Tragedy Girls

 Regia – Tyler MacIntyre (2017)

Arriva finalmente il primo horror “importante” dell’anno, nonché molto chiacchierato e altrettanto atteso. Secondo lungometraggio del regista di quella deliziosa commedia al sangue che era Patchwork, Tragedy Girls si mantiene sempre nei binari della horror-comedy ma racconta una storia all’apparenza più canonica e distante dalla genialità alla Frankenstein del film precedente.
All’apparenza, appunto, perché è cosa molto rara riuscire a dire qualcosa di nuovo sullo slasher, a ribaltarne le convinzioni e i punti fermi e, allo stesso tempo, fare quello che a molto cinema d’autore viene sempre malissimo, ovvero riflettere sul rapporto tra gli adolescenti e i social network in maniera fresca, mai retorica o didascalica.
Forse perché il cinema di genere si può permettere di non essere serio, di non dover per forza inserire una morale chiara, comprensibile a chiunque, può giocare con l’ambiguità che è propria dell’uso che facciamo quotidianamente dei mezzi messi a disposizione dalla tecnologia. Già è tanto che a essere messo in discussione non sia lo strumento in quanto tale (smartphone, social network o un più generico “è colpa dell’internet!”), ma si cerchi di porre l’attenzione su delle problematiche un po’ meno superficiali, con il sorriso sulle labbra e un bell’ammontare di gore, che ci sta sempre bene.

Sadie (Brianna Hildebrand) e MacKayla (Alexandra Shipp) sono amiche sin da quando erano bambine: vanno a scuola insieme e, in quanto studentesse dell’ultimo anno, sono molto attive nell’organizzazione del ballo; insieme gestiscono un blog chiamato Tragedy Girls, che vorrebbe occuparsi di crimini efferati nella cittadina in cui le due protagoniste vivono. Pare infatti si aggiri un serial killer da quelle parti, ma la polizia locale è restia a crederci e le visite e le condivisioni delle due Tragedy Girls languiscono, gettando le ragazze nello sconforto.
Il serial killer, ovviamente, esiste davvero e Sadie e MacKayla lo catturano nella prima scena del film, chiedendogli di collaborare con loro. Non essendoci alcuna collaborazione da parte sua, decidono di diventare loro il serial killer, così da diventare finalmente due celebrità.

Un teen horror, dunque, e uno slasher al contrario, dove sono le due possibili final girl ad assumere il ruolo di carnefici, dove le indagini su un presunto assassino si trasformano in una corsa all’omicidio più truculento, più esplosivo, più adatto a fare scalpore sui social, terreno che necessita di un continuo rialzo della posta per tenere desta l’attenzione del pubblico.
Non è il primo né sarà l’ultimo film di genere a rappresentare la vacuità esistenziale degli adolescenti e, se proprio bisogna andare alla ricerca di un padre putativo di Tragedy Girls, lo si può trovare in Schegge di Follia, con qualche reminiscenza da Giovani Streghe. La novità, rispetto a questi due film, non sta tanto nella componente social, quanto nel modo in cui MacIntyre mette in scena l’amicizia tra le due protagoniste e nel riuscitissimo contrasto tra una vita quotidiana normale, assimilabile a quella di ogni ragazzo della loro età ed epoca, e l’attività notturna di serial killer in erba.

Ma questa vita quotidiana, se si esclude l’elemento tecnologico costituito dall’uso compulsivo degli smartphone, non è poi così differente da quella di venti o trent’anni fa. Al limite si è allargato il concetto di popolarità, prima ristretta alle mura del liceo e oggi ricercata su scala praticamente mondiale e misurata in termini di like e condivisioni. Ma come si uccideva per e si moriva di popolarità un tempo, così si uccide e si muore oggi. Il sistema si evolve, ma non cambia nella sostanza. Aumenta, e di molto, la dose di cinismo necessaria a sopravvivere e prosperare in un territorio dove è il più ipocrita a vincere sugli altri. Emblematico (e anche esilarante) è il personaggio dell’ex ragazzo di MacKayla, oggetto di invidia da parte delle Tragedy Girls perché con i suoi tweet zuccherosi riscuote molto più successo di loro, almeno fino a quando al pubblico non viene dato in pasto il sangue vero, la vera morbosità, la vera paura. Ma ricreati ad arte, frutto di una messa in scena studiata e di una strategia di diffusione delle notizie che ricorda molto da vicino le famigerate fake news.

Ecco, Tragedy Girls offre tutti questi spunti di riflessione rimanendo “soltanto” una horror-comedy dove vediamo gente fatta a pezzi da una sega circolare, affettata con un machete, bruciata viva, impiccata e via così, di atrocità in atrocità, tutte consumate nell’indifferenza generale, non solo degli adolescenti, ma anche degli adulti, incapaci di vedere cosa succede nelle loro stesse case. La cosa sorprendente è il tono leggero e molto poco apocalittico con cui viene narrato lo sfacelo, insieme a una vera e propria tenerezza nei confronti di queste due giovanissime assassine e del legame che le unisce, messo a dura prova dagli eventi del film e più volte sul punto di spezzarsi, per i soliti motivi per cui due amiche arrivano a litigare in ogni teen movie che si rispetti.
È questo il bello di Tragedy Girls: sembra seguire ogni stereotipo presente nei due filoni a cui si ispira (lo slasher e la commedia adolescenziale) e poi, con una brusca sterzata, se ne discosta all’ultimo secondo, lasciandoti attonito, come fa nello splendido pre-finale ambientato durante il ballo della scuola.

Coloratissimo e dal ritmo incalzante, Tragedy Girls è un’opera che sa provocare toccando le giuste corde, senza scadere mai nello scandalo fine a se stesso o, al contrario, nel moralismo da programma in prima serata su Rai Uno. Forse è il film più intelligente degli ultimi anni in materia di rapporto con i social e con la maledizione della “visibilità”. Insieme, ma per motivi diversi, a un altro B movie come Unfriended. Ed è molto interessante notare come sia il linguaggio del cinema di genere, e dell’horror in particolare, ad aver detto le cose meno banali in materia, evitando di cadere in una sterile tecnofobia.
Lo spauracchio da temere non è infatti l’oggetto tecnologico in quanto tale, ma il solito essere umano con tutti i suoi limiti e le sue storture. Ed è questo il motivo per cui l’horror prospera ed è terribilmente longevo: ha una comprensione immediata degli strumenti attraverso cui far filtrare le nostre paure, lasciandole tuttavia immutate.

Non è sempre così, logico. E per un Tragedy Girls ci sono almeno cinquanta horror dozzinali che si aggrappano alle tensioni del mondo contemporaneo con risultati maldestri, quando non pornografici (qualcuno ha detto Megan is Missing?), ma nel momento in cui arrivano perle come questa commedia, allora si capisce come sia il genere più attento e più capace di fare da termometro delle emozioni collettive.
Al di là di tutte queste considerazioni, Tragedy Girls è ottimo da ogni punto di vista e funziona a tutti i livelli. Lasciatemi solo dire un’ultima cosa su Brianna Hildebrand, che credo abbia le caratteristiche giuste per diventare una vera star: anche se Tragedy Girls non dovesse incontrare i vostri gusti, val la pena di vederlo solo per lei; si mangia il resto del cast in solo boccone e illumina con la sua presenza ogni singola inquadratura. Grandi, piccole attrici crescono. E crescono nel vivaio dell’horror, che si presenta in forma smagliante anche all’inizio di questo 2018.

3 commenti

  1. Brianna l’ho adorata in L’Esorcista ed era già spassosa e carinissima nel primo Deadpool, è un’attrice che mi piace parecchio.
    Questo Tragedy Girls ce l’ho lì da un po’ di giorni, devo solo trovare un momento per vederlo ma so già che mi divertirò un sacco 🙂

    1. Brianna è una meraviglia del creato ❤
      Non vedo l'ora di rivederla nel secondo Deadpool

  2. Ormai noto che c’è una certa difficoltà nel cinema per quanto riguarda la tematica dei giovani e la tecnologia. Di solito finisce sempre con qualcosa tipo “la tecnologia è il male” oppure si arriva a un certo moralismo da quattro soldi. Mi hai messo adosso molta curiosità per questo film. Grazie mille.

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