti, Guillermo… per qualche secondo mi hai fatto passare dalla parte di Strickland, sappilo!

    1. Io sapevo in anticipo del gatto e ho temuto il momento per tutta la durata del film 😀
      Però, anche quello dimostra la superiorità di del Toro: un mostro buono che si ama lo stesso anche se mangia i gattini.

      1. Giuseppe · ·

        Come del resto dice anche Giles: “Non è colpa sua…” 😉

  9. Visto poche ore fa, non ho letto la recensione finché non l’ho visto. Recensione che sapevo avrei trovato qui sul blog (e quale posto migliore per parlare di Del Toro?).
    Dall’inizio alla fine mi ha sorpreso, affascinato emozionato e, alla fine, ho trattenuto la lacrimuccia a fatica. Penso che lo rivedrò una seconda volta.

  10. E’ davvero un bel film e poi non si può dire di no ad un ragazzone che ha una statua di Lovercraft in libreria, una di Harryhausen in giardino, una di Ted Browing di Freaks sulle scale ed infine una di Boris Karloff che viene truccato da creatura nello studio dove scrive i film.
    No, non sono battute.

  11. […] come sempre, vi fornisco anche i punti di vista della buona Lucia, di Cassidy e del buon Michele, buona […]

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